
Negli ultimi trent’anni i partiti populisti e le forze politiche più radicali hanno conquistato sempre più spazio in Europa. Secondo l’OECD, in 31 democrazie europee la loro quota complessiva di voto è passata da circa il 12% nei primi anni Novanta al 30% nel 2022. La vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt si inserisce in questa tendenza, ma non significa che tutta l’Europa stia semplicemente “andando a destra”. In alcuni Paesi la destra radicale governa, in altri sostiene esecutivi di centrodestra o è all’opposizione. Vediamo insieme alcuni esempi specifici in Europa.
Il risultato dell’AfD in Germania
Alle elezioni regionali del 6 settembre 2026 in Sassonia-Anhalt, nell'Est della Germania, il partito Alternative für Deutschland (AfD) ha ottenuto circa il 43,8% dei voti, conquistando 39 degli 83 seggi del parlamento regionale. Pur essendo arrivato primo, però, l’AfD non dispone della maggioranza assoluta e dovrà quindi trovare alleati per formare un governo. I principali partiti tedeschi mantengono il cosiddetto Brandmauer, il “muro di contenimento” che impedisce coalizioni di governo con l'AfD, ma il risultato è comunque storico: per la prima volta dalla nascita della Repubblica Federale un partito di estrema destra si trova concretamente nella posizione di poter guidare un governo regionale. E il dato diventa ancora più significativo se confrontato con le elezioni federali del 2025: a livello nazionale, l'AfD aveva ottenuto il 20,8% dei voti espressi per le liste dei partiti, diventando il secondo partito del Bundestag con 152 seggi, mentre CDU e CSU, che formano l’alleanza conservatrice guidata da Friedrich Merz, erano arrivate prime. L’AfD quindi non governerà automaticamente il Land, poichè per farlo dovrà trovare alleati, ma questo risultato mostra quanto il partito sia ormai vicino alla possibilità di entrare alla guida di un governo regionale.

Il peso della destra radicale in Europa
Quando si parla del fenomeno di ascesa della destra in Europa bisogna fare una distinzione: destra conservatrice, destra nazional-conservatrice e destra radicale non sono la stessa cosa. Vediamo alcuni esempi di governi guidati dalla destra in Europa e le loro differenze.
Italia: la destra radicale al governo da circa quattro anni
L'Italia è uno dei casi più emblematici nel panorama europeo. Giorgia Meloni guida dal 2022 una coalizione composta da Fratelli d'Italia, Lega e Forza Italia. Fratelli d'Italia, il suo partito, è stato fondato nel 2012 da esponenti provenienti da Alleanza Nazionale, il partito nato nel 1995 dalla trasformazione del Movimento Sociale Italiano (MSI), formazione della destra radicale italiana e ad oggi una delle principali forze della destra conservatrice europea. Giorgia Meloni, una volta arrivata al governo, però, ha mantenuto una posizione fortemente atlantista e filo-Ucraina, cercando contemporaneamente di rendere il proprio partito un interlocutore stabile delle istituzioni europee. Il caso italiano è un chiaro esempio di una forza politica nata nell'area della destra radicale che, una volta al governo, cerca di adottare una linea più pragmatica sul piano internazionale per guadagnare consensi e favorire la durata del proprio mandato.

Finlandia: la destra radicale è dentro il governo
In Finlandia il governo guidato da Petteri Orpo è una coalizione di centrodestra nella quale è presente anche il Finns Party, formazione nazionalista e populista della destra radicale. È un modello simile a quello italiano, in cui una forza della destra radicale partecipa direttamente a una coalizione guidata da un partito di centrodestra, diventando indispensabile per costruire una maggioranza parlamentare.
Repubblica Ceca: il ritorno di Babiš sposta il governo verso destra
In Repubblica Ceca il governo di Andrej Babiš, entrato in carica alla fine del 2025, guida una coalizione formata dal suo movimento populista ANO, dal partito di destra radicale SPD (Libertà e Democrazia Diretta) e dalla formazione di destra euroscettica Motoristé sobě. La coalizione controlla 108 dei 200 seggi della Camera. Tra le sue priorità ci sono una riduzione del sostegno militare all'Ucraina e una maggiore opposizione ad alcune politiche ambientali dell'UE. Anche in questo caso, un partito della destra radicale partecipa direttamente ad una coalizione di governo guidata da un partito più grande.
Slovacchia: il caso di Robert Fico
In Slovacchia il caso è diverso: il primo ministro Robert Fico non è un esponente dell’estrema destra ed il suo partito, Smer-SD, è generalmente collocato nell’area della sinistra nazionalista e populista. Dal 2023 Fico guida una coalizione insieme a Hlas-SD, formazione di centrosinistra, e al Partito nazionale slovacco (SNS), nazionalista. La coalizione dispone oggi di 78 seggi su 150 ed è caratterizzata da una posizione molto più critica nei confronti del sostegno europeo all'Ucraina rispetto alla maggior parte dei governi dell'UE. Nel giugno 2026 il governo ha dovuto affrontare un voto di fiducia dopo che il debito pubblico aveva superato la soglia prevista dalla Costituzione slovacca: il governo ha ottenuto la fiducia con tutti i 78 voti della maggioranza. La Slovacchia, quindi, non va considerata tra i Paesi governati dalla destra radicale, ma è un caso interessante per un altro motivo: Fico ha assunto posizioni nazionaliste e fortemente critiche verso alcune politiche dell’UE, oltre ad aver interrotto gli aiuti militari statali all’Ucraina. Su alcuni di questi temi, le posizioni di Fico coincidono con quelle di diversi partiti della destra radicale europea, pur rimanendo Smer-SD politicamente distinto da queste formazioni.
La Svezia: la destra radicale perde terreno
Le elezioni del 13 settembre 2026 hanno prodotto un risultato molto più incerto di quanto previsto e al momento non hanno premiato l’ulteriore avanzata della destra radicale. Il risultato definitivo deve ancora essere confermato con il conteggio dei voti dall'estero, ma il blocco di centrosinistra guidato dalla socialdemocratica Magdalena Andersson è attualmente in testa con 176 seggi contro i 173 del blocco di destra del primo ministro uscente Ulf Kristersson. Il dato interessante riguarda però gli Sweden Democrats: il partito della destra radicale che ha radici nell'estrema destra e che negli ultimi anni ha acquisito un ruolo centrale soprattutto su temi come politica migratoria e sicurezza era diventato il principale alleato parlamentare del governo Kristersson e sperava di entrare direttamente nell'esecutivo. Il partito di Jimmie Åkesson è invece sceso sotto il 18% e al contrario ha perso seggi, risultando al terzo posto tra le forze politiche svedesi. Se si confermerà questo risultato, la Svezia potrebbe rappresentare uno dei primi casi recenti di inversione rispetto alla tendenza degli ultimi anni.
La Francia
La Francia rappresenta il grande appuntamento elettorale del 2027, importante per l'intera direzione politica europea. Le elezioni presidenziali del 2027 potrebbero portare il partito Rassemblement National di Marine Le Pen o Jordan Bardella all'Eliseo. Rassemblement National è ormai una delle principali forze politiche del Paese e la possibilità di una sua vittoria viene considerata uno scenario concreto. Alle elezioni europee del 2024 ha ottenuto il 31,4% dei voti, mentre alle legislative dello stesso anno ha raggiunto il 33,2% al primo turno e conquistato 125 seggi all'Assemblea nazionale. Una vittoria del Rassemblement National in Francia quindi avrebbe un peso significativo per l’Unione Europea: Francia e Germania sono infatti tra i maggiori Stati membri e da loro dipendono molti degli equilibri politici europei.
L'Austria: vincere non significa necessariamente governare
Un altro caso interessante è l'Austria. Nel 2024 il Partito della Libertà (FPÖ), formazione della destra radicale, aveva ottenuto il maggior numero di voti alle elezioni parlamentari, circa il 29%. Eppure non è riuscito a formare un governo: nel marzo 2025 conservatori, socialdemocratici e liberali hanno infatti formato una coalizione escludendo l'FPÖ dall'esecutivo. Questo è un punto fondamentale per leggere anche la situazione tedesca: il successo elettorale di un partito non coincide automaticamente con la sua capacità di governare. Servono maggioranze parlamentari e, soprattutto, alleati disposti a collaborare.
Ungheria: il caso Orbán è già finito?
Per sedici anni Viktor Orbán è stato uno dei principali punti di riferimento della destra nazionalista europea. Ma alle elezioni dell'aprile 2026 è stato sconfitto dal partito centrista di centrodestra Tisza, guidato da Péter Magyar. Tisza ha ottenuto una larga maggioranza parlamentare, con 141 seggi su 199, e Magyar è diventato primo ministro a maggio. Gli eurodeputati di Tisza siedono nel gruppo del Partito Popolare Europeo. Il caso ungherese ha destato sorpresa, ed è un chiaro esempio di quanto quello della destra radicale europea non sia un processo lineare e irreversibile: un partito può crescere, arrivare al governo e, successivamente, perdere il consenso.
Anche i Paesi Bassi hanno cambiato direzione
I Paesi Bassi rappresentano un altro esempio di quanto rapidamente possa cambiare il quadro politico. Dopo la stagione del governo sostenuto da Geert Wilders e dal PVV, le elezioni del 2025 hanno portato alla vittoria del partito liberale e filoeuropeo D66. Dal febbraio 2026 il premier è Rob Jetten, alla guida di una coalizione di minoranza formata da D66 (partito liberal-progressista e fortemente europeista), VVD (Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia, liberale di centrodestra) e CDA (Appello Cristiano-Democratico, partito di centrodestra di tradizione cristiano-democratica). Il governo dispone soltanto di 66 dei 150 seggi alla Camera e deve quindi cercare volta per volta il sostegno dell'opposizione.
Un quadro politico europeo frammentato
Dire che “l'Europa sta diventando di destra” è una semplificazione: nel 2026 alcuni Paesi si sono spostati nettamente verso destra, altri hanno invece cambiato direzione. La Danimarca, per esempio, dopo le elezioni del marzo 2026 ha visto la riconferma della socialdemocratica Mette Frederiksen, alla guida di un nuovo governo di centrosinistra. In Lituania i socialdemocratici hanno espulso dalla coalizione il partito populista Nemunas Dawn, dopo una crescente radicalizzazione del suo leader. Ciò che però è evidente è che in molti Paesi i partiti tradizionali stanno perdendo voti, i sistemi politici sono più frammentati e la destra radicale sta diventando una componente strutturale del sistema politico. Il dato da osservare, quindi, non è semplicemente quanti governi siano guidati dalla destra radicale, ma piuttosto quanto la presenza di questi partiti stia condizionando anche i partiti della destra liberale.
La destra radicale può cambiare la politica anche senza governare
La destra radicale in alcuni Paesi europei è al governo, in altri sostiene esecutivi di centrodestra, in altri ancora è la principale forza di opposizione. Anche quando non arriva al governo può influenzare le politiche dei partiti tradizionali e l'intero dibattito politico europeo, soprattutto su temi come immigrazione, sicurezza, controllo delle frontiere e identità nazionale. La vittoria dell'AfD in Germania si inserisce in questo quadro: non significa che il partito governerà automaticamente, ma conferma quanto sia ormai difficile per gli altri partiti ignorarne il peso elettorale. Questo è forse il punto su cui concentrarsi: il successo elettorale dei partiti radicali può spostare verso destra l'intero dibattito politico, sia a livello nazionale che europeo.