
L'Europa mediterranea è nella morsa degli incendi: in Spagna e Francia oltre 325.000 persone sono state evacuate, con il governo di Madrid che ha dichiarato emergenza nazionale. In Italia, intanto, sul Gargano un incendio ha imposto l'evacuazione di spiagge e campeggi, con turisti e bagnanti allontanati e i canadair in azione sulla macchia mediterranea, mentre situazioni critiche si sono registrate anche in Molise. Da considerare, poi, ci sono anche gli incendi registrati in Sicilia nelle ultime settimane e il grosso incendio sul Monte Faeta in Toscana, avvenuto lo scorso maggio: questi eventi dimostrano come il periodo di massimo rischio incendi stia diventando sempre più lungo e critico, anche a causa dei cambiamenti climatici.
La Spagna, tuttavia, è sicuramente il Paese più colpito, con i numeri del Ministero spagnolo per la Transizione Ecologica (MITECO) che danno la misura del disastro: al 26 luglio la superficie bruciata in territorio spagnolo è di 152.678 ettari, un dato quasi 6 volte superiore a quello dello stesso periodo dell'anno precedente. Per intenderci, secondo i dati Copernicus, da inizio anno al 22 luglio in tutta l'UE sono andati persi 378.000 ettari, di cui ben 152.000 bruciati nel Paese iberico.
In Spagna i roghi di Burgohondo e della Comunità di Madrid hanno bruciato insieme oltre 50.000 ettari, costringendo all'evacuazione preventiva di comuni come La Adrada, mentre le squadre forestali combattevano in condizioni estreme altri fronti critici, da Los Gallardos alla Sierra Oeste madrilena. Nel frattempo, oltre i Pirenei, la Francia sud-occidentale fa i conti con il rogo della Gironda, con gli sfollati che hanno superato quota 220mila.
Al di là dei numeri, c'è una domanda che torna a ogni ondata di roghi: perché questi incendi boschivi sembrano impossibili da fermare? Sicuramente gli incendi boschivi sono fenomeni complessi, ai quali è impossibile dare soluzioni semplici. Volendo però sintetizzare, potremmo dire che la risposta sta in due concetti che gli esperti usano sempre più spesso: i cosiddetti “incendi di sesta generazione” e la soglia oltre la quale un incendio esce dalla capacità di estinzione.
Cosa sono gli incendi di “sesta generazione”: roghi rapidi e imprevedibili
Il Ministero spagnolo per la Transizione Ecologica (MITECO) definisce gli incendi di sesta generazione come incendi che generano “comportamenti estremi” e “scenari incerti” e che possono sovraccaricare il sistema di gestione delle emergenze. Non si tratta quindi di roghi qualsiasi: sono incendi complessi a rapida espansione e ad altissima intensità, in cui le fiamme possono superare la velocità di 6 km/h, vale a dire tra le sei e le dodici volte la velocità di un incendio normale.
Sebbene non esista una definizione standard, questi incendi (anche definiti “megaincendi”), si caratterizzano per essere estremi in termini di dimensioni, comportamento o impatto sia sulla componente antropica sia su quella eco-sistemica, con disturbi spesso persistenti e dalle gravissime conseguenze. Secondo una ricerca pubblicata su Global Ecology and Biogeography, gli incendi di questo tipo superano in genere i 10.000 ettari. Tra i loro tratti distintivi ci sono quindi l'altissima intensità, l'altissima velocità di propagazione, la simultaneità di focolai e un comportamento difficile da prevedere anche per i software di previsione utilizzati dagli analisti AIB (antincendio boschivo) per definire le possibili modalità di espansione degli incendi.
Ma perché in Spagna questi roghi vengono definiti di “sesta generazione”? La classificazione nasce da un lavoro di due specialisti catalani, Antoni Rifà e Marc Castellnou, che nel 2007 definirono cinque generazioni di incendi in base al combustibile, alle caratteristiche del rogo (perimetro, intensità e velocità di propagazione), al contesto territoriale e temporale e alle azioni necessarie per lo spegnimento. La sesta generazione è arrivata dopo: nel 2017 gli incendi che colpirono il Cile, arrivando a 60.000 kW/m e bruciando 467.000 ettari, definirono una nuova generazione, la sesta.

Uno dei punti su cui è importante riflettere è che questi fenomeni estremi non nascono per caso, ma si sviluppano e si espandono in aree diventate particolarmente fragili e vulnerabili nel tempo. L'accumulo elevato di biomassa, dovuto all'abbandono delle pratiche forestali e agricole, insieme alla siccità e alle alte temperature (correlate inevitabilmente ai cambiamenti climatici), sono i principali fattori predisponenti che rendono un territorio altamente vulnerabile al passaggio delle fiamme e creano le basi per la nascita di incendi di sesta generazione. Il combustibile si accumula per anni nei boschi poco gestiti (dove sono spesso assenti interventi di selvicoltura preventiva): a quel punto bastano caldo estremo e siccità, correlate ad una fonte di innesco antropica (dolosa o colposa) o naturale (ad esempio un fulmine) per innescare il disastro.
Il meccanismo parte dall'enorme quantità di calore liberata, che spinge aria calda, fumo e vapore acqueo a salire con grande velocità formando imponenti colonne convettive. Sono queste a dare origine ai pirocumuli e in alcuni casi a vere nubi temporalesche associate all'incendio.
La situazione si complica quando la colonna perde stabilità e collassa: quel crollo genera forti raffiche di vento e bruschi cambi nella direzione delle fiamme e proietta braci e materiale incandescente a centinaia di metri di distanza, aprendo nuovi fronti in modo quasi simultaneo. In un certo senso, questi incendi alterano le condizioni atmosferiche circostanti, alimentando la propria stessa propagazione.
Cosa significa che è stata superata la soglia di estinzione
Qui arriviamo al cuore della domanda: perché è così difficile gestire e spegnere questi incendi? Perché nella maggior parte dei casi, questi roghi boschivi hanno superato la cosiddetta “soglia di estinzione”. In altre parole, significa che questi incendi hanno raggiunto un'intensità tale che ogni intervento non ha più alcuna efficacia (a prescindere dal numero di mezzi schierati) e l'unica alternativa è quella di lasciare che il fuoco si esaurisca da solo, consumando il combustibile a disposizione.
Cosa succede, allora, quando si supera quella soglia? Nei momenti di massima intensità le squadre non possono attaccare direttamente le fiamme in sicurezza: ecco, quindi, che la strategia cambia radicalmente. Si passa a proteggere la popolazione e le infrastrutture, ad anticipare il percorso del fuoco e ad attendere un'occasione, che può arrivare da un cambiamento meteorologico, da una riduzione del combustibile disponibile o dall'arrivo dell'incendio in un'area nella quale, tramite interventi di selvicoltura preventiva, si sono realizzate le giuste infrastrutture AIB tali da poter fronteggiare e “reggere” l’urto delle fiamme.
In Spagna questo scenario si è tradotto in scelte operative precise. La Comunità di Madrid ha chiesto al governo l'attivazione della Situazione Operativa 3 del piano INFOMA, parlando apertamente di “situazione critica” davanti a tre incendi contemporaneamente fuori dalla capacità di estinzione tra Madrid, Castiglia-La Mancia e Castiglia e León.
Come ha spiegato Carlos Novillo, responsabile della gestione delle emergenze del governo regionale di Madrid, in queste condizioni i pompieri regionali, quelli comunali e l'unità militare di emergenza non cercano più di domare il fuoco, ma di salvare vite e beni dei cittadini evacuati. In altre parole, si accetta di lasciar bruciare un fronte in modo controllato pur di evitare disastri umani maggiori.
Come riportato a Geopop da Silvano Somma, dottore forestale, bisogna citare anche l'importanza del “paradosso del fuoco”: a differenza di quello che si potrebbe pensare, infatti, è possibile utilizzare il fuoco contro il fuoco sia in fase di prevenzione che di lotta attiva.
In questi casi, parliamo di “fuoco prescritto” e di “controfuoco”. Il primo consiste nel bruciare preventivamente, in finestre meteo ben precise, determinate porzioni di bosco (fasce perlopiù) durante il periodo autunnale e primaverile, eliminando i combustibili fini dall’area, che sono quelli che favorirebbero il passaggio di un eventuale incendio su tale superficie.
Si tratta quindi di porzioni di territorio, strategicamente scelte, che fungeranno appunto da “punti di ancoraggio” e “fasce parafuoco” quando un incendio metterà piede in quella zona, con l'obiettivo di rallentarne la corsa, ridurne l’intensità e consentire alle squadre e ai mezzi di operare e, spesso, di arrestarlo.
Il controfuoco, invece, rappresenta una vera e propria tecnica di utilizzo del fuoco contro l’incendio, in fase di lotta attiva, con l’accensione di una linea di fuoco che, per movimenti d’aria dovuti alle correnti convettive dovute all’incendio principale, proseguirà in direzione di quest’ultimo, sottraendogli combustibile (e quindi energia).