
Negli ultimi anni si è diffusa, soprattutto su TikTok e gli altri social, una costellazione di pratiche e narrazioni che ruotano attorno all'idea di "massimizzare sé stessi" (self-optimization) attraverso la riduzione intenzionale delle distrazioni sociali, con creator e infuencer che raccontano e glorificano una vita senza partner e senza amici. In questo contesto emerge il fenomeno che può essere definito "solo maxxing": una forma di estetizzazione dell'isolamento in cui la solitudine non è più solo una condizione, ma una progetto attivo di miglioramento personale.
Dall' "individualizzazione strutturale" di Elrich Beck alle analisi di Zigmunt Bauman, questo articolo esplora il fenomeno come espressione estrema della modernità noeliberale, in cui l'individuo diventa simultaneamente progetto, impresa e misura del proprio valore.
Solitudine come forma storicamente variabile di regolazione sociale
La letteratura sociologica e antropologica mostra che la solitudine non è una categoria stabile, ma una costruzione socio-storica. In contesti premoderni, l'isolamento era prevalentamente associato a marginalità o esclusione, a pratiche di vita ascetica o religiosa, oppure a ritualità in cui la sospensione della vita sociale costituiva un passaggio di status, come l'entrata nell'età adulta per i giovani.
In quest'ultimo caso, la solitudine in sé operava come una tecnica di discontinuità nella vita di un individuo, finalizzata alla ridefinizione dello status sociale.
Nella modernità contemporanea, possiamo osservare un cambio radicale della percezione e utilizzo della solitudine. Questo dispositivo, infatti, subisce un processo di secolarizzazione funzionale, cioè gli viene tolta la funzione rituale o ascetica e gliene viene assegnata una nuova: l'isolamento sembra perdere la sua valenza trascendentale, ma viene reintegrato come strumento per raggiungere e regolare l'attenzione, la produttività o l'autocontrollo.
In questa prospettiva, si può leggere l'emergente fenomeno che sta spopolando su TikTok, Youtube e Instagram, in cui si moltiplicano contenuti che celebrano la solitudine come scelta consapevole e desiderabile. In questi video le persone trascorrono il sabato sera da sole, conducono intere giornate senza avere interazioni sociali, allenandosi e studiando da sole.
É proprio all'interno di questo universo di ri-significazione della solitudine che è emerso il termine "solo maxxing": utilizzato per descrivere la scelta di dedicare tempo ed energie quasi esclusivamente al miglioramento personale, limitando relazioni, uscite e attività considerate poco produttive.
Individualizzazione strutturale e costruzione del sé
Per comprendere il successo del solo maxxing è utile guardare ad alcuni dei principali cambiamenti che hanno caratterizzato le società contemporanee.
Secondo il sociologo Elrich Beck (1992), viviamo in un'epoca di crescente individualizzazione, chiamata da Beck e Gernsheim (2002) "individualizzazione strutturale", in cui percorsi di vita un tempo relativamente prevedibili (studio, lavoro, matrimonio, famiglia) sono diventati sempre più flessibili e meno determinati dalle tipiche aspettative sociali. Gli individui si trovano così a dover costruire autonomamente la propria identità e il proprio percorso, assumendosi una responsabilità che in passato era condivisa con istituzioni e comunità.
In modo simile, Anthony Giddens, in Modernity and Self-Identity (1991), descrive la modernità come un contesto in cui il sé diventa un vero e proprio "progetto". Non basta più vivere la propria vita: bisogna pianificarla, migliorarla, monitorarla e renderla coerente con gli obiettivi che ci si è prefissati.
È proprio all'interno di questo contesto che il "solo maxxing" acquista di significato. La scelta di ridurre le interazioni sociali al minimo viene interpretata come un modo per recuperare tempo, energia e concentrazione da investire su sé stessi.
Quando stare da soli diventa aesthetic
Uno degli aspetti più interessanti del "solo maxxing" è che non si limita a promuovere la solitudine, ma la trasforma in una vera e propria estetica. Sui social proliferano video di sveglie all'alba, allenamenti in solitaria, sessioni di studio notturne, passeggiate con cuffie e routine rigorosamente da soli ben pianificate,
Non viene quindi mostrato semplicemente qualcuno che sta da solo, ma qualcuno che utilizza la solitudine in modo "virtuoso" e produttivo.
Il sociologo Goffman offre una chiave di lettura interessante in quanto, nel suo studio intitolato La presentazione di sé in tutti i giorni (1959), sosteneva che nella vita sociale gli individui tendono a "mettere in scena" versioni di sé stessi dinnanzi agli altri. Nel caso del "solo maxxing", la perfomance messa in scena riguarda proprio l'autosufficienza: ovvero la capacitò di essere disciplinati, concentrati e indipendenti dagli altri, che diventa un tratto da esibire e valorizzare.

Paradossalmente, quindi, l'isolamento non viene vissuto lontano dallo sguardo altrui, ma attraverso di esso. La solitudine diventa un contenuto da condividere, una prova di forza personale e una forma di riconoscimento sociale.
In questo senso, il "solo maxxing" non consiste semplicemente nello stare da soli, ma nel trasformare la solitudine in un simbolo di successo e autocontrollo.
Paradosso strutturale: isolamento come forma di socialità mediata
Il "solo maxxing" evidenzia quindi un paradosso tipico delle società iper-individualizzate: la riduzione dell'interazione diretta non implica una riduzione della socialità, ma produce una forma diversa di socialità, più indiretta e mediata.
Anche quando si riducono le interazioni quotidiane, la solitudine, attraverso i contenuti digitali e le piattaforme, viene continuamente osservata, raccontata e confrontata.
In questo senso, le analisi del sociologo Zigmunt Bauman (2000) aiutano a chiarire il paradosso: nelle società contemporanee i legami sociali diventano sempre più "liquidi", cioè instabili e flessibili, ma non per questo meno influenti. Anche l'isolamento, apparentemente una fuga dai legami, resta dentro questa logica fluida di connessioni e confronti continui.
Il risultato è che il "solo maxxing" non elimina la dimensione sociale, ma la riconfigura. La solitudine non è mai completamente privata: diventa una forma di esperienza che acquista valore proprio perché é riconosciuta, imitata e discussa all'interno di uno spazio collettivo. In questo paradosso si vede chiaramente: nel tentativo di massimizzare il "sé isolato", la dimensione sociale continui a essere inevitabilmente presente.