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26 Giugno 2026
17:30

5 parole prese in prestito dal francese che abbiamo “italianizzato”

La pronuncia corretta in italiano standard dei prestiti non sempre coincide con quella della lingua da cui queste parole provengono: vediamo cinque francesismi che pronunciamo "all'Italiana".

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5 parole prese in prestito dal francese che abbiamo “italianizzato”
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Capita sovente di usare prestiti dal francese nella lingua italiana senza pensarci troppo. Molti di questi termini sono entrati nell’uso comune, specialmente in campi quali la moda, la gastronomia, il mondo del lavoro…  Proprio per questo risultano talmente familiari al parlante italiano da avere acquisito una pronuncia in italiano standard differente da quella francese, "italianizzate" e adattate alla nostra fonetica, come con "garage" e "moquette".

Ma perché la pronuncia è diversa da quella francese? Il motivo è semplice: quando una parola passa da una lingua all’altra non si trasferisce mai “intatta”, ma viene adattata ai suoni, alle abitudini e alle regole fonetiche della lingua che la accoglie. Nel caso del francese, la distanza è particolarmente evidente, perché il sistema fonetico francese include alcuni suoni (come la "r" uvulare o le vocali nasali) che non esistono in italiano. Tali suoni devono quindi essere adattati per entrare nell'uso. Ogni lingua tende a modificare i suoni stranieri per renderli compatibili con il proprio sistema fonetico.

Pronunciare i prestiti secondo la fonetica "adattata", non è un errore ma una semplice testimonianza di come le lingue interagiscono tra loro. Vediamo però cinque parole francesi che usiamo tutti i giorni e che, quasi sempre, pronunciamo "all'italiana".

Carillon

La parola carillon è entrata in italiano per indicare sia un sistema di campane sia una scatola musicale.

La pronuncia italiana più diffusa è “carillòn” [IPA: /ka.rilˈlon/], con la "n" finale ben marcata. Tuttavia, basta vedere la pronuncia francese originale [IPA: /kaʁijɔ̃/] per notare la differenza: la parola termina con una vocale nasale, che in francese viene solitamente indicata dai grafemi ‘vocale + n’ (ad es.: on, an, en), quindi in realtà la sua pronuncia esatta risulterebbe più simile a “carillõ”, senza una vera e propria "n" pronunciata.

Nell’italiano si tende a pronunciare le consonanti finali, che in francese sono solo grafiche o nasalizzate, per questo la differenza di pronuncia. Lo stesso fenomeno accade anche con alcuni prestiti dall'inglese, che a loro volta sono entrati secoli fa come prestiti dal francese: un esempio è marketing, in italiano [/’mar.ke.tiŋg/] mentre in inglese [ˈmɑːrkətɪŋ/].

Stage

La parola stage (dal fr. antico estage) è uno degli esempi più interessanti, perché oscilla in italiano tra due pronunce diverse. Attualmente il termine indicare un periodo di formazione pratica

Secondo l’Accademia della Crusca, il termine va geolocalizzato nel latino medioevale parlato in area francese. Originariamente si trattava di una locuzione: stagium facere, dove stagium indicava sia la dimora che l’atto del risiedere (dal latino stare). L'espressione in sintesi significava tenere la propria dimora in un luogo al quale è legato un beneficio, indicava la permanenza di un vassallo presso la dimora del signore, allo scopo di assolvere servizi legati all’ottenimento del beneficio feudale.

Con il tempo è entrato prima nel Middle English come stage, per poi arrivare ai giorni nostri con il significato di “periodo formativo” in ambito lavorativo, e non solo.

La pronuncia originale francese sarebbe IPA: /staʒ/ con il suono dolce /ʒ/ (come in "garage"). Però, moltissimi italiani lo pronunciano all’inglese [IPA: /ˈsteɪdʒ/], creando una sorta di ibrido linguistico (e forse così facendo contribuisce alla storica rivalità anglo-francese).

Questo doppio uso dimostra come le parole straniere possano cambiare identità a seconda del contesto culturale e quanto alcune parole moderne in realtà abbiano origini antichissime.

Vol-au-vent

I francesi hanno contribuito enormemente al mondo della gastronomia sotto il punto di vista linguistico. Una delle loro invenzioni più apprezzate sono i vol-au-vent, degli involucri formati da dei dischetti di pasta sfoglia sovrapposti, cavi in alto e vuoti all'interno, che si possono farcire praticamente con qualsiasi ripieno, dal dolce al salato.

I vol-au-vent sono sicuramente fra i più famosi prodotti della cucina francese, da servire caldi o freddi, come antipasto o aperitivo,

Più che un termine, correttamente parlando si tratta di una locuzione francese, che in italiano viene spesso pronunciata nella maniera più svariata: a volte come si legge “volovònt” [/vol.o.’vont/] con tutte le consonanti ben scandite, altre volte cercando di richiamare il suono nasale "volavèn" [/vol.a.’vɛn/]. In francese, invece, la pronuncia rimane molto più fluida e semplificata: /vɒl.əʊˈvɑ̃/ con molte lettere non pronunciate.

Vintage

Anche se oggi è percepita come parola inglese, vintage etimologicamente viene dal francese.

Il termine deriva dal francese antico vendenge (letteralmente "vendemmia") usato dalla metà del Quattrocento per indicare un vino di altissimo pregio, d’annata o millesimato. Per vicinanza di significato, quindi, alcune locuzioni aggettivali come “d’annata” o “d’epoca” potrebbero essere validi sostituti per indicare un prodotto che non è “vecchio e scadente”, bensì “antico e di qualità”. Il termine francese possiede però una certa carica semantica difficilmente rimpiazzabile da locuzioni analoghe.

Secondo la Crusca la pronuncia corretta da applicare in italiano è "all’inglese" vintigg [/ˈvɪn(t)ɪdʒ/], mentre le altre varianti “vintegg” [/ˈvɪntɛdʒ/] e la francesizzante “ventag” [/‘ven.taʒ/] benché diffuse sono sconsigliate.

Questo caso è l’esatto opposto di stage, dove la parola di origine francese oggi viene reinterpretata e “corretta” attraverso l’inglese con sommo dispiacere da parte della haute couture di Parigi.

Cachemire

Dopo aver esplorato mondi artistico-musicali, gastronomici e lavorativi che la cultura francese ci ha portato, rimaniamo nel campo della moda portando sulla passerella il pregiatissimo tessuto che non risulta per niente semplice dal punto di vista storico e linguistico, siccome non esiste solo una forma per scriverlo, bensì tre.

La forma scritta cachemire è quella più vicina al francese, mentre cashmere riflette l’influenza dell’inglese, ed è anche attestata la forma kashmir. Ad ogni modo, la pronuncia italiana standard è /’kaʃmir/ con il suono “sc” dolce indicato dai grafemi “sh”, mentre la variante che vede una “e” aperta iniziale [/’kɛʃmir/] è sconsigliata.

La varietà di grafie e pronunce testimonia quanto la parola abbia viaggiato tra lingue diverse prima di stabilizzarsi nell’uso, ma siccome la maggior parte dei dizionari usano la forma scritta cachemire, possiamo dare un punto in più al francese.

Alcuni francesismi extra

Oltre ai casi precedentemente listati, esistono delle parole francesi comunissime, semplici, e talmente diffuse che sorprenderà sapere che la loro pronuncia viene martoriata.

1. Bonjour – Spesso italianizzato in “bon-giòr”, in francese suona più come “bon-ʒur”, con la tipica j dolce e una r non arrotata. Purtroppo sì, qualcuno è solito pronunciare quella “g” più duramente del necessario.

2. Souvenir – Molti italiani dicono “suvenìr” o “suvènir”, ma la pronuncia francese è più vicina a “suvnìr” [/ˌsuːvəˈnɪər/] con una vocale centrale neutra e quasi indistinta: la schwa (ə). Tuttavia, essendo questa una vocale assente in italiano standard, la pronuncia della “e” è più facilmente accettata.

3. Croissant – È forse il caso più noto: in italiano si sente spesso “croissànt” [/kro.i:’ssan(t)/] con ogni singola lettera ben pronunciata, ma la pronuncia corretta è “kruassàn” [/krwɑːˈsɒ̃/] senza la "t" finale e con il tipico suono nasale.

Poi, se qualcuno comincia a sentenziare dicendo che è più giusto parlare di “cornetti” anziché di "croissant" o della sua cugina “brioche”… allora è tutta un’altra storia.

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