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26 Luglio 2026
16:30

Gli, li, lo, loro: perché sbagliamo questi pronomi e quando usarli correttamente

A volte facciamo confusione, ma c'è una netta differenza tra i pronomi gli e li. Una guida pratica per evitare gli errori grammaticali più comuni in italiano e usare in modo corretto i pronomi clitici di terza persona.

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Gli, li, lo, loro: perché sbagliamo questi pronomi e quando usarli correttamente
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«Gli ho obbligati»; «vado a trovare i miei genitori e li porto delle mele». Sono frasi che può capitare di dire o di sentir dire ma che sono grammaticalmente sbagliate. La confusione si crea in particolare nella coppia di pronomi gli e li (a cui si aggiungono lo, la, le e loro): sono i cosiddetti pronomi clitici di terza persona, cioè "particelle" atone, senza accento proprio, che si appoggiano al verbo.

La cattiva notizia è che questi pronomi mettono in difficoltà l'intera Italia, da sud a nord, come ha registrato la stessa Accademia della Crusca raccogliendo per anni le domande e richieste di chiarimento. Quella buona è che anche in questo caso basta capire una sola regola per togliersi per sempre il dubbio.

Perché la terza persona è l'unica che ci mette in difficoltà

Con la prima e la seconda persona non sbagliamo, perché lo stesso pronome ci permette di rendere complemento oggetto diretto e complemento oggetto indiretto (o di termine), ovvero il destinatario dell'azione: il mi funziona sia per «mi vedi» (vedi me) sia per «mi dai» (dai a me). Vale lo stesso per ti (te e a te), ci (noi e a noi) e vi (voi e a voi).

Il problema nasce con la terza persona, dove l'italiano usa forme diverse a seconda del "ruolo" grammaticale del pronome, che può essere:

  • Oggetto diretto (chi subisce direttamente l'azione, senza preposizione): al maschile è lo al singolare e li al plurale. Lo vedo, li vedo.
  • Oggetto indiretto (il destinatario dell'azione, quello che risponde a "a chi?"): al maschile è gli al singolare e loro al plurale. Gli parlo, parlo loro.

Gli e li non sono forme intercambiabili, ma due pronomi clitici diversi, con funzioni sintattiche differenti, anche se si assomigliano e sono facili da confondere: gli significa "a lui"; li significa "loro" nel senso di "essi", come complemento oggetto.

Il trucco per risolvere il dubbio: a lui o a loro?

C'è un modo molto veloce per non sbagliare: prima di scegliere il pronome, provate a sostituirlo con la forma estesa. Se la frase regge un «a lui» / «a loro» (con la preposizione a), allora il pronome è indiretto e vince gli (o loro), quindi «telefono a lui» diventa «gli telefono». Se invece regge un semplice «lui» o «loro» senza preposizione, il pronome è diretto e vince lo / li, e «vedo loro» diventa «li vedo».

La scelta dipende dal verbo e dalla funzione svolta dal pronome nella frase: se il verbo è transitivo (regge un oggetto diretto, come "vedere", "obbligare", "chiamare") chiama lo e li; se è intransitivo e regge un complemento di termine (come "telefonare a" o "parlare a") chiede gli e loro.

Gli errori più comuni e gli esempi

Non si dice né scrive «Gli chiamo», ma «lo chiamo» o «li chiamo». È l'errore più diffuso e nasce dal contagio di telefonare. Dato che «gli telefono» è corretto (telefonare è intransitivo, si telefona a qualcuno), e che chiamare viene spesso usato come sinonimo di telefonare, si tende a trattarli allo stesso modo. Chiamare però è transitivo: si chiama qualcuno, non a qualcuno. Allo stesso modo, non si dice e scrive «Gli ho obbligati», bensì «li ho obbligati». Anche obbligare infatti è transitivo: si obbliga qualcuno (a fare qualcosa). Al plurale maschile serve dunque l'oggetto diretto li. Stessa logica per «li ho fatti scendere dalla macchina» (ho fatto scendere loro), non «gli ho fatti scendere».

«Li porto delle mele» è scorretto, si dice e scrive «gli porto delle mele». Qui l'errore è rovesciato: porto qualcosa a qualcuno, quindi la persona è l'oggetto indiretto. Vince gli, o, al plurale, loro: «porto loro delle mele». La forma "loro" è per le grammatiche l'unica forma davvero corretta per il plurale, mentre gli è considerato colloquiale. Il fatto che loro abbia due sillabe e non "entri" bene nella famiglia dei clitici monosillabici (mi, ti, lo, gli ecc.) è per la Crusca una delle ragioni per cui nel parlato anche al plurale è molto più diffuso gli.

Perché sbagliamo: i motivi fonetici, l'influenza dei dialetti e le origini

Ci sono due motivazioni che ci portano all'errore ed entrambe hanno a che vedere con la nostra provenienza. La prima è fonetica: gli e li si assomigliano e nella pronuncia veloce – complice in alcune aree la fonetica dialettale – tendono a scambiarsi o a ridursi entrambi a una semplice i. La Crusca precisa che si tratta di un errore di "esecuzione", di pronuncia rapida, che non deve intaccare la competenza, cioè la nostra capacità di distinguere i due pronomi quando li utilizziamo in forma scritta.

La seconda radice è il cosiddetto oggetto preposizionale, tipico dei dialetti meridionali e delle loro varietà regionali, dove l'oggetto diretto, se è una persona, viene spesso introdotto da "a": «ho visto a Giuseppe». Attenzione, però: anche in questi casi per la grammatica il pronome resta quello dell'oggetto diretto («l'ho visto», non «gli ho visto»).

C'è inoltre una motivazione storica. Gli e li in origine erano la stessa parola. La forma li deriva dal dativo latino ĭllī e nell'italiano antico era usata come oggetto indiretto, nel senso di "a lui" e "a lei".

Il problema è che coincideva anche con il li oggetto diretto maschile plurale: una stessa forma ma due funzioni – come succede ancora con il femminile le, che vale sia per "a lei" sia per "esse". Il li dativo subì una palatalizzazione, trasformandosi quando si trovava davanti a parole che iniziavano per vocale in gli. Il paradosso è che secoli dopo siamo tornati al punto di partenza: nel parlato quotidiano gli si sta di nuovo mangiando i suoi vicini, prendendo il posto di le, di loro e a volte perfino di lo. Come sempre, la lingua mostra le sue dinamiche ricorrenti, facendo giri immensi che poi, a volte, ritornano.

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