
L'espressione «andare a Canicattì» è utilizzata nel vocabolario italiano per indicare un luogo remoto e quasi irraggiungibile. Sebbene per molti abitanti del Centro-Nord questa cittadina siciliana – situata in provincia di Agrigento – si trovi ai confini della Penisola, la realtà offre un centro urbano con una storia millenaria e un ruolo economico cruciale.
Attraverso la toponomastica e il folklore, capiremo come Canicattì sia passata dall'essere un fiorente snodo commerciale a trasformarsi in una potente metafora linguistica di un luogo lontano e remoto.
Dove si trova Canicattì:: 34mila abitanti in provincia di Agrigento
Anziché essere un avamposto desolato e sperduto nel nulla, Canicattì è un popoloso polo urbano di circa 34.000 abitanti, incastonato nel cuore della Sicilia, in provincia di Agrigento. Posizionata strategicamente su un lembo collinare fertile a circa 465 metri di altitudine, a metà strada tra le province di Agrigento e Caltanissetta, la cittadina rappresenta da secoli un importante snodo commerciale e stradale. È celebre per i suoi estesi vigneti e per la pregiata produzione dell'uva da tavola, ricchezza agricola inestimabile che le ha permesso di evolversi e diventare tutt’altro che un luogo dimenticato.
Le origini di Canicattì risalgono al V secolo a.C. con insediamenti legati alla fortezza di Mozio, attorno ai quali è fiorita la leggenda del tiranno arabo Vito Soldano, descritto nelle narrazioni popolari come uno spietato tiranno. La storia documentata si consolida però nel 1089, con la conquista normanna della Sicilia quando l'eroe Salvatore Palmeri sconfisse il feudatario saraceno in un epico duello, diventando il primo barone cristiano del borgo.

Evoluzione del toponimo
Ma è lo studio dell'etimologia del nome della città a nascondere i segreti linguistici più interessanti su Canicattì. Come spesso accade nella toponomastica, il nome originale ha subito un'evoluzione fonetica articolata ed è stato bersaglio continuo di reinterpretazioni da parte del popolo, alimentando false etimologie (come la credenza che il nome derivi dall'unione di "cani" e "gatti").
Le fonti storiche, tra cui spicca l'opera del famoso geografo arabo Edrisi nel XII secolo, documentano la presenza di un casale noto come Al-Qattà, parola che in arabo indica la figura del tagliatore di pietre, suggerendo la presenza in loco di antiche cave minerarie. Da questa radice sarebbe poi derivata la forma Ayn-al-qattì, traducibile come "fonte del tagliatore di pietre".
L'etimologia più accreditata, però, deriva dall'arabo Handaq-attin, ovvero "fossato di fango" o "argilla". Il nome descriveva la conformazione geomorfologica della zona, un avvallamento dove scorreva il fiume Naro, evolvendosi poi foneticamente da Handicattini nell'attuale Canicattì.
Nascita e origini del modo di dire
Come ha fatto, allora, una realtà civica così concreta e operosa a trasformarsi nel simbolo astratto e proverbiale dell'inaccessibilità? La risposta starebbe in una miscela di percezione geografica e meccanismi linguistico-cognitivi. In primo luogo, dal punto di vista meramente spaziale, per un parlante nativo residente nelle regioni del Nord o del Centro Italia, la provincia di Agrigento rappresenta una meta lontanissima e radicalmente distaccata dal proprio ambito di vita abituale. Ma la sola geografia non basta.
La chiave del successo di Canicattì nel linguaggio figurato è interamente insita nella sua peculiare struttura morfologica e fonologica. Canicattì è una parola tronca (accento tonico sull'ultima sillaba); questo, unito a un'allitterazione consonantica serrata e alla già citata assonanza, la rende acusticamente divertente. Inoltre, la somiglianza a "cani e gatti" la rende un vocabolo musicale e bizzarro, facendola imprimere istantaneamente nella memoria e creando un effetto quasi iconico e surreale nella mente dell'ascoltatore.
La forza evocativa e la musicalità del nome hanno reso Canicattì un simbolo della cultura di massa, come dimostrato dalla celebre canzone dello Zecchino d'Oro del 1977 intitolata "I castelli di Brisighella" che la utilizza come archetipo di luogo remoto e isolato:
Se invece fossero a Canicattì
È certo che non sarebbero lì
Da Canicattì all'esotica Timbuctù
La lingua italiana utilizza spesso toponimi reali o immaginari per richiamare la lontananza o l'irrilevanza. Per dare particolare rilievo a questi concetti, la mente umana si affida a nomi dalla fonetica peculiare o buffa; ne sono esempi celebri parole quali Roccacannuccia, Casalpusterlengo, l'esotica Timbuctù o anche Vattelapesca, utilizzato non solo per indicare un luogo indefinito e sperduto, ma anche per sottolineare l'incertezza o l'impossibilità di rintracciare una provenienza precisa.
Dunque, citare Canicattì per indicare una meta remota non significa evocare un luogo fittizio, bensì una città dalla storia millenaria. Grazie a un peculiare mix di fonetica e folklore, questo centro siciliano è diventato un esempio della nostra ricca produzione linguistica quotidiana.