
Per molto tempo la foresta amazzonica è stata considerata un ambiente quasi incontaminato, abitato in epoca precolombiana da piccoli gruppi umani con un impatto limitato sul paesaggio. Questa visione è sicuramente influenzata dalla nostra attuale percezione del popolamento di questo territorio. Negli ultimi anni, però, l'archeologia ha progressivamente ribaltato questa visione. Un nuovo studio stima che nell'Amazzonia sud-occidentale possano esistere oltre 20.000 opere in terra realizzate dalle popolazioni indigene prima della colonizzazione europea.
Lo studio, pubblicato su Nature, ha come capofila Martti Pärssinen dell'Istituto Iberoamericano di Finlandia di Madrid, ed è un lavoro che ha coinvolto altri quindici studiosi di diverse nazionalità e affiliazioni. La ricerca ha combinato immagini satellitari ad alta risoluzione, rilievi sul campo e modelli statistici per analizzare un'area di circa 450.000 chilometri quadrati tra Brasile e Bolivia. Gli studiosi hanno censito migliaia di strutture già note e ne hanno individuate di nuove, utilizzando i dati raccolti per stimare quante potrebbero essere ancora nascoste sotto la fitta copertura forestale.
Le opere in terra censite e scoperte comprendono fossati circolari, quadrangolari e ottagonali, terrapieni, strade rialzate, canali e complessi sistemi di gestione del territorio. Molte strutture presentano geometrie regolari e dimensioni notevoli, a testimonianza di un'attenta pianificazione e della capacità di mobilitare numerosi lavoratori. In diversi casi risultano collegate tra loro da percorsi sopraelevati, suggerendo l'esistenza di reti insediative organizzate. Secondo gli autori, questi manufatti furono costruiti in un periodo che va dall'inizio del I millennio d. C. alla metà del II millennio d. C. da società che trasformarono profondamente il paesaggio amazzonico. Le opere in terra non avevano un'unica funzione: alcune delimitavano spazi cerimoniali o abitativi, altre erano legate al controllo delle acque, alla gestione delle risorse o ai collegamenti tra insediamenti.

Uno degli aspetti più significativi dello studio è l'uso di modelli predittivi per stimare il patrimonio archeologico ancora sconosciuto. Sulla base della distribuzione delle strutture già individuate e delle caratteristiche ambientali, i ricercatori calcolano che oltre diecimila siti debbano ancora essere scoperti, portando il totale potenziale a più di 20.000 strutture in terra. Questi nuovi risultati rafforzano l'idea che vaste aree dell'Amazzonia fossero densamente occupate e intensamente modificate dalle popolazioni precolombiane. Le stime più ragionevoli parlano di alcune centinaia di migliaia di persone. La foresta odierna non rappresenterebbe quindi un ambiente rimasto immutato nel tempo, ma il risultato di una lunga interazione tra attività umane e processi naturali.

Lo studio evidenzia anche l'urgenza di documentare questi siti. Deforestazione, espansione agricola e la realizzazione di nuove infrastrutture stanno infatti cancellando numerose testimonianze archeologiche prima ancora che possano essere studiate. Individuare e proteggere queste opere significa non solo preservare un patrimonio culturale unico, ma anche comprendere meglio la storia delle società indigene che hanno plasmato il paesaggio amazzonico per millenni.