
L'8 e il 9 novembre 1987 i cittadini italiani vennero chiamati alle urne per esprimersi su cinque quesiti referendari abrogativi, tre dei quali riguardanti specifici decreti legislativi che regolavano il settore del nucleare in Italia. L'affluenza elettorale fu elevata, anche per via del recente disastro di Chernobyl, con raggiungimento del quorum per tutti i quesiti, nonostante un'incidenza significativa di schede bianche o nulle, pari a circa il 13%. In Italia si tenne un altro referendum sul nucleare nel 2011, pochi mesi dopo l'incidente di Fukushina.
I 3 quesiti referendari sul nucleare del 1987
Il referendum non verteva direttamente sull'abolizione del nucleare in Italia, ma proponeva tre quesiti abrogativi avendo ad oggetto i decreti legislativi 18 dicembre 1973 n.856 e 10 gennaio 1983 n.8.
- Quesito 3: abrogazione delle facoltà del CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) di deliberare unilateralmente sulla localizzazione delle centrali nucleari in assenza di accordo tra gli enti locali interessati.
- Quesito 4: eliminazione dei contributi compensativi agli enti locali ospitanti centrali nucleari o a carbone.
- Quesito 5: esclusione della possibilità dell'ENEL (Ente Nazionale per l'Energia Elettrica) di promuovere la costruzione di impianti nucleari tramite società/enti stranieri o assumere partecipazioni che abbiano ad oggetto la loro realizzazione/gestione all'estero.
Il nucleare in Italia negli anni '80
Al tempo del referendum, sul territorio italiano erano presenti quattro centrali elettronucleari:
- Centrale di Borgo Sabotino, Latina: reattore Magnox da 210 MWe, attiva commercialmente dal 1964
- Centrale del Garigliano, Sessa Aurunca: reattore ad acqua bollente (BWR) da 160 MWe, ferma dal 1982
- Centrale Enrico Fermi, Trino Vercellese: reattore ad acqua pressurizzata (PWR) da 270 MWe, operativa dal 1965
- Centrale di Caorso, Piacenza: reattore BWR di seconda generazione da 860 MWe, in esercizio commerciale dal 1981

Negli anni Settanta, la crisi energetica scaturita dal conflitto arabo-israeliano provocò un'impennata dei prezzi di importazione dei prodotti petroliferi, inducendo il governo italiano a emanare nel 1975 il primo Piano Energetico Nazionale (PEN). Tale programma puntava a potenziare la componente elettronucleare nel mix energetico, prevedendo l'installazione di otto nuove unità nucleari su quattro siti dedicati, oltre alla realizzazione di prototipi per filiere reattoristiche innovative.
Gli incidenti di Three Mile Island e Chernobyl
Due eventi critici accelerarono il declino del nucleare italiano. Il 28 marzo 1979 si verificò la fusione parziale del nocciolo del reattore presso la centrale di Three Mile Island in Pennsylvania (USA): pur senza vittime nè feriti, si registrò una limitata dispersione di materiale radioattivo in ambiente. Due mesi dopo, una manifestazione a Roma radunò circa 20 mila persone, allarmate per la sicurezza degli impianti nucleari. Inoltre, l'incidente statunitense influì indirettamente sulla decisione di non riavviare la centrale del Garigliano e posticipò l'avvio dell'esercizio commerciale per quella di Caorso.
Nonostante ciò, la componente atomica rimase elemento cardine anche del PEN del 1985, che stabiliva la costruzione di ulteriori nuove unità nucleari per una capacità installata di 12 GW entro il 2000. Il 26 aprile 1986, il disastro di Chernobyl, con l'esplosione del nocciolo del reattore e la consistente dispersione di materiale altamente radioattivo in atmosfera, segnò profondamente l'opinione pubblica italiana, ravvivando il dibattito sulla sicurezza impiantistica. Le successive proteste accelerarono l'inversione di tendenza nelle politiche energetiche nazionali e l'espansione del fronte antinucleare.
La campagna referendaria fu segnata da un aspro confronto pubblico. Movimenti ambientalisti e partiti di sinistra promossero il "SI" abrogativo, qualificando la consultazione referendaria come strumento per arrestare lo sviluppo del nucleare in Italia, al fine di promuovere fonti di energia alternative. Viceversa, settori politici e industriali continuarono ad evidenziare il ruolo rilevante della componente atomica per la generazione elettrica.
Risultati e successive implicazioni
Circa 29.9 milioni di cittadini italiani si presentarono alle urne, pari al 65.1% degli aventi diritto di voto. Tutti e tre i quesiti sul nucleare superarono il quorum con la prevalenza netta del "SI" abrogativo: 80.57% (quesito 3), 79.71% (quesito 4) e 71.86% (quesito 5). I risultati furono una chiara espressione della volontà popolare di interrompere qualsiasi sviluppo al programma nucleare nazionale. Pertanto, come naturale conseguenza, venne disposto lo stop definitivo alle operazioni commerciali di tutte le centrali nucleari presenti sul territorio italiano e i lavori inizialmente previsti per l'impianto di Montalto di Castro, furono riorientati per la realizzazione dell'unità a policombustibile Alessandro Volta. Nel 1999, la SOGIN (Società Gestione Impianti Nucleari) acquisì le quattro ex-centrali per gestirne lo smantellamento, segnando la fine irreversibile della produzione elettronucleare in Italia.