
Ci stiamo abituando a guardare il cielo per capire quanto stia cambiando il nostro clima. Monitoriamo ondate di calore record, guardiamo i modelli meteo per capire dove colpirà la prossima tempesta, ma se vi dicessimo che per comprendere davvero la fisica del tempo che farà domani possiamo guardare anche in acqua? Nel periodo 1993-2022, il livello medio globale del mare è aumentato in media di 3,3 ± 0,3 mm all'anno. Si tratta di un fenomeno che ha radici lontane: è iniziato nell'Ottocento e ha poi assunto dimensioni maggiori a partire dal 1990. Secondo studi recenti della World Meteorological Organization (WMO) il livello medio dei mari sale a un ritmo di 4,3 millimetri all'anno, innalzamento che va di pari passo con l'erosione costiera.
Questo fenomeno, però, risponde a cause differenti: sebbene i fattori principali siano il riscaldamento e la fusione dei ghiacci, l'intero quadro viene influenzato e aggravato anche da altre componenti antropiche, come le microplastiche. Gli studi scientifici di istituzioni come l'IPCC e la WMO evidenziano infatti che c'è una precisa correlazione tra il riscaldamento, l'accumulo di microplastiche e l'innalzamento dei mari. Tutti questi elementi insieme sono il sintomo visibile di un pianeta che sta accumulando energia a ritmi impressionanti.
Perché l’innalzamento dei mari è un problema di riscaldamento globale e meteo
Perché il mare sale in questo modo se l'aria si scalda? La risposta sta principalmente in un fenomeno fisico elementare: l'espansione termica. Funziona esattamente come il vecchio termometro al mercurio che usavamo da bambini. Quando un fluido si scalda, le sue molecole iniziano ad agitarsi e a occupare più spazio, di conseguenza si dilatano e il volume aumenta.
Secondo l'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) più del 90% del calore in eccesso intrappolato dall'effetto serra viene assorbito proprio dagli oceani. L'acqua marina pertanto aumenta di volume semplicemente perché è più calda. A questo poi si aggiunge l'apporto della fusione delle calotte polari, riversando nuova acqua nei bacini.
Se guardiamo alle proiezioni future per la fine del secolo, i dati si fanno ancora più preoccupanti. In uno scenario ad alte emissioni: il livello globale del mare è molto probabilmente destinato a salire tra 0,5 e 1,9 metri entro il 2100, con un valore massimo superiore di 90 cm rispetto alle proiezioni più recenti dell'IPCC (0,6-1,0 metri).
Il calore così accumulato rappresenta un gigantesco catino di energia, che rischia di sprigionarsi sotto forma di violente perturbazioni, cicloni, temporali e altri eventi atmosferici estremamente violenti. La temperatura delle superfici marine, infatti, influenza tutto il meccanismo della pressione e dell'evaporazione dell'acqua.
Esiste una legge fisica fondamentale, l'equazione di Clausius-Clapeyron, che detta la seguente regola: per ogni grado in più di temperatura dell'aria, l'atmosfera può trattenere circa il 7% di umidità in più. Immaginate l'aria sopra il mare come una spugna. Più fa caldo, più questa spugna diventa grande e capace di assorbire vapore acqueo. Quando questa spugna invisibile si riempie, accumula quello che in termodinamica si chiama calore latente.
Che cos'è? E' l'energia che l'acqua immagazzina quando passa dallo stato liquido a quello gassoso. Questa energia non sparisce nel nulla, rimane lì dentro e viene rilasciata tutta insieme quando il vapore condensa per formare le nuvole. Ecco spiegato il vero carburante per i temporali estremi, per le alluvioni lampo e anche per quei cicloni mediterranei (cosiddetti Medicane) che ormai assomigliano sempre di più a veri e proprio uragani tropicali.
Il ruolo delle microplastiche nei cambiamenti climatici
Ad aggravare questo scenario si innesta un altro grave problema per il nostro Pianeta: i 24 trilioni di frammenti di plastica che galleggiano nelle nostre acque. La plastica in mare non si muove a caso, ma viene trasportata dalle correnti oceaniche superficiali, generate direttamente dai grandi sistemi di vento della Terra, come gli Alisei. Le famose "isole di plastica" si formano non a caso all'interno dei grandi vortici oceanici subtropicali, che coincidono geometricamente con le zone di alta pressione semi-permanente della circolazione atmosferica globale. Dove l'atmosfera crea una calma di vento sotto un robusto anticiclone, le acque iniziano a girare su se stesse creando un imbuto e accumulando tutti i detriti al centro.
Ma il vero problema climatico sorge quando questa marea di frammenti si degrada sotto l'azione dei raggi solari e dell'acqua calda: le microplastiche iniziano a rilasciare gas serra come metano ed etilene, capaci di intrappolare ulteriore calore nello strato d'aria a diretto contatto con la superficie marina. Come se non bastasse, tutta questa plastica altera localmente l'albedo marino, ovvero la capacità del mare di riflettere la luce del sole. Pensate a quando d'estate indossate una maglietta bianca o una nera: la bianca riflette la luce e vi tiene freschi (alto albedo), la nera la assorbe e vi fa sudare (basso albedo). Il mare pulito ha il suo equilibrio di riflessione, ma una patina di microplastiche e detriti scuri altera questo specchio naturale, portando il mare ad assorbire ancora più radiazione solare. Il mare si scalda di più e si modificano i micro-scambi di calore tra acqua e aria. Le microplastiche agiscono, quindi, come un vero e proprio acceleratore del riscaldamento globale.
Se l'oceano e i mari, che sono il vero serbatoio energetico del Pianeta, continuano a caricarsi di calore a questo ritmo, il meteo del futuro prossimo sarà inevitabilmente caratterizzato da una grave estremizzazione. L'atmosfera scaricherà il calore accumulato con fluttuazioni sempre più violente, passando da ondate di caldo bollente a violenti nubifragi e alluvioni lampo in pochissimo tempo. Per cercare di arginare questo processo lo studio e il monitoraggio dei mari, della loro temperatura e della loro pulizia sono fondamentali quanto lo studio e il monitoraggio del cielo e degli eventi atmosferici in sé.