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12 Agosto 2026
10:00

Perché i record dei salti sono imbattuti dal 1991: i limiti del corpo umano e l’eccezione dell’asta

Il salto in lungo è fermo al 1991, l'alto al 1993, il triplo al 1995. Nella stessa disciplina, però, Armand Duplantis riscrive il primato dell'asta di continuo, e la differenza tra i due casi spiega perché certi numeri sembrano intoccabili.

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Perché i record dei salti sono imbattuti dal 1991: i limiti del corpo umano e l’eccezione dell’asta
Il record nel salto in lungo di Mike Powell ai Mondiali del 1991 a Tokyo. Via X USATF
Il record nel salto in lungo di Mike Powell ai Mondiali del 1991 a Tokyo. Credit: @USATF, via X

A guardare i concorsi degli Europei di atletica di Birmingham ci si trova davanti a una situazione che nel resto dello sport è quasi un'anomalia, perché nel salto in lungo gli atleti gareggiano contro un record fissato nel 1991, nel salto in alto contro uno del 1993 e nel triplo contro uno del 1995, mentre negli stessi anni quasi tutti gli altri primati sono stati riscritti e la maratona è addirittura scesa sotto il muro delle due ore.

Questa immobilità non riguarda tutti i salti allo stesso modo, perché ad esempio nel salto con l'asta accade l'esatto contrario e il record del mondo viene ritoccato con una regolarità quasi inverosimile da Armand Duplantis. Capire perché una pedana produca primati eterni e quella accanto ne produca uno nuovo ogni pochi mesi è il modo migliore per capire cosa rende un record davvero difficile da battere.

Da quanti anni resistono i primati dei salti

Il caso più celebre è quello del salto in lungo maschile, dove gli 8,95 m di Mike Powell, saltati ai Mondiali di Tokyo il 30 agosto 1991, non sono mai stati nemmeno avvicinati. Poco più recenti sono i 2,45 m del cubano Javier Sotomayor nel salto in alto, del 1993, e i 18,29 m del britannico Jonathan Edwards nel triplo, arrivati ai Mondiali di Göteborg nell'agosto del 1995. Nel settore femminile il primato del lungo è ancora più antico, dato che il 7,52 m della sovietica Galina Čistjakova risale all'11 giugno 1988.

Non tutto però è bloccato perché nel luglio del 2024 l'ucraina Yaroslava Mahuchikh ha superato 2,10 m nel salto in alto, cancellando dopo 37 anni il 2,09 di Stefka Kostadinova, e nel marzo del 2022 la venezuelana Yulimar Rojas aveva portato il triplo femminile a 15,74 m. Sono comunque eccezioni isolate rispetto a un settore che nell'insieme sembra essersi fermato, con una sola vistosa esclusione.

Un salto dura un decimo di secondo e non ammette correzioni

La ragione principale è che un salto in estensione è un gesto irripetibile e brevissimo, dove tutto si decide in un unico appoggio che dura poco più di un decimo di secondo. In quell'istante l'atleta deve trasformare una corsa lanciatissima in una traiettoria, e per volare più lontano dovrebbe inclinare quella traiettoria verso l'alto, cosa che però si ottiene soltanto frenando la corsa proprio mentre la velocità orizzontale è ciò che serve di più.

Quanto sia stretto questo compromesso lo mostra bene l'analisi biomeccanica del salto di Powell presentata all'International Symposium on Biomechanics in Sports. Il campione statunitense arrivò all'ultimo appoggio lanciato a oltre 42 km/h, una velocità da centometrista di livello mondiale, e riuscì a staccare a 24° di inclinazione rispetto al terreno. Se un proiettile parte e atterra alla stessa quota, la traiettoria che va più lontano è quella a 45°, quindi Powell si è fermato a poco più di metà dell'angolo teoricamente ideale, e nessun essere umano è mai riuscito ad avvicinarsi davvero a quel valore. Per farlo servirebbe una spinta verticale che il corpo non è in grado di generare in un decimo di secondo di appoggio, ed è questo il vero muro contro cui i lunghisti sbattono da oltre trent'anni.

Il salto in alto e il triplo hanno vincoli diversi ma altrettanto rigidi. Nel primo la tecnica è ferma al "Fosbury flop", diventato standard dopo le Olimpiadi del 1968, e consiste nel far passare il corpo sopra l'asticella tenendo il baricentro il più basso possibile, un'ottimizzazione geometrica ormai spinta al massimo che non lascia altre scorciatoie. Nel triplo, invece, gli appoggi sono tre e ciascuno scarica sulle articolazioni forze pari a diverse volte il peso corporeo, tanto che spingersi oltre la misura di Edwards significherebbe accettare carichi che il corpo umano tollera a fatica.

Nell'asta il record cade di continuo perché c'è un attrezzo

Il confronto con il salto con l'asta è illuminante, visto che Armand "Mondo" Duplantis ha migliorato il primato del mondo quindici volte dal 2020 in poi, arrivando a 6,31 m nel marzo del 2026, e prima di lui Sergej Bubka aveva fatto qualcosa di ancor più straordinario, stabilendo 35 record del mondo tra indoor e outdoor, dai 5,85 m del 1984 ai 6,15 m del 1993.

La differenza non sta nella qualità degli atleti ma nel fatto che l'asta è un attrezzo, cioè una molla che accumula l'energia della rincorsa piegandosi e poi la restituisce spingendo il saltatore verso l'alto. Materiali, lunghezza e rigidità dell'asta si sono evoluti nel tempo e continuano a evolversi, e insieme a loro si evolve la tecnica con cui l'energia viene immagazzinata e rilasciata, cosicché il gesto non è mai davvero arrivato al suo limite. Negli altri salti, al contrario, l'unico strumento a disposizione è il corpo, e l'unico punto di contatto con il terreno è una scarpa che il regolamento tiene deliberatamente semplice.

Su questo aspetto i numeri del regolamento di World Athletics sono espliciti, perché per le gare su strada lo spessore massimo della suola è di 40 mm mentre dal 1° novembre 2024 tutte le scarpe da pista e da pedana sono limitate a 20 mm. In quei 20 mm di differenza sta l'intera architettura di schiume ad alto ritorno elastico e piastre in carbonio che ha rivoluzionato il fondo, e che nei salti orizzontali servirebbe comunque a poco, dato che lo stacco è un contatto unico e violentissimo in cui la suola deve restare rigida per non disperdere energia, e non una successione di centinaia di appoggi in cui un guadagno anche minimo si accumula chilometro dopo chilometro.

Primati nati da serate irripetibili

C'è poi un ultimo elemento, cioè il fatto che i record dei salti non sono quasi mai il frutto di una progressione graduale, ma valori anomali nati dall’incontro tra autentici fuoriclasse e condizioni perfette. Powell saltò 8,95 m nel corso di un duello leggendario con Carl Lewis, in una serata a livello del mare e con un vento favorevole di appena 0,3 metri al secondo, mentre il primato precedente, gli 8,90 m di Bob Beamon a Città del Messico nel 1968, era stato favorito dall'aria rarefatta dell'altitudine e da un vento esattamente al limite regolamentare di 2 metri al secondo. Sono gli unici due salti regolari oltre gli 8,90 m di tutta la storia dell'atletica.

Su alcuni primati femminili degli anni '80, poi, aleggia anche un'ombra più generale, dovuta al fatto che i controlli antidoping erano allora poco frequenti e tecnicamente rudimentali, senza che questo abbia mai portato a contestare formalmente quei risultati. La stagnazione però non riguarda solo quel periodo, perché l'IRMES di Parigi, l'istituto di ricerca biomedica ed epidemiologia dello sport, ha analizzato oltre 41.000 prestazioni di vertice in settanta discipline di atletica e nuoto e ha mostrato che il 64% delle specialità dell'atletica non registra più miglioramenti dal 1993, cioè proprio dagli anni in cui si collocano i salti di Powell, Sotomayor ed Edwards.

Chi ci è andato più vicino negli ultimi vent'anni

Per capire quanto siano davvero irraggiungibili quei numeri conviene guardare a chi li ha sfiorati in tempi recenti, e il quadro che ne esce è molto meno uniforme di quanto si potrebbe pensare. Nel salto in alto il qatariota Mutaz Essa Barshim ha superato 2,43 m nel 2014, fermandosi a due soli centimetri da Sotomayor, e in quella stessa stagione l'ucraino Bohdan Bondarenko era arrivato a 2,42 m, quanto basta per considerare il primato un obiettivo raggiungibile.
Anche nel triplo la distanza è tutt'altro che incolmabile, visto che lo statunitense Christian Taylor ha saltato 18,21 m ai Mondiali di Pechino del 2015, cioè 8 centimetri meno di Edwards, e che agli Europei di Roma del 2024 lo spagnolo Jordan Díaz si è spinto a 18,18 m, terza misura di sempre.

Il salto in lungo, al contrario, gioca un altro campionato. Da quando esiste il primato di Powell la misura più lunga del ventunesimo secolo resta gli 8,74 m di Dwight Phillips a Eugene nel 2009, ben 21 centimetri sotto il record. Per fare un esempio, il campione del mondo in carica Mattia Furlani ha vinto l'oro di Tokyo 2025 fermandosi a 8,39 m. Nel settore femminile il divario è praticamente identico, dato che dopo il 7,52 di Čistjakova le prestazioni più vicine sono i 7,31 m di Brittney Reese nel 2016 e i 7,30 m di Malaika Mihambo ai Mondiali di Doha del 2019.

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