
Quella che abbiamo vissuto negli ultimi giorni è stata l'ondata di calore più potente mai registrata in Europa. Cinquant'anni fa, nel 1976, un evento del genere sarebbe stato praticamente impossibile. Oggi è diventato normale. E il problema non è tanto questo specifico evento — che in una settimana ha ucciso circa 1.300 persone — ma il fatto che siamo solo all'inizio. Davanti a noi ci sono decenni in cui questi eventi saranno sempre più probabili, sempre più intensi e sempre più lunghi.
"Ha sempre fatto caldo": il problema non è il singolo evento
Sentiamo spesso dire che "questi eventi sono ciclici" o che "ha sempre fatto caldo". Ed è vero: ciclicamente ogni estate fa caldo, e gli anticicloni subtropicali ci sono sempre stati. Il problema non è il singolo evento. Il problema è che negli anni il numero di questi eventi sta aumentando, sia per frequenza che per intensità e durata.
Il grafico dell'ISPRA aggiornato al 2024 è abbastanza chiaro: in Italia i giorni con ondate di calore sono in aumento costante nel tempo.

Ed è normale che sia così, perché non si scappa dalla fisica dell'atmosfera. Bruciare combustibili fossili significa emettere anidride carbonica come gas di scarto. E se si aumenta la concentrazione di CO₂ da 320 ppm nel 1960 a 430 nel 2025, l'atmosfera è in grado di assorbire energia in quantità difficili persino da immaginare.
Avete idea di quanta energia serve per riscaldare le stanze di casa nostra d'inverno? Tantissima, e le bollette ce lo ricordano bene. Ora immaginate quanta ne serve per riscaldare tutta l'aria di tutto il mondo anche solo di 1 °C. Tutta questa energia rimane qui, intrappolata nell'atmosfera, e si trasforma nel tempo in eventi estremi.
Senza le emissioni di combustibili fossili, questa ondata di calore sarebbe stata di 3,5°C in meno. Lo dice il nuovo report del World Weather Attribution (WWA), che studia come la crisi climatica influenzi l'intensità e la probabilità degli eventi meteorologici estremi. Le emissioni hanno peggiorato questa ondata di calore in Europa. Non è un'opinione: è quello che emerge dai modelli climatici.
Le città e le isole di calore
I danni si sono visti soprattutto nelle grandi città, dove si formano le cosiddette isole di calore. La cementificazione in tutto questo non aiuta. Abbiamo misurato le temperature al sole nel pomeriggio del 21 giugno 2026 sull'asfalto: più di 65°C. All'ombra, sempre sull'asfalto, circa 38°C.
Le città non sono pronte per affrontare eventi del genere. Servirebbero più alberi, più verde urbano, per abbassare le temperature locali e limitare le isole di calore una delle principali cause di morte per caldo. Ma non basta.
L'Italia è il paese più vulnerabile d'Europa
L'Italia soffre più di tutti per una ragione precisa: siamo un paese con un'età media molto alta, circa 48 anni. Il 25% della popolazione ha più di 65 anni, e per ogni bambino sotto i 6 anni si contano 6 anziani. Per confronto, l'età media in Europa è di 45 anni, in Asia di 33.
Non a caso l'Italia è il paese con più morti da caldo in assoluto in Europa: in media oltre 3.000 ogni anno, davanti a Germania e Spagna. E il 94% delle regioni europee peggiora di anno in anno.
I danni invisibili
Le ondate di calore non colpiscono solo con il colpo di calore. Colpiscono silenziosamente tutto.
Colpiscono chi vive in case senza climatizzatore, chi non può permettersi di stare al fresco, chi lavora nei campi o nell'edilizia e non può smettere. Colpiscono i conti delle bollette di chi tiene il condizionatore acceso tutto il giorno. Colpiscono la qualità del sonno di tutti, perché le notti tropicali — con temperature minime sopra i 20°C — impediscono di riposare e recuperare. Colpiscono la salute psicofisica: la letteratura scientifica documenta un aumento dei ricoveri psichiatrici d'urgenza durante le ondate di calore, per disturbi dell'umore, comportamento suicidario e disturbi d'ansia.
Le ondate di calore non sono anomalie. Sono la nuova normalità.
Cosa possiamo fare noi singoli cittadini
Spesso pensiamo che il contributo di un singolo non basti a cambiare una tendenza. Ed è vero che un comportamento singolo non può cambiare le cose lì per lì. Ma se il cambiamento diventa culturale, le cose iniziano a cambiare davvero. E perché diventi culturale, è necessario che ogni singolo cittadino si interessi alla vita comune. Può farlo su due livelli.
Il primo è personale: valutare il proprio impatto ambientale. Cosa mangiamo, quanto viaggiamo, quanti voli intercontinentali prendiamo, quanti vestiti compriamo, quanto sprechiamo. Ognuno secondo le proprie possibilità.
Il secondo è politico: le decisioni importanti passano per le istituzioni, ma siamo noi a decidere, con il voto, chi ci rappresenterà e quale visione sulla crisi climatica verrà portata avanti. Nella democrazia la sovranità è del popolo. E il popolo siamo noi.
E poi c'è una cosa che spesso si sottovaluta: parlarne. Raccontare queste cose agli amici, in famiglia, sui social. Non per convincere qualcuno o fare i saputelli, ma perché il cambiamento culturale passa esattamente da lì. Serve più informazione, più consapevolezza, più partecipazione.
Basta essere cittadini attenti e consapevoli di quello che si può fare.