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20 Maggio 2026
12:30

Ebola, cos’è il virus Bundibugyo: come si trasmette e perché l’OMS ha dichiarato emergenza globale

L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato lo scorso 16 maggio un'emergenza sanitaria di rilevanza internazionale. Il virus responsabile non è quello "classico" di Ebola, ma una specie meno conosciuta: il Bundibugyo, scoperto solo nel 2007.

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Ebola, cos’è il virus Bundibugyo: come si trasmette e perché l’OMS ha dichiarato emergenza globale
Con la verifica di Lorenzo Arena
Master in Controllo delle malattie infettive alla London School of Hygiene and Tropical Medicine. Già ricercatore presso l'università di Oxford.
ebola in africa

In Repubblica Democratica del Congo è in corso un'epidemia di Ebola, causata nello specifico dalla specie Bundibugyo (BDBV, Orthoebolavirus bundibugyoense), una delle quattro tipologie di Ebola finora identificate come patogene per l'uomo. Il 16 maggio 2026 il Direttore Generale dell'OMS, sulla base delle disposizioni del Regolamento Sanitario Internazionale, ha dichiarato la situazione una emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale (PHEIC, Public Health Emergency of International Concern). L'OMS ha tenuto a precisare che questa emergenza non equivale a una emergenza pandemica (pandemic emergency), segnala un'emergenza che richiede coordinamento internazionale, ma non implica un rischio elevato per la popolazione generale fuori dalla regione interessata. Per quanto riguarda l'Italia, il Ministero della Salute ha confermato tramite circolare che, a scopo puramente preventivo e in accordo con le raccomandazioni dell'OMS, sono stati attivati i protocolli di sorveglianza per il monitoraggio dei viaggiatori in arrivo dalle aree interessate dal focolaio.

Nella Repubblica Democratica del Congo si registrano al momento (dati 19 maggio del CDC degli Stati Uniti) 34 casi confermati e 536 casi sospetti, con 105 decessi. In Uganda sono stati confermati 2 casi, di cui 1 decesso, entrambi in persone che avevano viaggiato dalla Repubblica Democratica del Congo. Il primo caso sospetto attualmente noto è un operatore sanitario che ha riferito la comparsa di febbre, emorragie, vomito e forte malessere il 24 aprile 2026, ed è deceduto in un centro medico a Bunia, capoluogo della provincia di Ituri. Tuttavia, il numero totale di casi potrebbe essere sottostimati a causa della complessità della sorveglianza nelle zone rurali e della somiglianza dei sintomi con altre malattie endemiche, come la malaria.

Cosa sono i virus Ebola e quali sono le tipologie

Con "Ebola" si intende un gruppo di virus della famiglia Filoviridae, a RNA a singolo filamento, riconoscibili al microscopio per la loro forma filamentosa da cui prende il nome la famiglia. Il primo focolaio documentato risale al 1976 in due epidemie quasi simultanee in Sudan e nell'allora Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo), vicino al fiume Ebola da cui il virus prende il nome.

All'interno del genere Orthoebolavirus i Centers for Disease Control and Prevention statunitensi e l'OMS riconoscono oggi sei specie, ma solo quattro causano malattia confermata nell'essere umano e tre di queste in grado di scatenare grandi epidemie.

Il virus Ebola (specie Orthoebolavirus zairense, da cui la sigla EBOV) è quello scoperto nel 1976, responsabile della maggior parte dei focolai storici e dell'epidemia 2014–2016 in Africa occidentale che ha causato oltre 11.000 morti. La malattia che provoca si chiama Ebola Virus Disease (EVD) ed è quella con la letalità più alta – fino al 90% nei focolai non trattati, in media il 50% secondo l'OMS.

Il Virus Sudan (SUDV), identificato nello stesso 1976, causa la Sudan Virus Disease (SVD), con letalità storica tra il 41% e il 70% a seconda dei focolai. L'ultima specie con epidemie documentate è il Virus Bundibugyo (BDBV), isolato per la prima volta nel 2007 in Uganda. Causa la Bundibugyo Virus Disease (BVD), con una letalità storica più bassa rispetto agli altri ceppi intorno al 25–40% secondo i dati cumulativi WHO e CDC.

Il Virus Taï Forest (TAFV), invece, ha causato un singolo caso umano nel 1994 in Costa d'Avorio, in cui il paziente è sopravvissuto.  Le altre due specie del genere (Reston e Bombali) non hanno mai causato malattia accertata nell'uomo.

Come si trasmette: origine e contagio umano

Il "serbatoio naturale", ovvero l'animale che ospita il virus senza ammalarsi e da cui il virus salta all'uomo, si sospetta essere il pipistrello della frutta. Gli spillover all'uomo avvengono di solito attraverso il contatto con primati infetti, antilopi della foresta o pipistrelli, vivi o morti, in aree forestali. Non ci sono prove che le zanzare o altri insetti possano trasmettere i virus che causano la malattia Ebola.

Una delle ragioni per cui Ebola non si è mai diffuso a livello globale, come hanno fatto SARS-CoV-2 o l'influenza, sta nel suo meccanismo di trasmissione. Ebola non si trasmette per via aerea, cioè non viaggia su droplet o aerosol respiratori come fa un virus influenzale. Per passare da un individuo all'altro serve un contatto diretto con i fluidi corporei di una persona infetta che ha già sviluppato i sintomi, per esempio attraverso ferite, abrasioni, o mucose di occhi, naso e bocca.

I fluidi potenzialmente infettanti documentati sono sangue, vomito, feci, urina, saliva, sudore, lacrime, latte materno, liquido amniotico, sperma e secrezioni vaginali.

Sintomi della malattia da virus Bundibugyo

Dal punto di vista clinico la BVD è praticamente indistinguibile dalle altre malattie da virus Ebola. Il periodo di incubazione (il tempo tra il contatto con il virus e la comparsa dei primi sintomi) va da 2 a 21 giorni.

I sintomi iniziali sono aspecifici e somigliano a quelli di una sindrome influenzale severa come febbre alta improvvisa, stanchezza estrema, dolori muscolari, mal di testa, mal di gola. È la fase in cui la diagnosi clinica è più difficile, perché in molte aree endemiche convivono con Ebola anche malaria, febbre tifoide e meningite, che esordiscono in modo simile.

Il quadro evolve poi in una seconda fase con vomito, diarrea, dolori addominali, eruzioni cutanee, alterazioni delle funzioni renali ed epatiche. È in questa fase che il paziente perde grandi quantità di liquidi ed elettroliti, e la disidratazione diventa una delle prime cause di compromissione clinica.

Nei casi gravi compare la fase emorragica, quella che ha dato a Ebola la sua fama mediatica come "febbre emorragica". Il virus attacca le cellule endoteliali, quelle che rivestono l'interno dei vasi sanguigni, e interferisce con la cascata della coagulazione, provocando sanguinamenti interni ed esterni. Tuttavia, secondo OMS, le manifestazioni emorragiche non sono un sintomo così comune come si potrebbe pensare.

La diagnosi si fa attraverso RT-PCR (la stessa tecnica usata per il SARS-CoV-2), test antigenici e sequenziamento genomico, quest'ultimo fondamentale per distinguere BDBV dagli altri ceppi.

Cure, trattamenti e vaccino

Oggi disponiamo di strumenti efficaci contro l'Ebola "classica" (specie Zaire). Sul fronte preventivo, sono approvati i vaccini Ervebo e il regime Zabdeno/Mvabea. Sul fronte delle cure, l'FDA ha approvato due terapie con anticorpi monoclonali che legandosi alla glicoproteina del virus impediscono di infettare le cellule umane (Inmazeb ed Ebanga).

Nessun prodotto è stato finora autorizzato e dimostrato efficace contro il virus Bundibugyo. Le glicoproteine di superficie dei due virus sono abbastanza diverse da rendere gli anticorpi monoclonali esistenti, costruiti su EBOV, in larga parte inefficaci sul BDBV.

Il trattamento dei pazienti con BVD si basa quindi, oggi, soprattutto sulla terapia di supporto con reidratazione per via endovenosa con soluzioni elettrolitiche bilanciate, correzione degli squilibri di sodio, potassio e calcio, supporto pressorio nei pazienti in shock, ossigenoterapia e nutrizione adeguata.

Perché l'OMS ha dichiarato emergenza sanitaria internazionale

Prima del focolaio attualmente in corso, i casi documentati di malattia da virus Bundibugyo nel mondo erano contenuti in due soli episodi. Il primo focolaio venne registrato nel distretto di Bundibugyo, nell'Uganda occidentale al confine con la Repubblica Democratica del Congo, da cui il virus prende il nome. Il bilancio finale, come riporta l'OMS, fu di 131 casi e 42 morti, con una mortalità del 32%, la più bassa mai osservata per un focolaio di Ebola fino a quel momento. Il secondo focolaio storico venne dichiarato il 17 agosto 2012 nella provincia Orientale congolese, nelle aree di Isiro e Viadana. I numeri ufficiali OMS parlano di 59 casi totali (38 confermati e 21 probabili) e 34 decessi, con una letalità del 57%. L'epidemia fu dichiarata conclusa il 26 novembre 2012.

Il focolaio attuale si è originato secondo le indagini dell'OMS nella zona di Mongbwalu, un'area mineraria della provincia di Ituri (nord-est della RDC) ad alta densità di traffico, e si è poi diffuso alle vicine Rwampara e Bunia attraverso pazienti che si spostavano in cerca di cure. Il fatto che Ituri confini direttamente con Uganda e Sud Sudan, insieme ai due casi importati registrati a Kampala, ha spinto l'OMS a dichiarare lo scorso 17 maggio una emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale (PHEIC). È lo stesso strumento già attivato durante la grande epidemia di Ebola in Nord Kivu e Ituri tra il 2018 e il 2020 e durante quella in Africa occidentale tra il 2014 e il 2016.

mappa congo ebola:
Zone sanitarie colpite dalla malattia da virus Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo, al 16 maggio 2026. Credit: OMS

Le motivazioni ufficiali che hanno portato a questa decisione sono quattro. La prima sono le dimensioni del focolaio: al 16 maggio si contavano 246 casi sospetti, 80 decessi sospetti e 8 casi confermati in laboratorio in tre zone sanitarie dell'Ituri, oltre ai due casi in Uganda, che però sono comparsi a 24 ore di distanza l'uno dall'altro e senza alcun legame epidemiologico tra loro, un segnale che la circolazione virale a monte è probabilmente molto più ampia.

Un'analisi pubblicata il 18 maggio dal MRC Centre dell'Imperial College London insieme all'OMS stima che i casi reali in RDC siano tra 400 e 800, cioè il doppio o il triplo di quelli ufficialmente segnalati. Inoltre, ci sono segnali di propagazione attiva, sono in corso indagini anche in altre zone dell'Ituri e nel Nord Kivu, e quattro operatori sanitari dell'ospedale di Mongbwalu sono morti in soli quattro giorni, indicando violazioni dei protocolli di prevenzione delle infezioni.

La quarta motivazione è il contesto operativo: nella provincia di Ituri è in corso un conflitto armato che ha generato 273.403 sfollati.

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Matteo Galbiati
Junior Content Editor
Sono diventato Content Editor di Geopop dopo una laurea in Biotecnologie Mediche e Farmaceutiche e un'esperienza da ricercatore tra biomateriali e colture cellulari, ho infatti lasciato il laboratorio per la mia passione: la divulgazione scientifica. Quello che era nato come un gioco sui social per raccontare le biotecnologie si è trasformato in una professione, consolidata da un Master in Comunicazione Scientifica. Sono anche un instancabile sportivo, con una passione che spazia dal calcio al basket, passando per la corsa, il tennis e il football americano. Una passione a 360 gradi che oggi unisco al mio lavoro, raccontando il mondo dello sport anche nei miei articoli.  
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