La presenza dei cipressi nei cimiteri ha ragioni storiche, simboliche e botaniche. Il fogliame sempreverde è stato associato all’immortalità, mentre le fronde scure al lutto. Il suo legno durevole è anche entrato nelle pratiche funerarie. A questo si affiancano le caratteristiche botaniche. Il cipresso mediterraneo (Cupressus sempervirens) è un albero sempreverde della famiglia delle Cupressacee, con piccolissime foglie a squame e una chioma che può essere stretta e affusolata oppure più aperta, negli esemplari selvatici. Può superare i 30 metri di altezza e vivere a lungo, secondo alcune stime oltre mille anni. Le ricerche aiutano però a fare alcune precisazioni: il cipresso perde comunque le foglie, può soffrire freddo e siccità e non offre una garanzia assoluta contro i danni delle radici.
Le ragioni storiche e simboliche: un sempreverde che rappresenta la vita oltre la morte
Una revisione di Cynthia Wagner Weick, Naela Aamir e Jayme Reichart, pubblicata nel 2023, ne ricostruisce usi e significati attraverso testimonianze botaniche, archeologiche, letterarie e artistiche.
Il suo aspetto ha suggerito interpretazioni diverse, persino opposte, a seconda delle credenze delle comunità che piantano gli alberi. Come ricostruisce anche lo studio di Dafni e colleghi sulle piante funerarie, il verde persistente nei cimiteri viene messo in relazione con la vita che continua oltre il decadimento del corpo. Il colore scuro delle fronde esprime invece il dolore per una perdita.
Il legame tra cipressi e sepolture è documentato già nel mondo antico, attraverso miti, testimonianze scritte e resti vegetali rinvenuti nei siti archeologici. Nella tradizione greco-romana il cipresso era associato alle divinità dell’oltretomba, fra cui Ade e Plutone. Nelle Metamorfosi di Ovidio, Ciparisso uccide accidentalmente il cervo a cui è affezionato e, sconvolto, viene trasformato dagli dèi in un cipresso. Il mito lega quindi l’albero al dolore per una perdita. Plinio il Vecchio riferiva l’usanza di collocarlo all’ingresso della casa di una persona morta, come segno di lutto.
Accanto ai testi, ci sono i resti vegetali. D’Auria, Teobaldelli e Di Pasquale hanno ricostruito la storia del cipresso nell’Italia antica esaminando testimonianze pubblicate e materiali conservati nei depositi del Museo Archeologico Nazionale di Napoli e del Parco Archeologico di Pompei. È un’indagine archeobotanica, cioè una ricerca che utilizza resti di piante provenienti da contesti archeologici per ricostruirne presenza e impieghi. A Pompei, in particolare, nella necropoli di Porta Nocera, resti di cipresso sono stati interpretati come testimonianze di rituali funerari. La revisione di Weick e colleghe documenta l’uso del legno anche nelle bare e negli arredi delle tombe egizie: schegge della bara più esterna di Tutankhamon sono state identificate come cipresso. L’uso del materiale è documentato, mentre l’associazione dell’albero all’immortalità nell’antico Egitto richiede, secondo le autrici, ulteriori conferme.
L’associazione con le sepolture attraversa tradizioni differenti. Per studiarla sul campo, Amots Dafni e colleghi hanno censito le piante di 40 cimiteri musulmani nel nord di Israele. La ricerca, svolta tra il 1999 e il 2005, comprendeva interviste a 80 persone, scelte soprattutto per la conoscenza delle tradizioni locali o per il ruolo religioso. Per ogni cimitero venivano elencate le 20 specie vegetali più comuni. Il cipresso risultava l’albero più frequente, piantato lungo il perimetro e fra le tombe; nei cimiteri tradizionali più antichi era quasi l’unico albero. Alcuni intervistati attribuivano agli alberi verdi un collegamento fra il defunto e Dio. Gli autori confrontano queste credenze con il simbolismo funerario antico ed europeo, anche se il campione descrive cimiteri e comunità israeliane, per cui le considerazioni non si estendono automaticamente ai cimiteri italiani.
Le ragioni botaniche del cipresso nei cimiteri: una pianta resistente e longeva
Il cipresso è un albero molto longevo: secondo alcune stime può superare i 1000 anni. A questo si affianca una proprietà verificabile: la resistenza del legno di cipresso al deterioramento. Nel 2021 Sabrina Palanti e colleghi hanno studiato il legno proveniente da 16 cipressi di 25 anni coltivati a Roselle, in provincia di Grosseto. Hanno confrontato il durame, la porzione interna del legno, con l’alburno, la fascia più esterna, esponendo piccoli blocchi a tre specie di funghi che degradano il legno. La prova durava 8 settimane, a 22 °C e con umidità relativa del 75%, e il deterioramento si misurava attraverso la perdita di massa secca. In genere, le perdite risultavano inferiori al 5% per il durame e tra il 19% e il 37% per l’alburno. La resistenza cambiava, quindi, a seconda della parte del tronco esaminata. La durabilità del materiale, però, non rende l’albero immune alle malattie: lo stesso lavoro ricorda il cancro del cipresso, una malattia fungina che ha causato epidemie nel Mediterraneo.
Lawrance M. Lesser ha analizzato gli inventari degli alberi stradali di tre città della California meridionale, cercando le associazioni fra specie e danni a marciapiedi e cordoli. Lo studio, pubblicato nel 2001, comprendeva 31.904 alberi appartenenti a 40 specie. Fra i 327 cipressi censiti, 2 risultavano associati a danni, cioè circa lo 0,6%. In quel campione il problema era dunque poco frequente. La ricerca riguardava però infrastrutture stradali e non tombe, e non ricostruiva la direzione di crescita delle radici. Non permette quindi di affermare che queste si sviluppino soltanto in verticale o che non possano interferire con le sepolture. L’autore invita a non usare i dati come una guida rigida alla scelta delle specie: spazio disponibile, vicinanza alle pavimentazioni e irrigazione possono influenzare lo sviluppo delle radici.
Il cipresso è un sempreverde, ma questo significa che la pianta conserva fogliame durante l’anno, non che nessuna foglia cada. Una dimostrazione compare nello studio di Gaspare Cesarano, Guido Incerti e Giuliano Bonanomi del 2016, dedicato a come le foglie morte modificano la capacità del suolo di lasciarsi bagnare dall’acqua. I ricercatori utilizzarono foglie di 12 specie, compreso il cipresso mediterraneo, raccogliendole appena cadute con reti sotto le piante.
La tolleranza a condizioni difficili e la capacità di crescere su terreni poveri e rocciosi sono tra le caratteristiche più apprezzate. La sua robustezza ha però dei limiti. Paolo Baldi e colleghi hanno confrontato 20 tipi geneticamente diversi di cipresso, coltivati in un vivaio a Riva del Garda. Rametti con foglie sono stati congelati per una notte fino a -15 °C, e dopo 24 ore di recupero veniva misurato un indicatore dell’efficienza con cui le foglie utilizzano la luce. In 14 dei 20 tipi quell’indicatore manteneva almeno il 90% del valore dei campioni non congelati, gli altri, invece, mostravano danni maggiori. I rametti erano stati raccolti a fine novembre, da piante considerate già acclimatate al freddo, ossia preparate dalle precedenti basse temperature. Il risultato riguarda dunque quei materiali e quelle condizioni, non una resistenza universale agli inverni.
Anche la tolleranza alla siccità ha limiti. Alon e colleghi, nel 2024, hanno confrontato giovani cipressi ottenuti da seme con piante derivate da talee, porzioni usate per riprodurre un albero cresciuto in una foresta semiarida. In serra hanno sospeso l’irrigazione, misurato la disidratazione e poi restituito acqua alle piante, per la maggior parte dopo 28 o 40 giorni. Durante la prova un guasto provocò anche un aumento della temperatura e un calo dell’umidità. Due mesi dopo la ripresa dell’irrigazione, fra i 30 esemplari sottoposti alla siccità per ciascun tipo, erano morti 18 di quelli ottenuti da seme e 16 di quelli derivati da talee. Gli autori precisano che i risultati in vaso non spiegano completamente ciò che accade agli alberi sul campo.
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