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15 Agosto 2026
17:00

La falsa partenza nell’atletica è rilevata da un sensore: scatta se si parte prima del via o entro i 100ms

Nell'atletica una falsa partenza non è soltanto partire prima dello sparo, perché un velocista viene squalificato anche se si muove dopo ma troppo in fretta. Sotto i 100 millesimi di secondo il regolamento presume che abbia indovinato il segnale invece di reagirvi, e quel limite nasce da una misura del 1947.

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La falsa partenza nell’atletica è rilevata da un sensore: scatta se si parte prima del via o entro i 100ms
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Agli Europei di atletica leggera in corso a Birmingham dal 10 al 16 agosto 2026, ogni partenza dai blocchi viene misurata da un sensore nascosto che calcola quanto tempo passa fra lo sparo e la spinta di ciascun velocista. Se quel tempo risulta inferiore a un decimo di secondo, l'atleta viene squalificato anche se è uscito dai blocchi dopo il segnale di partenza. Non si tratta di un errore del regolamento ma di una scelta precisa, perché si ritiene che nessuno possa reagire davvero così in fretta e che chi ci riesce stia partendo a intuito. A decidere, insomma, non è l'occhio del giudice, e il limite che il sensore applica nasce da un esperimento condotto oltre settant'anni fa.

Che cosa conta come falsa partenza

Il regolamento tecnico della World Athletics prevede due infrazioni diverse che portano allo stesso esito. La prima è la partenza anticipata in senso letterale, e il regolamento la definisce come "perdita di contatto". Nella partenza dai blocchi l'atleta commette falsa partenza quando uno dei piedi lascia la pedana oppure quando una delle mani si stacca dal terreno prima dello sparo. Un velocista che, ad esempio, alza il bacino e lo riabbassa tenendo mani e piedi al loro posto non viene squalificato, anche se può ricevere un richiamo disciplinare per condotta scorretta.

La seconda infrazione è quella che genera più discussioni, perché riguarda atleti partiti dopo lo sparo. Se il sistema elettronico registra un tempo di reazione inferiore a 100 millesimi di secondo, la gara viene fermata e il responsabile squalificato. Il ragionamento è che un decimo di secondo sia il tempo minimo necessario perché un suono raggiunga l'orecchio, venga elaborato dal cervello e si traduca in una contrazione muscolare, per cui chi si muove prima non ha sentito lo sparo ma lo ha previsto.

La decisione viene comunicata con cartellini colorati: il rosso e nero diviso in diagonale significa squalifica, il verde comunica a tutti che nessuno ha sbagliato e che la gara riparte, mentre il giallo e nero resta in uso soltanto nelle prove multiple, dove gli atleti di decathlon ed eptathlon hanno ancora diritto a un errore prima dell'esclusione.

cartellini atletica
Tre cartellini usati per comunicare le decisioni di falsa partenza.

Da dove arriva il limite dei 100 millesimi di secondo nell’atletica

Il numero non è stato ricavato misurando il cervello di un velocista, ma la pressione dei suoi piedi. Nel 1947 lo statunitense Henry Franklin studiò come cambia la spinta di un atleta sui blocchi durante l'avvio e disegnò la curva corrispondente. La spinta non arriva al massimo all'istante, ma cresce progressivamente fino a superare i 50 kg, e Franklin notò che intorno ai 25 kg la crescita diventava regolare. Quel punto venne scelto come momento convenzionale in cui la partenza ha inizio e venne collegato ai tempi di reazione, arrivando al limite dei 100 millesimi.
La conseguenza è che il tempo di reazione che leggiamo nei risultati non è l'istante in cui il velocista ha sentito lo sparo, ma il momento in cui la sua spinta ha superato una certa forza. Sono due concetti diversi, e la differenza dipende anche da quanto rapidamente un atleta riesce a sviluppare forza con le gambe.

Come sono fatti i blocchi

Il regolamento impone i blocchi in tutte le gare fino ai 400 metri compresi, prima frazione delle staffette inclusa, e li vieta in tutte le altre. Un ottocentista parte quindi in piedi, mentre un quattrocentista è obbligato a partire dai blocchi. La struttura è semplice: due pedane, contro cui l'atleta preme i piedi, sono montate su un telaio rigido che non deve muoversi durante la spinta.

Le pedane sono inclinabili e scorrevoli avanti e indietro l'una rispetto all'altra, così che ogni velocista possa trovare la propria posizione, e la loro superficie è fatta per accogliere i chiodi delle scarpe. Il telaio viene ancorato alla pista con puntali che danneggiano il meno possibile il manto sintetico, e nessuna sua parte può sovrapporsi alla linea di partenza, anche se la coda può sporgere nella corsia esterna, concessione utile a chi parte in curva e vuole orientare la spinta verso la traiettoria più diretta.

L'attrezzo nasce ben prima dell'elettronica. Il primo brevetto riconosciuto è del 1927 e porta il nome dello statunitense George Bresnahan, che propose un appoggio in legno regolabile per sostituire le buche che i velocisti scavavano nella pista in cenere con una paletta. Ai Giochi Olimpici i blocchi compaiono per la prima volta a Londra nel 1948.

starting blocks omega
Blocchi di partenza. Credit: Omega

I sensori e gli altoparlanti

Ogni pedana contiene un sensore che registra la forza esercitata dal piede migliaia di volte al secondo, abbastanza da ricostruire l'intera curva della spinta e da individuare il momento esatto in cui ha superato la soglia. Quando il sistema rileva una reazione sotto i 100 millesimi manda un segnale acustico nelle cuffie del giudice di partenza, che deve fermare immediatamente la gara e richiamare gli atleti.

Il sensore però non distingue da solo una spinta vera da un semplice assestamento del piede contro la pedana, che pure fa variare la pressione. Per questo i sistemi filtrano il segnale, cercando il tipo di variazione tipico di una partenza e ignorando i piccoli movimenti precedenti.

Nel telaio dei blocchi è alloggiato anche un altoparlante, e la ragione riguarda la velocità del suono. Le corsie sono larghe 1,22 metri, per cui fra il centro della prima e quello dell'ottava corrono 8,54 metri, distanza che il suono percorre in circa 25 millesimi di secondo. Con lo starter posizionato di lato, ogni corsia di distanza in più comportava quindi un ritardo di circa 3,6 millesimi, e il velocista dell'ottava corsia sentiva lo sparo con un ritardo rispetto a quello della prima pari a un quarto della soglia stessa che distingue una partenza regolare da una squalifica.

La pistola elettronica utilizzata a partire dal 2010 elimina la disparità perché non produce alcuno sparo e trasmette il segnale simultaneamente agli altoparlanti collocati dietro ogni atleta, avviando nello stesso istante anche il cronometro.

Come sono cambiate le regole negli anni: quante false partenze si possono fare

Negli ultimi 25 anni il regolamento relativo alle false partenze è cambiato più volte, cercando sempre di migliorarsi e di adattarsi alle necessità degli atleti.
Fino al 2002 ogni atleta aveva diritto a una falsa partenza personale, e veniva squalificato solo alla seconda commessa da lui. Il sistema allungava molto le gare, perché in una batteria da 8 velocisti si potevano accumulare 8 errori senza che nessuno fosse squalificato, e premiava chi bruciava di proposito la prima partenza per innervosire gli avversari.

Dal 1º gennaio 2003 la falsa partenza concessa divenne una sola per l'intera batteria. Il primo errore, chiunque lo commettesse, valeva come avvertimento per tutti, e il secondo portava alla squalifica di chi lo aveva commesso, anche se non era responsabile del primo. È una regola che punisce chi arriva dopo, e il suo caso più clamoroso non si fece attendere.
Ai Mondiali di Parigi del 2003, nella seconda batteria dei quarti di finale dei 100 metri, il giamaicano Dwight Thomas fece registrare 0.087 e bruciò l'unica falsa partenza concessa a tutti.

Alla ripetizione il sistema segnalò lo statunitense Jon Drummond con 0.052 e il giamaicano Asafa Powell con 0.086, ed entrambi furono squalificati pur essendo al primo errore personale. Drummond, convinto di non essersi mosso, si sdraiò nella sua corsia rifiutandosi di uscire e la gara restò bloccata a lungo, mentre il pubblico dello Stade de France si schierava dalla sua parte. I replay trasmessi sul maxischermo, infatti, non mostravano alcun movimento evidente prima del segnale, perché a far scattare la squalifica non era stato un anticipo visibile a occhio nudo ma una variazione di pressione sulla pedana, registrata dal sensore in un tempo troppo breve per essere considerata una reazione. La federazione internazionale giudicò poi il comportamento dell'atleta lesivo per l'immagine dello sport e lo escluse dal resto della manifestazione.

Dal 1° gennaio 2010, infine, è entrata in vigore la regola attuale, cioè la squalifica immediata al primo errore, senza più alcun avvertimento, per ridurre i tempi morti e togliere spazio ai tatticismi. Ne fece le spese per primo il velocista più famoso della storia, perché ai Mondiali di Daegu del 2011 Usain Bolt venne squalificato dalla finale dei 100 metri, due anni dopo aver corso a Berlino il record mondiale di 9″58. Ai Mondiali di Eugene del 2022 l'americano Devon Allen fu escluso dalla finale dei 110 ostacoli per un tempo di reazione di 0.099, un millesimo sotto il limite.

Perché quel limite è contestato

Che un decimo di secondo sia il confine giusto è stato messo in dubbio più volte, e non dai tifosi ma dai laboratori.
Una ricerca condotta con blocchi strumentati ed elettromiografia, misurando direttamente l'attivazione dei muscoli invece della sola spinta, ha registrato in alcuni velocisti reazioni più rapide di 85 millesimi, con i muscoli che entravano in azione ancora prima. Alla stessa conclusione è arrivato uno studio commissionato dalla Federazione internazionale e pubblicato nel 2009 sulla sua stessa rivista scientifica, che ha osservato reazioni anche sotto gli 80 millesimi e ha raccomandato di abbassare il limite a 80 o 85, oltre a studiare un sistema di telecamere ad alta velocità capace di giudicare il primo movimento visibile invece della sola forza sulle pedane.

C'è poi un problema di equità fra uomini e donne: un'analisi dei tempi di reazione di tutti i 425 velocisti presenti ai Giochi di Pechino 2008 ha rilevato che le atlete risultavano mediamente più lente degli atleti, e ha attribuito la differenza non alla fisiologia ma alla soglia di forza identica per entrambi. Poiché una velocista sviluppa la spinta più lentamente, impiega più tempo a raggiungere il valore che fa scattare il cronometro, e il risultato è che il suo tempo di reazione appare più alto di quanto sia davvero.

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