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1 Giugno 2026
15:00

“Eigengrau” è il colore che vediamo a occhi chiusi: non è nero, ma un grigio “fabbricato” dal cervello

Quando chiudiamo gli occhi non vediamo il nero assoluto, ma un grigio scuro chiamato Eigengrau, dal codice esadecimale #16161D. Il fenomeno nasce dal "rumore" elettrico dei nostri fotorecettori e dall'attività spontanea della corteccia visiva, come dimostra uno studio sul macaco pubblicato su PNAS.

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“Eigengrau” è il colore che vediamo a occhi chiusi: non è nero, ma un grigio “fabbricato” dal cervello
Eigengrau

Quando chiudiamo gli occhi, quel "buio" che vediamo non è nero. Sembra esserlo, ma se ci si fa caso davvero quel che si percepisce è un grigio scuro pulviscolare, attraversato da piccoli puntini chiari che vanno e vengono. Ha persino un nome, Eigengrau, un termine tedesco che significa letteralmente "grigio intrinseco". È il colore che il nostro sistema visivo "fabbrica" quando non riceve alcuna luce dall'esterno, e che è più chiaro del nero che vediamo in piena luce guardando un oggetto nero. Il motivo è che il nero "vero" (codice esadecimale #000000) lo percepiamo per contrasto con ciò che lo circonda. Nell'oscurità totale, senza riferimenti, il cervello non ha contrasti da elaborare e ci restituisce questo grigio leggermente bluastro, oggi convenzionalmente associato nel mondo digitale al codice esadecimale #16161D. Questo è il risultato dell'attività spontanea della retina e della corteccia visiva, ovvero del rumore di fondo che il sistema nervoso produce anche quando non c'è nulla da guardare.

Il termine Eigengrau fu coniato a metà del XIX secolo dallo psicologo e fisico tedesco Gustav Theodor Fechner, tra i pionieri della psicofisica (la disciplina che studia la relazione matematica tra stimoli fisici e percezioni soggettive). Lo descrisse nei suoi Elemente der Psychophysik del 1860. In inglese non esiste una traduzione altrettanto efficace e nella letteratura scientifica si usano espressioni come visual noise ("rumore visivo") o brain gray ("grigio cerebrale"). Tutte provano a descrivere questa percezione visiva che persiste in assenza di stimolo luminoso.

Eigengrau-vs-black
Nero e Eigengrau a confronto. Credit: Sir Felix, CC BY–SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by–sa/4.0>, via Wikimedia Commons

Le cause sono due. La prima è nella retina, dove i nostri fotorecettori (le cellule che catturano la luce) non si spengono mai del tutto e continuano a "scaricare" segnali elettrici anche al buio. Questo fenomeno si chiama dark noise, rumore al buio, ed è causato dal semplice calore umano, che attiva spontaneamente alcune molecole di rodopsina, le stesse che si attivano quando arriva la luce, un meccanismo descritto già a inizio degli anni Novanta in uno studio pubblicato su Nature. Si crea così un falso allarme costante che il cervello interpreta comunque come informazione visiva.

La seconda causa è ancora più interessante e arriva dalla corteccia visiva, la prima area del cervello che elabora ciò che vediamo. Uno studio del 2014 pubblicato su PNAS dalla New York University e dall'Università di Pechino, guidato dal neuroscienziato Dajun Xing, ha registrato l'attività dei neuroni nella corteccia visiva di alcuni macachi mentre osservavano alternativamente quadrati neri e quadrati bianchi. Quando l'animale guardava il nero, i neuroni continuavano a scaricare in modo sostenuto per tutta la durata dello stimolo, mentre quando guardava il bianco, dopo una scarica iniziale i neuroni venivano quasi messi a tacere da circuiti inibitori. In altre parole, per il nostro cervello il buio non è "assenza di segnale", ma uno stato di attività neurale ben preciso, addirittura più rumoroso della visione di una superficie chiara. Secondo gli autori, almeno una parte dell'Eigengrau potrebbe derivare proprio da questa attività spontanea.

La percezione non è una semplice fotografia del mondo, ma una costruzione attiva del cervello, fatta anche di rumore e di attività spontanea. Quando chiudiamo gli occhi, quindi, non stiamo fissando il "nulla": stiamo letteralmente osservando il nostro cervello al lavoro.

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Matteo Galbiati
Junior Content Editor
Sono diventato Content Editor di Geopop dopo una laurea in Biotecnologie Mediche e Farmaceutiche e un'esperienza da ricercatore tra biomateriali e colture cellulari, ho infatti lasciato il laboratorio per la mia passione: la divulgazione scientifica. Quello che era nato come un gioco sui social per raccontare le biotecnologie si è trasformato in una professione, consolidata da un Master in Comunicazione Scientifica. Sono anche un instancabile sportivo, con una passione che spazia dal calcio al basket, passando per la corsa, il tennis e il football americano. Una passione a 360 gradi che oggi unisco al mio lavoro, raccontando il mondo dello sport anche nei miei articoli.  
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