
In Thailandia esiste un tempio buddista costruito utilizzando oltre un milione di bottiglie di vetro verdi e marroni. Si chiama Wat Pa Maha Chedi Kaew e si trova nella provincia di Sisaket, vicino al confine con la Cambogia a circa 600 km da Bangkok. Unico nel suo genere, presenta pareti, colonne, coperture e apparati decorativi realizzati impiegando contenitori di bevande vuoti recuperati dall’ambiente – in prevalenza bottiglie di birra dei marchi Heineken e Chang – insieme ai relativi tappi metallici. Nato negli anni Ottanta come iniziativa ecologica dei monaci, il tempio è un particolarissimo esempio di riuso dei materiali, oltre che una meta turistica internazionale.
Il tempio delle bottiglie: dove si trova e come è nato
Il tempio di Wat Pa Maha Chedi Kaew sorge nell’area rurale del distretto di Khun Han, nella provincia thailandese di Sisaket, a circa 600 chilometri da Bangkok e non lontano dal confine cambogiano. Il nome con cui è più conosciuto nel mondo, Temple of a Million Bottles, ne anticipa fama e peculiarità dell'architettura, ma è anche una semplificazione. Subentra infatti quando il numero di bottiglie è già enorme e ne arrotonda la cifra; già tra il 2008 e il 2009, infatti, alcune fonti parlano di "oltre 1,5 milioni" di bottiglie, aggiornando di fatto la stima.

La sua storia inizia nel 1984, quando i monaci locali cominciano a raccogliere bottiglie per decorare i propri rifugi: una pratica nata dalla volontà di ripulire il territorio dal vetro abbandonato nelle campagne e che attira presto nuove donazioni, dapprima dagli abitanti e in seguito dalle province limitrofe, portando a perfezionare il metodo e ad adattarlo progressivamente alla costruzione. L’applicazione si estende così all’edificazione del tempio principale – il primo del complesso che richiederà circa due anni di lavoro dal 1984 al 1986 – e di una ventina di altri edifici ultimati nel corso del tempo con l'arrivo di nuove bottiglie. L’iniziativa collettiva, la cui risposta concreta al problema dei rifiuti si avvita alla dimensione spirituale, da forma dunque a un’architettura immediatamente riconoscibile e unica nel suo genere, nonché a un emblematico esempio di riuso creativo.
Come è stato costruito: aspetti strutturali e tecnici
Il tempio, naturalmente, non si sostiene sulle sole bottiglie: queste svolgono una funzione sia costruttiva sia decorativa, ma la stabilità dell’insieme è verosimilmente garantita da un'anima in calcestruzzo e dall'adozione della malta. Una volta raccolte e selezionate, le bottiglie verdi e marroni vengono inglobate nelle murature come elementi di rivestimento e riempimento, trovando impiego, in senso orizzontale e verticale, su pareti, pilastri, cornici delle finestre, corrimano, camminamenti, tetti e linee di gronda. I tappi metallici e i fondi di bottiglia, invece, sono utilizzati per realizzare mosaici figurativi e per ritmare superfici e pavimenti, contribuendo ulteriormente all’apparato ornamentale del complesso. L’architettura riprende sostanzialmente le forme e i caratteri propri della tradizione locale, ma le rilegge adottando un materiale del tutto inusuale.
Oltre al tempio principale, appartengono al complesso un chedi o piccolo stupa, sale di preghiera, la torre dell’acqua, le abitazioni dei monaci, i bagni e il crematorio. L’ubosot, ossia la sala delle ordinazioni, si trova al centro di uno scenografico specchio d’acqua ed è raggiungibile percorrendo un piccolo ponte. Accanto si trovano anche il wiharn, lo spazio dedicato alla meditazione, oltre al campanile e alla scultura di un Buddha decorata con vetro recuperato: strutture che, insieme, costituiscono i principali punti di interesse.
Curiosità e impatto ambientale
Tra le curiosità legate al Wat Pa Maha Chedi Kaew spicca il paradosso etico-religioso: sebbene nella disciplina buddista il consumo di alcol sia generalmente scoraggiato, gran parte dei tappi metallici e delle bottiglie di vetro impiegati nel tempio proviene da birre come Heineken, Singha e Chang (anche se non mancano contenitori di bevande energetiche, tra cui Red Bull). Questo contrasto trova una sua coerenza proprio alla luce della visione buddista che invita al non-attaccamento materiale e al non-spreco. Il riuso trasforma così oggetti di consumo in un bene condiviso – nella fattispecie un luogo sacro – reinterpretando la materia in chiave etica e ambientale. Secondo il credo buddista, quest'ultima può infatti essere plasmata e ri-significata: concetto che incarna anche una certa attenzione al contesto e all’ambiente, in sintonia con un’etica della responsabilità e della consapevolezza.
Una curiosità di natura più tecnica riguarda infine il riuso diretto dei contenitori di vetro; quest'ultimo tende ad avere un’impronta energetica migliore rispetto al riciclo con rifusione, perché banalmente evita il processo industriale di remelting ad alte temperature. Un importante studio condotto dai ricercatori del National Renewable Energy Laboratory conferma la teoria, dimostrando che si tratti della soluzione effettivamente preferibile in termini di energia, benché il vetro, vale la pena ricordarlo, sia un materiale riciclabile all’infinito senza perdita di qualità.