
Un clamoroso errore burocratico e di valutazione ha portato l'Italia a perdere un prezioso capolavoro del 1350, Madonna con Bambino, del Maestro del Battistero di Parma. Scambiato per un'opera minore del 1850, a quanto pare a causa di una svista nella lettura della data, il dipinto è stato regolarmente esportato in Svizzera nel 2020 e ora il suo valore, stimato inizialmente a 38 mila euro, si è rivelato essere di almeno 400-500 mila sterline (tra i 460 e i 580 mila euro) , lasciando lo Stato italiano a mani vuote dopo una lunga battaglia legale. Ora la tavola si trova presso una società privata di Lugano.
Ma come si realizza l’attribuzione di un’opera? Come ci ha raccontato Emanuela Massa, restauratrice di dipinti e storica dell’arte, co-fondatrice insieme all’ingegnere Anna Pelagotti di Art-Test Firenze, che si occupa di indagini diagnostiche per opere d'arte, il vero problema è che in Italia, come anche a livello internazionale, non esistono protocolli ufficiali e condivisi.
L’errore di attribuzione della Madonna con Bambino
L'opera al centro della vicenda è una Madonna col Bambino, una tempera su tavola che in un primo momento si credeva dipinta dall'inesistente "Alfonso Martorelli Fiori". Oggi gli studiosi concordano che si tratta di un lavoro del "Maestro del Battistero di Parma" (noto anche come "Maestro del 1302"), un anonimo pittore emiliano di altissimo livello attivo nella prima metà del Quattordicesimo secolo. Questo artista è celebre per aver realizzato gli splendidi affreschi all'interno del Battistero parmense, tra cui un'altra Madonna col Bambino in trono che raffigura ai piedi della Vergine il Vescovo Gerardo Bianchi in veste di donatore.
Nel 2020, una società svizzera ha acquistato all'asta una Madonna con bambino per soli 38.000 euro – cifra che, per un dipinto di metà Ottocento, sarebbe stata alta. Al momento di chiederne l'esportazione, il Ministero della Cultura ha rilasciato come da procedura il Certificato di libera circolazione, definendo il dipinto un "lavoro modesto" risalente al diciannovesimo secolo. Tuttavia, durante un restauro avvenuto nell'ottobre 2022, è emersa una verità sorprendente: l'opera non era del 1850 come si era pensato, bensì del 1350. La data, semplicemente, è stata rivelata durante le operazioni di pulizia e restauro, in cui il presunto “8” si è rivelato un “3”. A seguito di questa scoperta, la casa d'aste Christie's ha stimato il valore del dipinto tra le 400.000 e le 500.000 sterline.
Il Ministero della Cultura ha tentato di annullare l'autorizzazione all'espatrio nel marzo 2023, accusando la società di "false indicazioni", ma sia il Tar del Lazio nel 2025 che, a seguire, il Consiglio di Stato, hanno dato ragione agli acquirenti svizzeri. La revoca in autotutela, infatti, è arrivata troppo tardi rispetto al limite massimo di 12 mesi stabilito dalla Corte Costituzionale.
Com’è stato possibile scambiare il “3” con l’”8” sulla data del dipinto
L'incredibile errore, come detto, è nato da una distrazione: sul retro dell'opera era presente un'iscrizione con un "3" malmesso e consumato, che i funzionari addetti all'Ufficio esportazione hanno letto frettolosamente come un "8". Questo ha fatto sì che l'iscrizione originale "anno 1350" venisse scambiata per "anno 1850", avvalorando l'ipotesi che si trattasse di una moderna tempera su tavola che riprendeva semplicemente lo stile bizantino.
L'errore è stato purtroppo aggravato dal fatto che gli esperti del Ministero si sono affidati alla documentazione fornita dai privati senza effettuare adeguate verifiche tecniche sull'opera. Non si tratta di un caso isolato: a gennaio c'è stato un episodio molto simile riguardante un dipinto di Giorgio Vasari non riconosciuto dal Ministero, per il quale lo Stato ha perso i diritti sempre a causa di un'autotutela invocata in ritardo.
Come ci ha spiegato Emanuela Massa, nel caso della Madonna con Bambino il problema è nato da un’errata considerazione del bene. «Da quanto possiamo apprendere, i funzionari, storici dell'arte non tecnici, si sono fidati della documentazione presentata e della sola visione del bene presso l'Ufficio esportazione».
Come si esportano le opere d’arte
Quanto un privato vuole esportare – o importare – anche temporaneamente un’opera, deve presentare presso l’ufficio di competenza territoriale documentazione valida in accompagnamento all’opera: questa comprende le informazioni sull’acquisto, la provenienza, eventuale fattura o contratto di intermediazione privata, l’atto notarile e così via. A seguire, il privato, l’antiquario o la galleria che vogliano esportare un’opera, sono tenuti a presentare tutti questi documenti all’interno della piattaforma online del SUE, Sistema Uffici Esportazioni, corredando i documenti di foto in alta definizione.
A quel punto, viene dato un appuntamento per fare una valutazione in presenza. «Per la nostra esperienza, non è possibile, – spiega Massa – effettuare valutazioni a distanza». A valutare l’opera c’è di solito una commissione di esperti, che decide nei termini di legge di rilasciare o negare il certificato di libera circolazione, cioè un riconoscimento dello Stato italiano che decreta che l’opera è o non è interessante per il patrimonio statale. Qualora lo sia e lo Stato fosse interessato all'acquisizione, può essere emesso un vincolo di tutela – e le procedure successive possono richiedere anni.
«Generalmente le valutazioni vengono effettuate da funzionari con curriculum eccellenti, – spiega Massa. – In questo caso, per capire cosa sia realmente successo, bisognerebbe avere a disposizione le carte relative». Il problema principale è che non esiste, a oggi, un protocollo nazionale o internazionale condiviso. Esistono buone pratiche per il riconoscimento di un’opera, ma solo a discrezione dei tecnici che le attuano.
La datazione delle opere d’arte: l'analisi storica e il metodo visivo
In generale, per scoprire l’età di un quadro, si usano principalmente tre macro-metodi: l’esame visivo, lo studio della tecnica e dei materiali costituenti l'opera, inizialmente con indagini non invasive e, solo successivamente, con eventuali analisi microdistruttive.
In primis si procede con l’analisi storico-artistica e tecnica, per cui studiano i dettagli del dipinto, come i vestiti dei personaggi, le acconciature, il tipo di prospettiva e persino i pigmenti tipici di una certa scuola d'arte offrono un perimetro temporale molto preciso. «La scienza ci aiuta ha comprendere se la tecnica e la materia possano essere non incompatibili con l’epoca ipotizzata dall’analisi stilistica: ci dice insomma se la tela, o la tavola come in questo caso, e i colori esistevano o meno in quel periodo», spiega Massa L'attribuzione finale della mano di uno specifico maestro spetta poi allo storico dell'arte. La regola fondamentale è che nessuna di queste analisi, da sola, è sufficientemente efficace per autenticare un'opera.
Il primo passo è ottenere una buona conoscenza dell’opera attraverso l'osservazione e la redazione di un Condition Report scientifico, accompagnato cioè da imaging diagnostico, con immagini in luce diffusa, in luce radente, luce ultravioletta e a infrarossi, per poter visualizzare a occhio nudo e con lenti e visori eventuali ritocchi o disomogeneità dovute a rifacimenti o ridipinture e valutare se possano costituire un discrimine per l’autenticazione dell’opera. Vengono effettuate in caso anche eventuali radiografie e ci si attiene, comunque, alla documentazione fornita. «Se il 3 è stato commutato in un 8 e si è rilevata la modifica solo in fase di restauro, presumo ci siano stati un ritocco o una riscrittura, che si rendono solitamente visibili con le analisi e che avrebbero potuto suscitare qualche dubbio rispetto ai documenti di lecita proprietà e provenienza». In questi casi, bisognerebbe fare ulteriori analisi: «come diciamo sempre, citando Leonardo, meglio una piccola certezza che una grande bugia!».
Quelli visivi sono metodi scientifici non invasivi, con tecniche che permettono di analizzare le opere senza intaccarle, sfruttando diverse lunghezze d’onda della luce. Dopo l’esame visivo, si procede anche allo studio del supporto in tela o in tavola, con tecniche anche più invasive come prelievi di colore o supporto. Quest'ultimo è analizzabile con analisi specifiche e databile, nei limiti della tecnica, con il Carbonio-14 «anche se quello che ci interessa veramente è quello che c’è sopra il supporto, perché quest’ultimo può essere stato recuperato dai falsari, come riportano anche nei loro scritti».
I falsari infatti acquistano in mercatini dell’usato dipinti di ogni epoca, anche di nessun valore artistico, grattano via lo strato di colore originale fino a raggiungere il supporto nudo e ci dipingono sopra il "falso d'autore". Al test del Carbonio-14, così la tela risulterà autentica dell'epoca. Allo stesso modo per i dipinti su legno, i falsari smembrano ante di armadi, porte o travi di case antiche dello stesso periodo e della stessa area geografica dell'artista che vogliono falsificare, così la dendrocronologia confermerà l'età del legno.
In ogni caso, «Quello che ci interessa analizzare quindi non è in prima battuta il supporto, ma quello che c’è sopra, quindi i pigmenti e i leganti. Ad esempio, se in un dipinto trovo un legante sintetico scoperto, prodotto e brevettato nel Novecento in un'area non interessata da restauri, ecco che questo dipinto non potrà essere antico. Ad esempio, in alcuni casi come legante viene utilizzata la colla vinilica, di recente invenzione, o un pigmento blu, il blu di Ftalocianina, diffuso dopo il 1934. Quindi, anche se i documenti lo riportano, un dipinto che li contiene probabilmente non sarà dell’Ottocento».
I metodi distruttivi per ricostruire la storia delle opere
Per i casi più difficili vengono impiegati metodi “distruttivi”, che prevedono micro-prelievi di frammenti di materia (solitamente un paio di millimetri quadri nel caso della pellicola pittorica) per effettuare analisi di laboratorio più approfondite.
Per le tavole di legno, come accennato, si usa la dendroconologia, che misura lo spessore degli anelli di accrescimento del pannello di legno, per stabilire l’anno in cui sia stato abbattuto l’albero. La datazione al Carbonio-14 viene applicata ai materiali organici come la tela di lino, la canapa o il legno del supporto. Pur avendo un margine di errore, nei casi più favorevoli di qualche decina d'anni, è fondamentale per smascherare falsi moderni o confermare l'antichità del supporto. Anche il supporto cartaceo è interessante: esistono infatti filigrane e watermark che possono dare dati sull’epoca di produzione.
Infine, la stratigrafia prevede che il micro-frammento venga inglobato nella resina e tagliato di sbieco per essere studiato al microscopio: questo permette di visualizzare la successione esatta degli strati (imprimitura, colore, vernice), svelando la tecnica esecutiva originaria e distinguendola dalle ridipinture successive.
Anche in questi casi, non c’è garanzia assoluta: «Se non si utilizza un protocollo corretto e si arriva un’analisi di microcampioni di zone di ritocco, può risultare un’analisi "errata"».
Per ogni caso, bisogna comprendere quale sia l’analisi più efficace e più rispettosa dell’opera, trovando un giusto compromesso. «Non esiste un esame di imaging in cui vedere tutto: sono metodi sinergici e bisogna avere coscienza e conoscenza di cosa ogni singola analisi ci mostra, affinché i dati vengano letti in maniera sinergica, così da creare una mappa di aree originali, ritoccate e rimaneggiate». Ma, appunto, purtroppo ad oggi «ogni laboratorio utilizza un protocollo diverso e ha le proprie linee guida e il più grande problema è che a livello internazionale non esiste un protocollo: da anni battiamo su questo tipo di tema, ma ancora non ci sono stati avanzamenti in questo senso».