
Il coleottero giapponese Popillia japonica continua il suo ciclo di diffusione nel Nord Italia, registrando nel 2026 un picco fisiologico di presenze nei territori di storico insediamento, con oltre un milione di esemplari catturati sia in Piemonte che in Lombardia. Questo insetto polifago attivo principalmente tra giugno e settembre, facilmente riconoscibile per i piccoli ciuffi di peli bianchi sull'addome, si nutre di oltre 300 specie vegetali, incidendo sulle foglie delle colture e, nella fase larvale, sulle radici dei tappeti erbosi. Mentre i monitoraggi ufficiali mappano l'espansione dei focolai e le istituzioni programmano strategie di contenimento sostenibile, la gestione nei giardini privati richiede grande attenzione: le trappole risultano infatti altamente controproducenti, rendendo la raccolta manuale in acqua e detersivo il metodo di difesa più sicuro ed efficace.
Verde metallico e 12 ciuffi bianchi: com’è fatto lo scarabeo
Riconoscere Popillia japonica non è difficile, è un coleottero scarabeide di forma ovale, lungo 8-12 mm, con testa e torace verde metallico scuro ed elitre (le ali rigide che proteggono quelle vere, usate per il volo) color bruno-rame. Il segno distintivo che permette di distinguerlo da altri coleotteri simili sono i 12 ciuffi di peli bianchi ai lati dell'addome: 5 per lato più 2 posteriori più grandi.
Il vero problema è il loro comportamento. È un insetto polifago, capace di nutrirsi di oltre 300 specie vegetali diverse, e gregario: dove arriva un individuo, gli altri seguono in fretta, perché le lesioni che l'insetto provoca su foglie, fiori e frutti rilasciano composti volatili che agiscono da richiamo per i suoi simili. Il risultato, quando la densità di popolazione è alta, è la scheletrizzazione delle foglie: restano solo le nervature, come se qualcuno le avesse passate ai raggi X.

A essere colpite sono soprattutto colture di forte interesse agricolo come vite, nocciolo, mais, pesco e susino. Ma il danno non si limita alla parte aerea della pianta: le larve vivono nel terreno e si nutrono delle radici, in particolare delle graminacee, indebolendo prati e campi sportivi fino a farli seccare a chiazze e, nei casi più gravi, a staccare letteralmente le zolle d'erba.
Cosa dicono i rilevamenti di quest’anno nel nord Italia
I dati più recenti, aggiornati al 15 luglio 2026, permettono un'analisi più precisa.
In Piemonte, dove la rete storica di 20 trappole di monitoraggio (più 7 nuovi posizionamenti attivati nel 2026, per un totale di 27) permette un confronto puntuale con gli anni precedenti, il totale cumulato delle catture da fine maggio ha già superato 1.208.815 esemplari. I dati della Regione mostrano che il picco stagionale è arrivato nella settimana tra il 29 giugno e il 1° luglio, con 252.126 individui catturati. Da lì la curva ha iniziato a scendere: 227.116 nella settimana successiva (fino all'8 luglio), poi un calo più netto a 106.905 in quella fino al 15 luglio.

In Lombardia il quadro fornito dal Servizio Fitosanitario Regionale mostra una diffusione capillare su gran parte del territorio regionale, con le concentrazioni più alte a Corte Palasio, in provincia di Cremona (149.790 catture cumulate), Robecco sul Naviglio, nel Pavese (106.068), e Pioltello, nel Milanese (87.285). Sommando i dati di tutte le stazioni di monitoraggio si arriva a oltre 1.020.000 esemplari catturati dall'inizio della stagione. Anche il grafico di confronto pluriennale lombardo conferma la stessa dinamica vista in Piemonte: la curva 2026 resta nettamente sopra quelle di 2025 e 2024 per tutta la stagione, con un picco attorno all'8 luglio (circa 330.000 catture nella lettura settimanale) seguito da un calo a circa 150.000 una settimana più tardi. Per confronto, nel 2025 il numero più alto di catture era stato raggiunto verso il 15 luglio (circa 245.000), mentre nel 2024 il picco stagionale non aveva mai superato quota 83.000.

Il calo osservato dopo il picco dell'inizio luglio non sembra un'anomalia: la velocità e la proporzione della discesa sono coerenti con l'andamento stagionale già visto negli anni precedenti nella stessa fase del ciclo biologico dell'insetto. Un calo che ha più l'aria di essere fisiologico che di un'inversione di tendenza nella diffusione della specie.
La mappa delle zone infestate e delle aree cuscinetto
Il focolaio principale resta quello scoperto nel 2014 nel Parco del Ticino, tra Lombardia e Piemonte, da lì l'insetto ha espanso il suo territorio con variazioni legate alle condizioni pedoclimatiche. La zona infestata storica coinvolge oggi le province lombarde di Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Lecco, Lodi, Milano, Monza-Brianza, Pavia, Varese e Sondrio, quelle piemontesi di Alessandria, Asti, Biella, Cuneo, Novara, Torino, Verbano-Cusio-Ossola e Vercelli, oltre alla Valle d'Aosta e alla provincia di Piacenza in Emilia-Romagna.
Dal 2023 l'insetto è stato rinvenuto anche a Lignano Sabbiadoro, in Friuli-Venezia Giulia, mentre nel 2025 sono comparsi nuovi focolai isolati in Veneto (nei comuni di Villafranca e Sommacampagna, tra Brentino Belluno e Avio, e a Riese Pio X) e in Liguria, nel comune di Savona. Ognuno di questi focolai genera una propria "zona infestata" e una relativa zona cuscinetto, ovvero l'area, tipicamente con un raggio di 15 km, in cui l'insetto non è ancora stato rilevato ma dove la sorveglianza è più intensa proprio per intercettarlo il prima possibile.

Le indagini ufficiali del Piano Nazionale di Indagine confermano che il resto del territorio italiano risulta a oggi indenne dall'organismo nocivo.
I consigli per i cittadini: cosa fare e come inviare segnalazioni
Mentre le istituzioni monitorano l'espansione dell'insetto con trappole estive e carotaggi autunnali nel terreno, ai cittadini è fortemente sconsigliato l'uso di dispositivi attrattivi nei propri giardini, poiché richiamano più esemplari di quanti ne catturino, aggravando i danni. Per gli spazi privati, la difesa più efficace è la raccolta manuale mattutina degli adulti in acqua e detersivo, unita alla segnalazione ai servizi fitosanitari (ad esempio tramite l'app FitoDetective in Lombardia).
Su larga scala, vista l'impossibilità di eradicare il coleottero nelle aree storiche, le Regioni puntano oggi a un contenimento integrato e sostenibile, limitando gli insetticidi chimici a favore di soluzioni a basso impatto ambientale, come l'immissione di nematodi entomopatogeni (organismi microscopici che parassitizzano le larve nel terreno, sicuri per persone e animali) nel terreno per parassitizzare le larve e l'applicazione di caolino sulla vegetazione per renderla inappetibile.