
Quel pomeriggio Alfredino Rampi non si trovava più. Era il 10 giugno del 1981 e un bambino di sei anni precipitò accidentalmente in un pozzo artesiano profondo decine di metri. L'Italia intera si fermò, attonita, davanti alla prima vera diretta televisiva non-stop della storia del nostro Paese, seguendo le operazioni di salvataggio col fiato sospeso per giorni, per oltre 60 ore di agonia. Il corpo di Alfredino venne recuperato con l'intervento di minatori l'11 luglio, 28 giorni dopo.
Ma dietro al dramma umano di Vermicino, che ha segnato un'intera generazione, si nascondeva anche un enorme problema tecnico, organizzativo e geologico: la scarsissima conoscenza del nostro sottosuolo e l'assoluta inadeguatezza delle strutture di soccorso dell'epoca
Oggi ricostruiremo questa vicenda tragica consultando gli archivi storici, i documenti ufficiali e le ricostruzioni tecniche. Parleremo non solo di cosa andò storto in quei giorni disperati, ma anche di come questa immensa tragedia abbia gettato le basi per la nascita della moderna Protezione Civile e per un nuovo approccio allo studio geologico del territorio italiano.
La scomparsa di Alfredino Rampi a Vermicino
Tutto ha inizio la sera di mercoledì 10 giugno 1981, nella campagna di Vermicino, in località Selvotta, a pochi chilometri da Frascati e da Roma. Il piccolo Alfredo Rampi, che tutti avrebbero presto imparato a chiamare "Alfredino", aveva sei anni e a settembre avrebbe dovuto subire un'operazione per una cardiopatia congenita.
Verso le 19:00, Alfredino sta facendo una passeggiata in compagnia del papà Ferdinando. A un certo punto, chiede di poter tornare a casa da solo attraversando i campi, visto che l'abitazione distava solo pochi metri, ma da quella passeggiata il piccolo non farà mai ritorno.
Non vedendolo arrivare, i genitori, allarmati, iniziano a cercarlo disperatamente nei dintorni. Intorno alle 20:00 cominciano le perlustrazioni della famiglia e, verso le 21:30, viene dato l'allarme alla Polizia, che giunge sul posto con le unità cinofile e i Vigili del Fuoco. È intorno alla mezzanotte che si arriva alla drammatica scoperta. Il brigadiere di polizia Giorgio Serranti, ispezionando l'area, sente dei flebili lamenti provenire dal terreno. Si avvicina e capisce che provengono da un pozzo. Tuttavia il brigadiere nota un dettaglio inquietante: l'imboccatura era coperta da una lamiera. Come era possibile che il bambino fosse caduto lì dentro se il buco era coperto? Il mistero fu chiarito in seguito: il proprietario del terreno, quella stessa sera tra le 20:00 e le 21:00, aveva trovato il pozzo scoperto e vi aveva appoggiato sopra la lamiera, ignorando totalmente che poco prima, nel buio, il piccolo Alfredino vi fosse precipitato dentro.
La situazione appare subito disperata. I soccorritori si rendono conto che il bambino è incastrato in un cunicolo con un diametro compreso tra i 28 e i 30 centimetri circa, a una profondità iniziale di circa 36 metri, in un pozzo che scende complessivamente per ben 80 metri. Subito viene calato un microfono per poter comunicare con lui: il bambino è spaventato, ma risponde, è lucido, e i soccorritori, in particolare il vigile del fuoco Nando Broglio, cercano di tranquillizzarlo instaurando un rapporto di fiducia.
Fermiamoci un attimo. Prima di proseguire con la ricostruzione dobbiamo chiarire un aspetto. Cioè, perché in mezzo alla campagna c’era un buco profondo 80 metri? E cosa ha a che fare questo con la geologia della zona?
Cos'è un pozzo artesiano e le cause dell'incidente
Il foro in cui è caduto Alfredino era un pozzo artesiano. Un pozzo artesiano è una perforazione stretta e profonda (anche 100 metri) che raggiunge una falda d'acqua intrappolata tra strati impermeabili. Grazie alla forte pressione naturale, una volta bucato lo strato superiore l'acqua risale e sgorga in superficie autonomamente, senza l'uso delle pompe meccaniche che sono invece necessarie nei normali pozzi freatici. Per cercare acqua, il proprietario del terreno sul quale si trovava Alfredino in quel momento ne fece scavare uno da un “pozzarolo” locale tra marzo e maggio di quell’anno.
A peggiorare le cose, c'era stato un altro intervento umano: come riportato anche all’interno della sentenza del 4 luglio 1983 del Tribunale di Roma, tra la fine di maggio e l'inizio di giugno, un'operazione di sbancamento del terreno aveva abbassato l'area circostante l'imboccatura del pozzo. Questo aveva creato una sorta di parete verticale di terra, alta un paio di metri, alla cui base si trovava l'apertura del pozzo. Secondo le ricostruzioni tecniche e i rilievi, è molto probabile che Alfredino, magari per gioco, sia scivolato proprio da quel terrapieno, infilandosi a candela nel buco e trascinando con sé alcuni frammenti di legno di pioppo che facevano da prima copertura precaria.
All'epoca della tragedia, l'Italia aveva una conoscenza del proprio sottosuolo frammentaria e insufficiente. Non c'erano mappe geologiche dettagliate obbligatorie per i lavori privati, non c'era una consapevolezza diffusa delle norme di sicurezza, e affrontare uno scavo d'emergenza in quel tipo di terreno fu come muoversi alla cieca.
Ma è proprio in questo contesto che quella sera, poco dopo la Mezzanotte, prendono il via le operazioni per salvare Alfredino.
I tentativi di soccorso di Alfredino: la trivellazione e il tentativo di afferrarlo
La prima cosa che i soccorritori tentano di fare per estrarlo è calare una tavoletta di legno legata a delle corde (a mo' di seggiolino), sperando che il bambino vi si riesca ad aggrappare per essere tirato in superficie. Purtroppo già questo primo tentativo si rivela un errore gravissimo: a causa delle pareti irregolari e strette del pozzo, la tavoletta si incastra a 24-25 metri di profondità. Le funi si spezzano e il cunicolo, ora, è parzialmente ostruito proprio da quella tavoletta. In altre parole, l’accesso al pozzo dall’alto è bloccato.
Alcuni speleologi del soccorso alpino, come Tullio Bernabei, tentano coraggiosamente di calarsi a testa in giù per rimuovere l'ostacolo. Riescono quasi a raggiungerlo… ma lo spazio è troppo angusto. È necessario trovare un’altra soluzione.
L'allora comandante dei Vigili del Fuoco di Roma, Elveno Pastorelli, prende una decisione drastica: ordina l'arrivo di una trivella per scavare un pozzo parallelo di circa 90 cm di diametro. L'idea è quella di scendere per poi scavare un cunicolo orizzontale e recuperare il bambino dal basso. I lavori iniziano la mattina dell'11 giugno attorno alle 8:30, ma il terreno vulcanico dei Castelli Romani è estremamente duro e l'attrezzatura si rivela presto inadeguata, rallentando drasticamente le operazioni.
E proprio quel giorno, quell’11 giugno, inizia una diretta TV che terrà incollati allo schermo 21 milioni di spettatori, dando vita a quello che, di fatto, divenne il primo reality show del dolore del nostro Paese. Ma torniamo al salvataggio.
Siamo al 12 giugno. Sul posto giunge anche l'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che tenta di confortare il bambino e la famiglia in mezzo a una folla di quasi 10.000 curiosi accalcati attorno all'area. Alle 19:00 circa, la trivella termina finalmente il pozzo parallelo e i soccorritori sfondano il diaframma di terra orizzontale. Sembra fatta, hanno raggiunto Alfredino! Ma la scoperta è agghiacciante: nel cunicolo buio, Alfredino non c'è. Come è possibile? Beh, quello che non avevano considerato è che le vibrazioni continue e violentissime causate dalla trivellazione percussiva nel pozzo adiacente avevano smosso il terreno, facendo scivolare il corpicino del bambino ancora più in basso e facendolo cadere a circa 60 metri di profondità. Ogni calcolo iniziale era saltato.
A quel punto la disperazione prende il sopravvento. La perforazione non può continuare, c'è bisogno di volontari dal fisico esilissimo per provare una discesa suicida in quel budello nero e largo neppure 30 centimetri. Si fa avanti Angelo Licheri, un tipografo sardo minuto e molto esile. Si fa calare a testa in giù e rimane appeso in quella posizione per ben 45 minuti, riuscendo anche a raggiungere Alfredino!
Lo tocca, prova a imbracarlo per tre volte, ma i lacci continuano a scivolare via. Nel tentativo disperato di tirarlo su, gli spezza persino accidentalmente il polso sinistro, ma il bimbo è troppo incastrato. Licheri risale in superficie stremato, ferito e senza il bambino. All'alba del 13 giugno, alle 5:02, un giovane speleologo di nome Donato Caruso tenta l'impossibile armato di manette per ancorarsi ai polsi di Alfredino. Ma le manette non reggono, le mani del piccolo sfuggono alla presa. Anche Caruso è costretto ad arrendersi.
Purtroppo, la mattina del 13 giugno, il cuore del piccolo Alfredino, che aveva già patologie congenite, cessa di battere. Alfredino Rampi viene dichiarato morto, sospeso nell'abisso, a oltre 60 metri sotto i piedi dei soccorritori impotenti.
Il recupero di Alfredino: l'intervento dei minatori di Gavorrano
A questo punto, per recuperare il corpo, lo Stato deve letteralmente ammettere la propria incapacità e rivolgersi a chi il sottosuolo lo conosce per mestiere. Il magistrato ordina di congelare il corpo immettendo nel pozzo azoto liquido a -30°C per garantirne la conservazione, in attesa di un piano di estrazione. Viene chiamata una squadra speciale: 21 minatori volontari delle miniere della Solmine di Gavorrano (in provincia di Grosseto), operai abituati a scavare alla ricerca di pirite ferrosa. I minatori non erano esperti di soccorso, ma possedevano la conoscenza tecnica essenziale del sottosuolo. Sapendo bene che ulteriori perforazioni vicine avrebbero causato crolli, decidono di scavare un nuovo "pozzo di servizio" di 80 cm di diametro a ben 15 metri di distanza, unendolo poi con una galleria orizzontale lunga 16 metri, scavando giorno e notte a colpi di martello pneumatico e piccone . Soltanto un mese dopo, l'11 luglio, il minatore Spartaco Stacchini riesce a raggiungere il bambino, liberandolo dal blocco di terra e ghiaccio formatosi con l'azoto.
Prendiamoci un momento. Abbiamo ripercorso la tragica vicenda di Alfredino, andando a vedere quali soluzioni sono state messe in atto e per quale motivo si sono rivelate fallimentare nell’estrarre Alfredino da quel pozzo artesiano. Ma… perché vi ho raccontato tutto questo?
Perché la conseguenza diretta di questo tragico evento è stata la fondazione della Protezione Civile.
La nascita della Protezione Civile
Il disastro dei soccorsi mise a nudo la mostruosa disorganizzazione dello Stato, l'improvvisazione tecnica e la mancanza totale di un coordinamento. La mamma del bambino, Franca Rampi, trasformò il suo enorme dolore in una battaglia civile per far sì che tragedie simili non accadessero più, fondando il "Centro Alfredo Rampi".
Questa forte spinta emotiva, unita allo shock per il terremoto dell'Irpinia dell'anno precedente, portò il Presidente Sandro Pertini e il governo a istituzionalizzare una macchina di pronto intervento. Nacque così nel 1982 il Dipartimento della Protezione Civile, capace di mobilitare e coordinare tutte le risorse utili in caso di emergenza, che culminerà poi nel 1992 con la nascita del moderno Servizio Nazionale della Protezione Civile, dedicato non solo al coordinamento in caso dì emergenza ma anche alla previsione e prevenzione dei rischi.
Ma non è finita qui. La tragedia di Alfredino ebbe conseguenze anche dal punto di vista della legge. Infatti esisteva all’epoca un buco legislativo che permetteva a chiunque di trivellare il sottosuolo senza criterio. A partire dal 1984 divenne obbligatorio comunicare allo Stato ogni nuova perforazione. Nel 1988 si diede anche il via al Progetto CARG per mappare dettagliatamente la cartografia geologica nazionale, e nel 1990 venne avviato il decentramento con la creazione degli Ordini Regionali dei Geologi, riconoscendo finalmente questa figura come baluardo per la sicurezza del territorio.