
Quando si parla di riserve di petrolio si tende a immaginare un numero scolpito nella pietra, oggettivo, certificato. In realtà le stime delle riserve petrolifere sono il risultato di un mix complesso fra geologia, ingegneria, matematica, economia e, sorprendentemente, geopolitica.
Il Paese con più riserve dichiarate al mondo oggi non è l'Arabia Saudita, ma il Venezuela, con circa 303 miliardi di barili. Eppure è uno dei Paesi più poveri del pianeta. Ma come mai? La risposta sta proprio nel modo in cui questi numeri vengono prodotti.
Risorse e riserve di petrolio: qual è la differenza
La prima distinzione fondamentale è quella tra risorse e riserve. Le risorse sono tutte le quantità di petrolio e gas che, secondo i modelli geologici, dovrebbero esistere nel sottosuolo, anche quelle non ancora scoperte. Le riserve, invece, sono soltanto quelle quantità già scoperte, fisicamente recuperabili con la tecnologia attuale ed economicamente convenienti da estrarre oggi.
Lo standard di riferimento internazionale è lo SPE-PRMS, il Petroleum Resources Management System sviluppato dalla Society of Petroleum Engineers. Se il prezzo del greggio crolla, una parte del petrolio classificato come “riserva” smette di esserlo: fisicamente è ancora lì, ma estrarlo non conviene più.
Come si calcolano le riserve di petrolio? Il metodo volumetrico
Il primo passo per stimare un giacimento è calcolare il cosiddetto OIP (Original Oil-In-Place) o OGIP per il gas, cioè la quantità totale di idrocarburi presenti nella roccia. Si usa il metodo volumetrico: la roccia serbatoio funziona come una spugna, con tanti microscopici pori che ospitano il fluido.
Per calcolare il volume servono cinque parametri:
- L'area del giacimento;
- Lo spessore netto della roccia utile;
- La porosità, cioè la percentuale di vuoto;
- La saturazione, quanto di quel vuoto è davvero occupato dal petrolio;
- Il fattore di volume, che converte il volume del fluido in profondità a quello che avremo in superficie.
Avere un OIP elevato non significa avere altrettante riserve estraibili. A questo numero va applicato un fattore di recupero, in genere tra il 20% e il 50% per il petrolio, più alto per il gas. Per stimarlo si usano i metodi dinamici: il bilancio dei materiali (analogo a misurare l'aria che esce da un palloncino), l'analisi della caduta di pressione (usata soprattutto per i giacimenti di gas) e la curva di declino della produzione, applicata nelle fasi finali della vita di un giacimento.
Riserve provate, probabili e possibili: i gradi di certezza
Le stime si dividono poi in categorie a seconda della probabilità di estrazione. Le riserve provate (1P) hanno una probabilità di essere estratte almeno del 90%, le probabili (2P) del 50%, le possibili (3P) del 10%. La Russia e i Paesi dell'ex URSS usano dal 2013 un sistema parallelo basato sulle categorie A, B1, B2, C1, C2 in funzione della maturità geologica e dello sviluppo, mentre le categorie D indicano risorse non ancora scoperte.
Quante sono oggi le riserve di petrolio nel mondo e perché molte sono “politiche”
Secondo l'OPEC Annual Statistical Bulletin 2025, a fine 2024 le riserve mondiali provate ammontavano a circa 1.567 miliardi di barili. L'Oil & Gas Journal stima un valore leggermente superiore, intorno ai 1.770 miliardi. Il podio: Venezuela con 303 miliardi, Arabia Saudita con 267, Iran con 209. Seguono Canada (168) e Iraq (145).
Negli anni Ottanta, dopo l'introduzione del sistema di quote di produzione OPEC nel 1982, diversi Paesi membri aumentarono le proprie riserve dichiarate in modo improvviso e clamoroso: Kuwait +40% nel 1983, Venezuela +100% nel 1984, Emirati Arabi Uniti triplicati nel 1985, Iran, Iraq e Arabia Saudita seguirono nel 1988. In totale, le riserve OPEC passarono da 425 a 763 miliardi di barili in un decennio, senza scoperte equivalenti.
Nel 1999 il Canada riclassificò le sabbie bituminose dell'Alberta da "risorse" a "riserve" grazie ai prezzi più alti e a tecnologie più mature. Tra il 2007 e il 2011 il Venezuela fece lo stesso con il greggio extra-pesante dell'Orinoco, triplicando le proprie riserve da 99 a quasi 300 miliardi di barili. Inoltre, decine di Paesi del Golfo dichiarano da decenni numeri di riserve praticamente immobili, una stabilità che dal punto di vista ingegneristico è statisticamente impossibile.
Chi controlla davvero i numeri delle riserve mondiali?
Circa il 90% delle riserve petrolifere mondiali è in mano a compagnie di Stato (Saudi Aramco, Rosneft, PDVSA, NIOC, ADNOC), che non hanno gli obblighi di trasparenza delle aziende quotate in borsa. Negli Stati Uniti la Securities and Exchange Commission obbliga le compagnie petrolifere a dichiarare le riserve seguendo standard pubblici molto rigorosi. Le compagnie di Stato, invece, possono dichiarare quello che vogliono senza dover giustificare i calcoli.
Per questo motivo, ogni volta che si legge una classifica delle riserve mondiali, è importante ricordarsi che dietro a quei numeri c'è scienza, ma c'è anche tanta politica.