
Sta diventando la normalità: ringraziare l'assistente IA del telefono, sfogarsi con lui o descrivergli un problema emotivo/sentimentale per ricevere suggerimenti e cercare sollievo. Cioè, quello che sta succedendo è che, anche se sappiamo che sono solo programmi, stabiliamo con loro legami intimi. Un nuovo studio, pubblicato sulla rivista Technology and Society, ci spiega qualcosa di più rispetto a quanto già sapevamo fino ad ora.
Perché ci confidiamo con i chatbot
Oramai siamo circondati da assistenti conversazionali sempre più evoluti che sanno replicare le caratteristiche di tecnici e consulenti, ma anche di un apparente amico e confidente. Noi utenti ci rivolgiamo a loro sempre più per confessare segreti, esprimere affetto o cercare supporto per gestire il dolore e alleviare la solitudine.
Il report prodotto da Microsoft sul suo chatbot Copilot ci dice chiaramente che, nel 2025, i chatbot utilizzati da telefono vengono interrogati spesso su temi personali e argomenti esistenziali. Uno studio recentissimo pubblicato su Technology and Society mostra che, su circa 5.300 persone utilizzatori di chatbot provenienti da Germania, Cina, USA e Sud Africa, il 48% considera l'assistente un amico, il 61% si mostra educato dicendo "grazie" o "per favore" e il 35% ne sente la mancanza dopo giorni di inutilizzo.
Questa tendenza raddoppia per i chatbot progettati esplicitamente per la compagnia sociale, dove oltre la metà degli utenti sviluppa un legame stabile. Lo smartphone è diventato lo strumento d'elezione per questa intimità. Se di giorno sul computer d'ufficio domina il lavoro, la sera sul cellulare gli utenti si dedicano al benessere e alla crescita personale, con picchi di conversazioni su amore e problemi di coppia a ridosso di festività come San Valentino.
Quali sono le cause psicologiche che ci spingono a legarci all'AI e i rischi: lo studio
Lo studio pubblicato su Technology in Society identifica nel "supporto emotivo percepito" la causa principale per cui scegliamo sempre di più di confidarci con i chatbot. Sono tre gli elementi che apprezziamo particolarmente: la riduzione della solitudine, l'assenza di giudizio e il totale senso di riservatezza che ci suscitano.
A detta dei partecipanti all'indagine, il chatbot offre un'interazione priva di valutazioni morali: un utente sa di poter confessare un errore professionale o un problema di salute senza temere disapprovazione sociale e, di conseguenza, questo favorisce un'apertura eccezionale. Il 20,9% degli utenti preferisce confidare i propri segreti più profondi a un chatbot piuttosto che ad amici stretti, familiari o professionisti della salute.
L'attaccamento, tuttavia, varia in base alla cultura. In Cina e Sudafrica il legame è più intenso: circa due terzi degli utenti apprezzano l'assenza di giudizio dei chatbot e la tutela della privacy, mentre in Germania solo un terzo degli utenti si sente del tutto libero dal giudizio altrui e circa la metà ne valorizza la riservatezza. Nelle regioni occidentali, tendenzialmente più eterogenee e pluraliste, l'ansia da valutazione morale è meno sentita e riduce la sensazione di necessità di un confidente digitale.
Inoltre, la ricerca smentisce un luogo comune: non sono le persone isolate a legarsi di più alla tecnologia. Al contrario, gli utenti con una rete di amicizie reali più vasta mostrano un attaccamento emotivo superiore. Questo coinvolgimento ha però un prezzo: ha la possibilità di tradursi in dipendenza. Più forte è l'attaccamento, più gli utenti dichiarano difficoltà a vivere e lavorare senza chatbot, più rischiano di ritirarsi dal loro network di amicizie, mostrandosi disposti ad acquistare versioni premium pur di non interrompere l'interazione.