
Immaginate di alzare il pollice per dire “ok” durante un viaggio all'estero e scoprire, con sorpresa, di aver appena offeso il vostro interlocutore. Può sembrare paradossale, ma molti gesti che consideriamo intuitivi o universali non lo sono affatto. Secondo gli studi sulla comunicazione non verbale, i gesti funzionano come veri e propri codici culturali: vengono appresi all'interno di una società e il loro significato può cambiare radicalmente da un contesto all'altro.
Il pollice all'insù è un esempio emblematico di questa variabilità culturale. Diffuso oggi in gran parte del mondo come segno positivo o emoji di approvazione o accordo, questo gesto ha avuto nel tempo significati diversi e talvolta opposti. La sua storia mostra come anche il più semplice movimento della mano possa riflettere trasformazioni culturali profonde, oscillando tra approvazione, sfida e perfino minaccia sociale.
Il significato del gesto del pollice in sù e le origini
Molti credono che il pollice in sù derivi direttamente dall'antica Roma, dove avrebbe indicato la grazia per un gladiatore sconfitto nell'Arena. Tuttavia, gli storici non sono concordi su questa interpretazione.
L'espressione latina "pollice verso" o "il pollice rivolto" appare di frequente nei resoconti dei combattimenti gladiatori, ma il significato preciso rimane incerto. Alcune interpretazioni suggeriscono che il pollice alzato potesse indicare la condanna a morte, mentre il pugno chiuso con il pollice nascosto era un segnale di misericordia.
Questo ribalterebbe completamente il significato moderno di approvazione: ciò che oggi vediamo e interpretiamo come "okay" potrebbe essere stato, anticamente, un gesto mortale.

L'associazione con il significato positivo moderno si sviluppa infatti molto più tardi, soprattutto nel mondo anglosassone tra XIX e XX secolo.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, ad esempio, i soldati statunitensi iniziarono a usare il pollice in sù per indicare e comunicare a distanza che tutto era sotto controllo o che una missione era ben riuscita senza feriti. Da lì il gesto si è progressivamente diffuso come simbolo di approvazione, fino ai giorni nostri con l'arrivo dei "like".
Culture a confronto: il simbolo del pollice alzato nei vari Paesi
Dal punto di vista interculturale, il pollice in sù è tutt'altro che universale. Studi di sociologia e comunicazione non verbale tra le diverse culture dimostrano infatti come il pollice sia stato storicamente associato a minacce o gesti aggressivi in molte culture del mondo.
In alcune fonti antiche orientali, infatti, il pollice eretto indicava un significato simile al moderno dito medio, comunicando sfida e ostilità. Sorprendentemente, ancora oggi, il pollice in sù può risultare offensivo in diverse aree del mondo.
In Iran, Iraq e in alcune regioni del Medio Oriente, il gesto è tutt'ora tradizionalmente considerato un insulto. Anche in alcune zone dell'Africa occidentale e del Subsahariana, il gesto può essere percepito come provocatorio o una volgarità.
In altri contesti, a noi geograficamente e culturalmente più vicini, invece, il gesto non ha nulla a che fare con l'approvazione, ma con la sua funzionalità. In questo senso, in Finlandia o in Svezia il pollice all'insù viene molto spesso utilizzato come semplice numero uno o, nel linguaggio dei professionisti subacquei e in altri sport, significa la risalita in superficie o altre indicazioni di direzione.
Le emoji e il ruolo dei social media
Negli ultimi decenni, tuttavia, la globalizzazione e i social media stanno progressivamente uniformando il significato positivo del pollice all' insù, anche se nelle comunità più tradizionali il rischio di fraintendimento resta alto.
Con l'arrivo degli smartphone e delle piattaforme social, gesti come il pollice in sù sono diventati icone standardizzate sotto forma di emoji.
Il simbolo del pollice in sù, usato per indicare "mi piace", viene oggi condiviso miliardi di volte ogni giorno in tutto il mondo. Questo processo sta contribuendo a uniformare il significato di alcuni gesti, soprattutto tra le generazioni più giovani, che li apprendono prima sullo schermo che nella vita quotidiana.
In un certo senso, le emoji stanno creando una nuova forma di "linguaggio del corpo digitale": gesti che non passano più attraverso il movimento fisico, ma attraverso simboli grafici.