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Il termine “Primavera Araba” è una definizione che comprende tutti quelle insurrezioni a carattere rivoluzionario che hanno interessato con diversi gradi di intensità il cosiddetto “Mondo Arabo”, dal 2011. Sebbene in alcuni casi queste proteste siano state semplici atti di disobbedienza civile, in altri hanno invece dato vita a delle vere e proprie insurrezioni armate, poi sfociate in sanguinosissime guerre civili, alcune delle quali tutt'ora in corso. A quasi 15 anni dall'inizio di quelle proteste, e nonostante gli eventi siano ancora in corso, bisogna amaramente constatare che, nonostante fosse i buoni propositi, dopo la “Primavera Araba” la situazione geopolitica complessiva resta più che mai critica.
La primavera araba e l’inizio delle proteste in Tunisia
Senza dubbio, l'evento scatenante della Primavera Araba fu l'autoimmolazione e il successivo decesso, avvenuti rispettivamente il 17 dicembre del 2010 ed il 4 gennaio 2011, di Tarek El-Tayeb Mohamed Bouazizi, un povero venditore ambulante di frutta che, non ancora ventisettenne, decise di darsi fuoco nella cittadina di Sidi Bouzid in Tunisia, dopo che la polizia locale, che già in passato lo aveva preso di mira, aveva sequestrato il carretto con il quale spostava e metteva in mostra la propria merce e le bilance elettroniche necessarie per farne la pesa.

La morte di Bouazizi, amplificata e rilanciata a dismisura dai social media, ebbe sul Mondo Arabo l'effetto in retrospettiva miccia sulla dinamite, provocando nel corso dei mesi successivi l'esplosione di una serie infinita di proteste di massa che misero da subito in crisi i regimi che governavano quei paesi; a cominciare dalla Tunisia dove dieci giorni dopo la morte di Bouazizi il dittatore Zine El Abidine Ben Ali fu costretto alla fuga, dopo oltre 23 anni di governo incontrastato.
L'escalation successiva e i Paesi coinvolti
Il successo della rivoluzione in Tunisia galvanizzò le piazze del resto del Mondo Arabo, a cominciare dall'Egitto, da sempre motore politico ed ideologico dell'area mediorientale. L'11 febbraio del 2011, pressato dalle proteste di piazza e abbandonato dalle forze armate, Muhammad Hosni El Sayed Mubarak, leader assoluto dell'Egitto per quasi trent'anni, fu costretto a dimettersi e venne arrestato.

Sotto la spinta delle piazze, anche i governi in Kuwait, Libano e Oman furono costretti a dimettersi o subirono sostanziosi rimpasti. In Marocco, Algeria e Giordania pur in assenza di drammatiche evoluzioni politiche, furono comunque implementate riforme costituzionali per venire incontro alle lamentele, soprattutto di natura politica, espresse dagli attivisti. Proteste di intensità variabile, culminate nel successo, ebbero poi luogo anche negli Emirati Arabi Uniti, in Iraq, in Arabia Saudita, in Mauritania, in Sudan e nei Territori Palestinesi. In questi casi però le autorità risposero generalmente con concessioni di natura economica, specialmente espandendo i programmi di welfare assistenziale aventi come finalità quella di placare soprattutto il malcontento giovanile.
L'Inverno Arabo

Sfortunatamente, le cose non ebbero esito positivo dovunque: in Bahrain, il malcontento generalizzato sfociò ben presto in una rivolta civile da parte della allora maggioranza sciita della popolazione contro il regime monarchico della famiglia Khalifa appartenente invece al ramo sunnita della religione islamica. Grazie all'intervento armato dell'Arabia Saudita, il re del Bahrain, Hamad bin Isa bin Salman Al Khalifa, è riuscito non solamente a sopprimere la rivolta ma nei cinque lustri successivi ha vigorosamente portato avanti una politica demografica e migratoria che agevolava i sunniti, a discapito degli sciiti, tanto da rovesciare completamente i rapporti di forza demografica tra le due comunità (se nel 2009 infatti gli sciiti costituivano oltre il 70% della popolazione bahreinita, oggi la loro quota è scesa al 45% facendoli diventare per la prima volta una minoranza).
Situazioni ancora peggiori si verificarono in Libia, Siria e Yemen, Paesi che sprofondarono in drammatiche e sanguinosissime guerre civili tutt'ora in corso. Pur essendo stati rovesciati i regimi che avevano governato per decenni quei paesi con pugno di ferro, come quelli di Muammar Muhammad Abu Minyar Gheddafi in Libia, Ali Abdullah Saleh in Yemen e Bashar al-Assad in Siria, i tre Paesi sono letteralmente implosi creando altrettanti “buchi neri geopolitici” che ad oggi la comunità internazionale non è ancora riuscita a stabilizzare. La fine, o la diminuzione, delle proteste di ispirazione progressista e la successiva degenerazione delle guerre civili ha portato persino al conio del termine “Inverno Arabo” per descrivere gli eventi successivi al 2012.

L'eredità della Primavera Araba
Facendo la doverosa premessa che in realtà la Primavera Araba non è ancora terminata e che solamente quando questa stagione storica sarà veramente conclusa a tutti gli effetti sarà possibile analizzarla a tutto tondo, ciò che possiamo dire limitatamente al periodo compreso tra il 2010 ed il 2025 è che i tre lustri appena conclusi sono stati un periodo ricco di luci ed ombre, ma con una netta prevalenza di queste ultime.
La Primavera Araba ha attraversato tutto il territorio del “Grande Medio Oriente Allargato” come un inarrestabile tsunami contribuendo a causare la caduta di regimi autoritari, eredità del passato, ma creando al contempo un vuoto di potere che è stato riempito ora dall'ascesa di soggetti politici vecchi e nuovi ispirati dall'ideologia dell'integralismo islamico estremista e militante, come Ha'yat Tahrir al-Sham in Siria e l'ancora più efferato e celebre ISIS.
Da ultimo possiamo almeno affermare con sicurezza che ad oggi la Primavera Araba ha completamente fallito nel tentativo di “portare la democrazia” nel “Grande Medio Oriente Allargato” dato che persino la Tunisia, paese culla della Primavera Araba è progressivamente scivolata nella morsa di un nuovo regime dittatoriale, oggi guidato da Kais Saied.
