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10 Luglio 2026
6:00

Disastro di Seveso a 50 anni dalla nube di diossina: la mappa e la situazione oggi

10 luglio 1976: una nube di diossina sprigionata dallo stabilimento dell'azienda chimica svizzera ICMESA di Meda causò danni all'ambiente e alla salute umana. Vediamo nel dettaglio cosa successe quel giorno in Brianza, a 20 km da Milano, in quello che viene ancora definito uno dei più gravi incidenti ambientali della storia d'Italia e le ripercussioni sulla legislazione odierna.

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Disastro di Seveso a 50 anni dalla nube di diossina: la mappa e la situazione oggi
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Un intervento di emergenza dopo il rilascio della nube tossica a Seveso, via Wikimedia Commons

Sabato 10 luglio 1976, dall'azienda chimica ICMESA di Meda (oggi provincia di Monza e della Brianza), di proprietà della società svizzera Givaudan-La Roche, uscì una nube di diossina, sostanza estremamente tossica e cancerogena. Alle 12:37 cedette il disco di rottura del reattore A101, e la nube di diossina TCDD si diffuse nelle zone circostanti della bassa Brianza, in Lombardia, densamente urbanizzata, tra campi, allevamenti e case, costringendo all'evacuazione dei centinata di persone e contaminando anche il territorio di Seveso, Cesano Maderno e Desio.

La sostanza causò danni alla pelle, tumori e la morte di 80.000 capi di bestiame. Ad oggi, 50 anni dopo, viene ancora riconosciuto come il disastro più significativo in Italia e tra i peggiori in Europa, sia per la persistenza dei danni che per gli effetti sulla legislazione industriale e ambientale italiana e a livello europeo. Vi raccontiamo cosa provocò il rilascio di diossina e quali furono le dinamiche del disastro: dalle cause alle conseguenze.

Cosa successe nel disastro di Seveso: cause e storia

La fabbrica ICMESA (Industrie Chimiche Meda Società Azionaria) di Meda, parte del gruppo Givaudan-La Roche, era attiva nella produzione di sostanze per l'industria cosmetica. Una delle linee era dedicata al 2-4-6 triclorofenolo, un prodotto impiegato come antisettico e con proprietà disinfettanti, fungicide, antimicrobiche e diserbanti, come molti altri composti aromatici clorurati.

Una avaria del sistema di controllo della temperatura causò il surriscaldamento del reattore A101, in quel momento non attivo perché si trattava di un sabato: quando anche i sistemi di contenimento della pressione cedettero, alle 12:37 del 10 luglio 1976, diverse tonnellate di materiale fuoriuscirono in una nube di fumo, che nel corso della giornata si diffuse verso gli i centri abitati di Seveso, Cesano Maderno e Desio.

Sebbene l'esplosione del reattore fosse stata evitata con la fuoriuscita controllata dalle valvole, l'aumento di temperatura causò una reazione secondaria in grado di produrre una sostanza all'epoca poco conosciuta: si trattava di 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (anche detta TCDD, tra le forme di diossina più tossiche), liberata in quantità che saranno successivamente stimate tra i 15 e i 18 kg, chiamata comunemente diossina.

Tetraclorodibenzodiossina
Struttura molecolare della diossina TCDD

La nube di diossina e gli effetti a breve termine

Nonostante le quantità ridotte rispetto al totale dei prodotti liberati, fu proprio questa diossina a causare gli effetti più pesanti sulla popolazione e l'ambiente circostante: sin dalle prime ore gli abitanti lamentarono irritazioni agli occhi, difficoltà respiratorie e comparsa di cisti (un fenomeno chiamato cloracne) soprattutto nella fascia di popolazione infantile, mentre le piante cominciarono ad appassire con evidenti danni alle foglie.

Nonostante la nube fosse ben visibile e gli effetti sempre più evidenti, le istituzioni furono avvisate tardivamente e con comunicati inizialmente tranquillizzanti, e solamente in seguito alle analisi condotte 8 giorni dopo dalla Provincia i vertici della società ammisero di essere a conoscenza della diffusione e pericolosità della diossina.

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La prima cronaca uscita sul Corriere della Sera il 17 luglio 1976

La mappa delle zone colpite dalla diossina TCDD e le preoccupazioni per la salute

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Mappa delle zone più inquinate dalla TCDD (Wikipedia Commons)

Una volta compresa la gravità dell'accaduto, la zona colpita fu suddivisa in zone a seconda del grado di inquinamento (la più colpita zona A, la B e la R più distante dalla ricaduta della nube tossica) e militarizzata per arginare gli spostamenti: solamente il 26 luglio, dopo più di due settimane di esposizione alla diossina, si decise per l'evacuazione degli abitanti nelle aree più colpite.

Ad indirizzare le scelte delle autorità furono anche interventi di esperti internazionali: famoso fu quello del professore Vietnamita Ton That Thut, che aveva purtroppo avuto modo di osservare sul campo gli effetti delle diossine contenute nella miscela Agente Orange, utilizzata come diserbante in maniera massiccia dall'esercito USA durante vent'anni di conflitto.

In seguito agli allarmi sugli effetti teratogeni, ossia sulle possibilità di malformazioni sui feti (anche queste tristemente conosciute dalla popolazione Vietnamita) fu anche autorizzata la pratica dell'aborto per le gestanti della zona: una decisione non scontata visto che all'epoca, in Italia, qualsiasi tipo di interruzione di gravidanza costituiva un reato penale, almeno fino all'approvazione della legge 194 del 1978.

I sospetti di cancerogenicità del TCDD e la sua capacità di accumularsi nel suolo spinsero, in seguito all'evacuazione dei civili, ad avviare i primi lavori di bonifica del territorio: gli studi confermarono che la diossina si concentrò nei primi 25 – 30 cm di terreno, che furono quindi rimossi insieme alle strutture più contaminate.

Bosco delle Querce, Seveso
Il "Bosco delle Querce" di Seveso e Meda oggi. Credit: 3bMeteo

Lo smaltimento dei rifiuti, la ricostruzione e la situazione dopo 50 anni

L'ultima polemica riguardò proprio lo smaltimento dei rifiuti, che inizialmente sembrarono destinati all'incenerimento: la popolazione, contraria a questa soluzione, pretese piuttosto di interrarli in vasche stagne e antisismiche situate nella zona A. Una volta richiuse le vasche, un intervento di riforestazione coprì l'area con terra incontaminata, proveniente da altre province Lombarde, per creare nel 1983 il Parco Naturale Bosco delle Querce, un polmone verde cittadino dedicato alla memoria dei fatti del 1976.

Negli stessi anni si chiusero anche gli accordi con la Givaudan per il risarcimento alla Regione e lo Stato di più di 103 miliardi di lire a copertura delle spese di bonifica, così come di 200 miliardi di lire di compensazioni per i cittadini colpiti. Gli strascichi legali si sono però protratti fino ai giorni nostri, con colpi di scena preoccupanti come nel caso del ricorso dell'azienda in Cassazione e la successiva sentenza del 1997: un ribaltamento delle precedenti decisioni che vide alcuni cittadini, colpiti da cloracne, costretti a restituire le somme ottenute come risarcimento decenni prima.

A febbraio 2026 il Parco Naturale Bosco delle Querce è stato insignito del Marchio del Patrimonio Europeo, primo sito in Lombardia a ottenere il riconoscimento – e sesto in Italia. È qui che oggi, con la presenza del presidente Sergio Mattarella, verrà celebrata la commemorazione per i 50 anni dal disastro.

Questa la motivazione della Commissione Europea:

“Il disastro di Seveso ha segnato una svolta nell’approccio europeo al rischio industriale e alla tutela ambientale. Ha contribuito direttamente allo sviluppo della Direttiva Seveso, pietra angolare della legislazione europea in materia di sicurezza industriale e prevenzione degli incidenti rilevanti. Il Bosco delle Querce rappresenta quindi la traduzione della tragedia in un modello di apprendimento, regolamentazione e consapevolezza ambientale condivisi a livello europeo. In quanto paesaggio rigenerato, il parco incarna la capacità dell’Europa di rispondere collettivamente alle crisi attraverso la scienza, la politica e l’impegno civico. Rappresenta un promemoria tangibile del fatto che la tutela dell’ambiente, la salute pubblica e la sostenibilità sono fondamentali per la responsabilità comune e il futuro dell’Europa.”

Dal punto di vista sanitario, sebbene non siano state registrate vittime nei primi giorni successivi all'incidente, i piani di monitoraggio organizzati negli ultimi 25 anni hanno indicato un aumento nei casi di linfomi in soggetti esposti nel lungo termine, che si somma alla maggior mortalità per malattie circolatorie evidenziata nei primi anni dal disastro. Come riportato dall'Istituto Superiore di Sanità, sono stati realizzati vari studi: il primo copre gli anni fino al 1986, il secondo fino al 1991, il terzo arriva fino al 1996 e il quarto, che al momento è il più aggiornato, fino al 2001: copre quindi un periodo di 25 anni, ed è stato condotto sulla popolazione esposta alla diossina (divisa in zona A, zona B e zona R a seconda del grado di contaminazione della zona di abitazione, come da mappa nei paragrafi precedenti) e su una popolazione di riferimento non esposta, coinvolgendo circa 280.000 persone, di cui quasi 6.000 residenti nelle aree più colpite. La ricerca, riportano, ha preso in esame il 99% di tutti i soggetti coinvolti.

La gravità della vicenda portò però anche ad un aspetto positivo: a livello europeo, nel 1982 fu adottata finalmente la direttiva 82/501/CEE detta anche direttiva Seveso che istituì regole comuni per la gestione di attività industriali pericolose. Si decretò l'obbligo da parte dei produttori di individuare i rischi connessi all'attività, redigere piani d'emergenza e comunicarli agli enti locali per reagire prontamente ad eventuali incidenti. A Palazzo Lombardia a Milano si svolgerà oggi un convegno, “50 anni dall’incidente di Seveso: eredità e prospettive future”, organizzato dalla Regione in cui istituzioni ed esperti si incontreranno per analizzare il percorso di recupero ambientale seguito alla contaminazione e le prospettive future.

La direttiva Seveso e i suoi aggiornamenti, influenzati da altre catastrofi come l'incidente di Bhopal in India, rappresentano quindi la speranza che di aver imparato qualcosa dalle terribili lezioni del nostro passato, affinché simili tragedie non debbano più ripetersi.

Sono un appassionato del mondo microscopico, a partire dalle molecole fino agli artropodi. La laurea magistrale in chimica mi ha permesso di avere gli strumenti necessari per comprendere il funzionamento del mondo, ma soprattutto ha saziato la mia fame di risposte. Curioso, creativo e con idee folli: date una videocamera, un drone o una chitarra al DeNa e lo renderete felice.
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