1 Dicembre 2023
7:01

Il crollo della diga del Gleno, 100 anni fa il disastro “dimenticato”

1° dicembre 1923: il crollo della diga sul torrente Gleno riversò una fiumana d'acqua che travolse diversi paesi in Val di Scalve e in Val Camonica, provocando 356 vittime. A 100 anni dal cosiddetto "altro Vajont" non sono ancora accertate colpe e responsabilità.

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Il crollo della diga del Gleno, 100 anni fa il disastro “dimenticato”
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Oggi ricorre il centenario del primo disastro ingegneristico nelle Alpi: il crollo della diga del Gleno, avvenuto il 1° dicembre 1923 nella Val di Scalve e nella Val Camonica, tra Bergamo e Brescia. Un fenomeno ben differente dal più noto disastro del Vajont, perché a differenza di quest'ultimo la diga crollò, causando il riversamento di ingenti quantitativi di acqua e fango nei territori a valle, con la conseguente morte di 356 persone e un disastro che ha segnato uno spartiacque di vita per chi invece è sopravvissuto.

Il crollo, immerso nell'orrore della tragedia, manifesta ancora oggi opacità sulle cause e sulle dinamiche che lo hanno portato fino ai giorni nostri.

Il disastro del Gleno

Il bacino confinato dalla diga era stato riempito per la prima volta meno di un mese e mezzo prima del crollo, il 22 ottobre 1923, in seguito ad abbondanti precipitazioni. Durante le settimane successive vi furono fuoriuscite d'acqua dalla parte centrale della struttura. La diga crollò definitivamente alle ore 7:15 del mattino, quando un volume di 6 milioni di m3 d'acqua si riversò a valle fino a raggiungere il lago d'Iseo verso le 8 del mattino: una distanza di circa 40 km coperta dalla fiumana nell'arco di 45 minuti, con una velocità media di circa 50 km/h. Furono colpiti svariati borghi, con danni anche gravissimi, e le centrali di Povo e Valbona. Il crollo provocò purtroppo 356 vittime stimate.

La costruzione della diga del Gleno

Il progetto del Gleno si colloca storicamente all'inizio del Novecento, periodo in cui era alto il desiderio di creare sempre più energia idroelettrica, tramite quindi centrali idroelettriche. In questo contesto, la geomorfologia del territorio alpino ben si prestava alla costruzione di importanti dighe, come di fatto poi è successo. Il torrente Gleno nel comune di Vilminore, nella Valle di Scalve, si prestava all'opera idraulica a servizio dell'azienda Fratelli Viganò, che aveva ottenuto il benestare per l'utilizzo dell'opera al fine di costruire una centrale idroelettrica e rendere la stessa indipendente dal punto di vista energetico.

La costruzione della diga seguì le vicissitudini della Prima guerra mondiale, iniziando nel 1907 e concludendosi nel 1923, appena quattro mesi prima del disastro.

La ricostruzione storica dell'accaduto rimarca alcune incongruenze di progettazione, sia di carattere idraulico che strutturale:

  • dal punto di vista idraulico, pare che la diga avesse, al termine della costruzione, una capacità di invaso maggiore di quella autorizzata;
  • invece, dal punto di vista strutturale si ebbe una variazione sostanziale della tipologia costruttiva in corso d'opera, anche denunciata durante i controlli susseguitisi sul cantiere.

Perché la diga è crollata

Sebbene sia un sistema idraulico mastodontico e complesso, soprattutto per la sua interazione con il contesto geologico e geotecnico, il funzionamento di una diga dal punto di vista strutturale mantiene una sua “semplicità”. La diga è sostanzialmente un muro di sbarramento, o contenimento, dell'acqua che ritroviamo a monte della stessa. Visto che, in assenza di questo muro, l'acqua tenderebbe ad allontanarsi e spostarsi verso valle, l'impedimento di questo movimento da parte della diga causa un'azione dell'acqua sulla diga stessa, chiamata spinta idrostatica. Ci troviamo di fronte a questo enorme muro sollecitato da una forza che deve diffondersi in sicurezza alle fondazioni della diga. Per far sì che ciò sia possibile, la diga deve essere sufficientemente resistente da garantire questo trasferimento, solitamente in strati sufficientemente rigidi e resistenti di roccia.

In questo caso, la diga cambiò la sua conformazione strutturale durante la sua costruzione, passando da una struttura cosiddetta a gravità (cioè che reagisce alla spinta idrostatica contrastandola con il suo stesso peso) a una struttura ad archi multipli (cioè con una forma geometrica tale da riportare le azioni di spinta sugli strati laterali di fondazione). Tuttavia, praticamente la parte centrale di questa nuova struttura poggiava sullo stesso muro a gravità già realizzato, mentre la rimanente parte laterale fu incastonata nella roccia. La variazione strutturale proposta, a opera appunto dell'ingegnere Santangelo, voleva affrontare in corso d'opera le variazioni normative in tema di progettazione di dighe degli anni ‘2o.

Questa variazione di conformazione strutturale è stata certamente causa di un indebolimento nella zona di contatto tra le due opere che, se non ben studiato dal punto di vista costruttivo, può essere l'innesco di un possibile meccanismo di crollo, in quanto la parte superiore (ad arco) non riesce a trasferire i carichi alla parte inferiore (a gravità). Di fatto, la diga ha subito una vera e propria frattura nella parte centrale della stessa, causano uno sgretolamento di questa parte e il conseguente crollo con fuoriuscita dell'acqua e il suo allontanamento a valle. La zona di crisi sembrerebbe quindi confermare questa teoria.

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Il processo e le indagini sulle possibili cause

Dopo una prima condanna per omicidio colposo del proprietario dell'azienda Viganò e dell'ingegnere Santangelo (progettista dell'opera), il processo si concluse ufficialmente nel 1928 rimuovendo le condanne per insufficienza di prove.

Il processo dell'epoca e le indagini svolte successivamente non sono riusciti a identificare un'effettiva causa del crollo, certamente da ricercare – come sempre – in una serie di concause. Le principali ipotesi vedono combinare:

  • un errore di progettazione associato al collegamento strutturale muro-archi (zona debole prima descritta, certamente catalizzatore del crollo);
  • la presenza di materiali scadenti da costruzione, come cemento e calce non di ottima qualità;
  • la mancanza di un efficace giunto idraulico tra la parte a gravità e quella ad arco della diga, fonte di ulteriore indebolimento tra le due zone strutturali tipologiche.

Cosa rimane oggi della diga

La parte di struttura che ha superato la crisi – vista la fuoriuscita di acqua dalla parte centrale del manufatto – rimane a oggi perfettamente integra e in piedi: rappresenta ormai solo un monumento alla tragedia che si consumò 100 anni fa. La Valle della Diga del Gleno si trova a 1500 metri circa di altitudine ed è diventata, in seguito anche dell'evento, una ricercata meta turistica. Alle spalle dei resti della diga si trova ora un lago che è diventato attrazione ogni anno di appassionati di trekking e montagna, dove natura e storia ricalcano i segni di quanto tristemente accaduto.

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