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13 Maggio 2026
7:00

Gli smartwatch misurano davvero lo stress?

Sempre più smartwatch promettono di monitorare il nostro livello di stress in tempo reale. Ma lo stress è un fenomeno complesso, che si manifesta su più livelli: soggettivo, fisiologico, ormonale. Nessun singolo parametro riesce ad essere catturare completamente. Quindi come fanno gli smartwatch a dire che siamo stressati?

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Gli smartwatch misurano davvero lo stress?
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Lo stress è una risposta adattiva del nostro organismo: di fronte a una minaccia o a una richiesta percepita come eccessiva, il corpo si mette in allerta, attivando una serie di meccanismi fisiologici e psicologici. Ma é vero che gli smartwatch riescono a misurare lo stress?

Lo stress si può misurare?

Sì, ma in parte e non con un solo numero. Lo stress si osserva su più livelli. C'è quello soggettivo: quanto una persona si sente sotto pressione e senza controllo. C'è quello fisiologico: battito cardiaco, respirazione, pressione, sudorazione, temperatura cutanea. E c'è quello ormonale, per esempio il cortisolo, che però va interpretato con cautela, perché cambia durante la giornata e dipende molto dal momento in cui lo misuri.

Tra tutti questi parametri, uno dei più noti è la variabilità della frequenza cardiaca, la cosiddetta HRV. Detto in modo semplice, misura quanto varia l'intervallo tra un battito cardiaco e l'altro. Il cuore, infatti, non batte come un metronomo perfetto. In generale, una HRV più flessibile si associa a una migliore capacità di adattamento. Ma attenzione: non va trasformata in una formula magica, perché è influenzata da molti fattori. È utile, ma da sola non basta.

Come fa uno smartwatch a dire che siamo stressati?

Molti smartwatch usano un sensore ottico al polso — chiamato fotopletismografo, o PPG — che rileva variazioni del flusso sanguigno periferico. Da lì stimano la frequenza cardiaca e ricavano, con alcuni limiti, anche indici collegati alla variabilità del battito. Alcuni dispositivi aggiungono altri segnali: movimento, qualità del sonno, temperatura cutanea e, in certi casi, attività elettrodermica — piccole variazioni della conduttanza della pelle legate alla sudorazione.

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Questo ha senso, perché quando il sistema nervoso autonomo si attiva, cambiano davvero variabilità cardiaca, tono vascolare, sudorazione e qualità del recupero. Poi entra in gioco l'algoritmo. Il dispositivo confronta questi segnali con il tuo andamento abituale, cerca pattern compatibili con uno stato di maggiore attivazione fisiologica e, se li trova, restituisce una stima che chiama stress.

In un certo senso, quindi, lo smartwatch non vede la tua ansia: vede le tracce che lascia nel corpo.

Il limite degli smartwatch: lo studio dell’Università di Leida 

Il battito cardiaco aumenta non solo quando siamo sotto pressione. Aumenta anche quando siamo eccitati per qualcosa di positivo, quando facciamo sport, quando abbiamo bevuto caffè. Il sensore degli smartwatch rileva l'attivazione fisiologica che spesso è legata a molti fattori esterni allo stress.

Un gruppo di ricercatori dell'Università di Leida ha messo alla prova proprio questa discrepanza in un pre-print pubblicato di recente. Per tre mesi hanno raccolto i dati di quasi 800 studenti che indossavano un Garmin Vivosmart 4, chiedendo loro anche quattro volte al giorno come si sentivano tramite brevi questionari sullo smartphone. Il risultato? Per la maggior parte degli individui non c'era quasi nessuna corrispondenza tra quello che il dispositivo classificava come stress e quello che le persone dichiaravano di sentire. "I dati del sensore di stress non sono chiaramente una misura oggettiva di quello che percepiamo come stress", ha dichiarato Eiko Fried, tra gli autori dello studio.

Per il sonno, invece, la corrispondenza era più solida: le persone che dormivano più ore tendevano anche a giudicare meglio la propria notte. Ma per lo stress, il divario tra il numero sul display e l'esperienza vissuta era sistematico e difficile da spiegare con semplici errori di misurazione.

Allora questi strumenti servono davvero?

Gli smartwatch possono quindi essere utili per cogliere tendenze generali nell'attivazione fisiologica, ma i loro limiti nella misurazione dello stress sono reali e documentati. I dati che producono non sono una misura diretta dell'esperienza soggettiva di stress, e trattarli come tali rischia di portare a interpretazioni fuorvianti. La ricerca in questo campo è ancora in corso, e una maggiore trasparenza sugli algoritmi utilizzati dai produttori sarebbe un passo necessario per valutarne davvero l'accuratezza.

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Giorgia Giulia Evangelista
Head of content development | Creator
Ho una laurea in Matematica e un dottorato in Neuroscienze Computazionali, che mi hanno permesso di realizzare il sogno di diventare scienziata: per anni mi sono dedicata alla ricerca, imparando il rigore del metodo scientifico e la meraviglia di sentirsi piccoli davanti alla vastità della conoscenza. Dopo quasi otto anni all’estero, ho portato questa esperienza anche fuori dai laboratori: come docente, nel mondo delle start-up e nella consulenza. In Geopop ho trovato lo spazio per coniugare la passione per la scienza, la divulgazione scientifica e la creatività. Curiosa dalla nascita, non credo di aver mai superato la fase dei “perché” dei bambini. Amo esplorare il mondo che ci circonda, capire come funziona il cervello e da dove nascono le idee.
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