
A oggi non sappiamo quale sarà l’epilogo del caso del delitto Garlasco, che vide nel 2007 l'omicidio di Chiara Poggi (per cui è stato condannato in via definitiva l'ex fidanzato Alberto Stasi) e tornato agli onori della cronaca per la comparsa di nuovo materiale relativo ad Andrea Sempio (associato alla famosa impronta 33). A fronte degli ultimi sviluppi vale la pena interrogarsi su un fenomeno che è più diffuso di quanto immaginiamo, quello dei possibili errori giudiziari (wrongful conviction), che possono dipendere da cause tra cui bias della conferma e pressione mediatica.
Quando un fatto di cronaca è violento ed emotivamente carico, amplificato dai media, diventa urgente, per la nostra mente, trovare una spiegazione. Individuare un colpevole non significa soltanto dare una risposta investigativa, ma funge anche da sollievo psicologico: possiamo raccontare a noi stessi che “giustizia è stata fatta”, che siamo al sicuro, che il male ha un volto e che le istituzioni sono sempre in grado di proteggerci. Il problema però è che la mente umana tende a preferire una spiegazione coerente a una corretta. Ed è proprio da questa necessità di fare ordine, da questo bisogno di “chiudere il cerchio” a tutti i costi, che possono nascere gli errori giudiziari.
Secondo un report dell’Unione delle Camere Penali Italiane, dal 2018 ad oggi 4.920 persone sono finite in carcere ingiustamente. Solo nel 2024 sono state 552 le ordinanze di risarcimento per ingiusta detenzione. Negli Stati Uniti, dove il fenomeno delle wrongful conviction è studiato in modo sistematico, il National Registry of Exoneration ha registrato circa 3.800 casi di innocenti scagionati dal 1989 al 2025, per un totale di 35.000 anni trascorsi da persone innocenti, e questo può avere effetti psicologici molto pesanti.
Attenzione: Questo articolo non intende prendere o suggerire una posizione nel merito del caso Garlasco, ma solamente approfondire una tematica emersa a seguito degli ultimi sviluppi. Ribadiamo che accertare la verità è e sarà compito della magistratura.
La "tunnel vision": il bias della conferma delle indagini
Il confirmation bias o bias della conferma è stato studiato per la prima volta negli anni '60 dallo psicologo P.C. Wason ed è la tendenza a cercare, interpretare e ricordare le informazioni in modo compatibile e coerente con un’ipotesi già formata. In ambito investigativo, una volta che una persona entra nel perimetro del sospetto, ogni nuovo elemento rischia di essere letto attraverso quella lente. Così, un dettaglio ambiguo può sembrare improvvisamente significativo, un comportamento neutro può trasformarsi in dubbio, un’incongruenza minore può assumere un peso sproporzionato. Nel contempo, gli elementi che contraddicono la tesi iniziale tendono ad essere svalutati, o semplicemente non approfonditi.
Una volta costruita una spiegazione cioè, il cervello vuole naturalmente proteggerla perché modificarla richiederebbe uno sforzo e un costo emotivo molto elevato. Quando il bias della conferma si consolida, può evolversi in quella che viene definita tunnel vision investigativa: una progressiva restrizione del campo d’attenzione attorno a un’unica pista (chiusura interpretativa), depotenziando le quelle alternative e considerando marginali gli elementi che non combaciano “forzando”, talvolta, la narrazione. A quel punto, l’obiettivo implicito dell’indagine rischia di cambiare: non si cerca più soltanto di capire che cosa sia accaduto, ma di confermare ciò che si crede già di sapere.
Riconoscere l’errore non significherebbe soltanto correggere una teoria ma anche ammettere che si sono potuti interpretare male i fatti. E questo, per un’istituzione, è psicologicamente e simbolicamente costoso (la cosiddetta fallacia dei costi perduti).
Il falso mito della memoria infallibile: falsi ricordi e testimonianze inattendibili
Uno degli aspetti più controintuitivi emersi dalla ricerca sulla memoria è che i ricordi non funzionano come copie archiviate del passato. La memoria è ricostruttiva: ogni volta che ricordiamo qualcosa, non lo “riproduciamo” fedelmente, ma lo ricreiamo integrandolo e contaminandolo di emozioni, aspettative, paure, informazioni successive e influenze esterne. Questo significa che un ricordo può essere autentico nell’esperienza soggettiva e, al tempo stesso, inesatto nei dettagli, generando quello che viene chiamato falso ricordo.
Numerose ricerche sul campo, hanno mostrato con grande chiarezza quanto sia facile influenzare la memoria di una persona attraverso domande suggestive, pressioni esterne o informazioni post-evento. Nei casi giudiziari, le testimonianze oculari possono avere un peso enorme nella costruzione dell’impianto accusatorio. I falsi ricordi, però, dimostrano che si può essere sinceramente convinti di aver visto qualcosa che non rispecchia propriamente la realtà.
Quello delle false confessioni è forse uno degli aspetti più difficili da comprendere; le persone innocenti possono infatti confessare crimini che non hanno commesso: interrogatori lunghi, stress estremo, isolamento, privazione del sonno e paura, possono portare un sospettato a prendersi la responsabilità di un evento semplicemente per interrompere una condizione percepita come insostenibile. Può avvenire, inoltre, una sorta di interiorizzazione dell’accusa, cioè iniziare a dubitare dei propri ricordi o anche convincersi di essere realmente coinvolto.
Pressione mediatica e processo pubblico
Nei casi di forte rilevanza pubblica, il processo giudiziario si accompagna a un secondo processo, parallelo e informale: quello dell’opinione pubblica. Giornali, televisione e social network contribuiscono alla costruzione di una narrativa collettiva in cui il sospettato smette gradualmente di essere una persona sotto verifica e diventa un personaggio già definito.
Nel momento in cui una persona viene esposta pubblicamente come “il sospettato”, ogni gesto, espressione o dettaglio della sua vita privata viene analizzato e reinterpretato. Se appare freddo, è sospetto. Se piange troppo, sta fingendo. Se parla poco sta nascondendo qualcosa. Questo è il cosiddetto "effetto alone", un bias cognitivo che porta alla generalizzazione e che può influire anche su una giuria o sull'opinione pubblica. In aggiunta, ci si aspetta che le istituzioni risolvano il prima possibile il caso, e questa pressione mediatica, insieme all’urgenza di trovare un colpevole, può diventare più forte della prudenza necessaria per cercare la verità.
La convinzione della colpevolezza non rimane confinata nelle aule investigative. Si diffonde e diventa collettiva, coinvolgendo mass media e opinione pubblica. Ma perché accade?
- Social proof o prova sociale: è la tendenza a considerare corretto o vero un comportamento semplicemente perché condiviso da una maggioranza di persone. Il concetto era già stato dimostrato scientificamente negli anni '50 con l'esperimento di Solomon E. Asch e più recentemente lo psicologo R. Cialdini ne formalizza il nome ("social proof"). In condizioni di incertezza, gli esseri umani tendono infatti a usare il consenso collettivo come scorciatoia cognitiva (euristica). Se giornali, televisione, commentatori e esperti e opinione pubblica convergono sulla stessa interpretazione, quella versione dei fatti acquisisce inconsciamente maggiore credibilità: “se tutto lo pensano, allora è vero”.
- Bias di autorità: è la tendenza ad attribuire maggiore credibilità alle affermazioni provenienti da figure percepite come autorevoli. Magistrati, investigatori, esperti forensi, giornalisti televisivi o rappresentanti istituzionali esercitano inevitabilmente un forte impatto sulla percezione pubblica della realtà. Il cervello tende a considerare più affidabile e meno discutibile la loro versione.
- Effetto familiarità e reiterazione: la percezione della verità è influenzata anche dalla semplice esposizione ripetuta a un’informazione. In psicologia questo fenomeno è noto come illusory truth effect: le persone tendono a giudicare più credibili le affermazioni che incontrano più frequentemente, anche quando non dispongono di prove sufficienti per verificarle.
Gli effetti psicologici delle wrongful conviction
Nelle wrongful conviction il carcere non viene vissuto soltanto come privazione della libertà, ma bisogna fare i conti anche con una realtà percepita come profondamente ingiusta, anche quando si ottiene, per assoluzione o per aver scontato la propria pena, la libertà:
- Disturbo post-traumatico da stress: molti ex detenuti innocenti riportano sintomi tipici dei traumi complessi (incubi ricorrenti, iper vigilanza, ansia cronica, difficoltà del sonno, attacchi di panico e flashback pervasivi legati all’esperienza carceraria). Rumori improvvisi, ambienti chiusi, figure autoritarie possono riattivare la stessa risposta d’allarme sviluppata durante la detenzione.
- Perdita di identità: in alcuni casi, il trauma non coincide soltanto con il carcere in sé, ma con la sensazione costante di essere stati cancellati come individui e di essere stati ridisegnati come qualcuno che non si è. Il tempo trascorso in detenzione produce una frattura biografica profonda. Relazioni, lavoro, progetti, abitudini e l’idea del proprio futuro vengono improvvisamente sospesi o distrutti. In psicologia narrativa si parla molto spesso di continuità del sé: l’idea che la nostra identità dipenda dalla possibilità di percepire la vita come una storia coerente nel tempo, che ci porta a realizzare il nostro essere. La detenzione ingiusta interrompe bruscamente questa continuità.
- Istituzionalizzazione: il carcere non priva solo della libertà fisica. Con il tempo modifica il modo in cui il cervello si abitua a funzionare. Routine rigide, controllo costante e dipendenza dalle regole dell’istituzione possono produrre quello che molti studiosi definiscono processo di istituzionalizzazione. Dopo anni trascorsi in un ambiente totalmente regolato, alcune persone sviluppano difficoltà anche nelle decisioni più semplici della vita quotidiana. La libertà può paradossalmente diventare destabilizzante, alimentano una forte difficoltà di adattamento sociale.
- Dissociazione emotiva: durante la detenzione alcune persone imparano progressivamente a “spegnere” le emozioni, desideri e vulnerabilità per sopravvivere psicologicamente all’ambiente carcerario. Anche una volta tornati liberi, però, molti ex detenuti raccontano difficoltà nel provare gioia, costruire relazioni intime o sentirsi presenti nella propria vita.
- Stigma sociale: anche quando una persona viene assolta, il sospetto pubblico spesso sopravvive alla sentenza e si radica nell’immaginario collettivo. Così, l’ex detenuto fatica nel reinserimento lavorativo, nelle relazioni personali e nella propria reputazione.
- Secondary trauma: gli errori giudiziari non coinvolgono mai una persona sola. Familiari, figli e partner possono sviluppare forme di trauma secondario (concetto generale attribuito a C.R. Figley) a causa dell’esposizione prolungata allo stress e all’impotenza vissuta. Ansia, depressione, isolamento e senso di vergogna possono creare forti squilibri familiari.