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28 Settembre 2026
11:30

Se l’Italia tornasse al nucleare pagheremmo meno le bollette di luce?

Capiamo come è composta la bolletta elettrica e come potrebbe variare se in Italia avessimo una quota del mix energetico coperta dal nucleare.

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Se l’Italia tornasse al nucleare pagheremmo meno le bollette di luce?
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Se l’Italia tornasse a produrre elettricità con il nucleare, pagheremmo meno la luce? È una delle domande più concrete del dibattito energetico. Secondo le attuali ipotesi di sviluppo, entro il 2040 il nucleare potrebbe arrivare a coprire il 3,5% della produzione elettrica italiana, una quota contenuta ma destinata a crescere negli anni successivi. La questione economica, però, non dipende soltanto da quanta energia verrà prodotta. Lo studio IEA e NEA del 2020, dedicato ai costi di generazione delle diverse tecnologie, indica il nucleare tra le fonti programmabili a basse emissioni con costi competitivi nelle ipotesi considerate. Il nucleare potrebbe quindi contribuire a ridurre i costi e la dipendenza dal gas, soprattutto affiancando le rinnovabili. Per capire in che modo questo potrebbe riflettersi sulle spese, però, bisogna seguire il percorso dell’elettricità: dalla centrale al mercato, fino alla bolletta che arriva a casa. Non basta infatti sapere quanto costa produrre un kWh. Conta anche quando viene prodotto, come raggiunge chi lo utilizza e quanto abbiamo speso per costruire gli impianti. Partiamo quindi dalla bolletta e vediamo dove potrebbe fare la differenza il nucleare.

Che cosa paghiamo nella bolletta elettrica

Quando accendiamo una lampadina, paghiamo l’energia utilizzata, ma anche il servizio che permette di averla disponibile. Per orientarci possiamo distinguere quattro grandi gruppi di costi.

  • La materia energia comprende l’acquisto dell’elettricità e le attività necessarie alla fornitura, inclusi i corrispettivi di vendita e dispacciamento.
  • Il trasporto e la gestione del contatore servono a pagare le reti e la misura dei consumi.
  • Gli oneri di sistema finanziano finalità di interesse generale, tra cui il sostegno alle rinnovabili, e possono comprendere quote legate ai consumi.
  • Infine ci sono le imposte, cioè accisa e IVA.

Un calo del prezzo dell’energia, quindi, non riduce nella stessa proporzione tutte le voci della bolletta.

Come si decide il prezzo dell’elettricità

Immaginiamo che il sistema debba acquistare una certa quantità di energia per un determinato momento della giornata. I produttori presentano le loro offerte: si parte dalle più economiche e si aggiungono le altre finché la domanda è coperta. Nel meccanismo del prezzo marginale, è l’ultima offerta necessaria a determinare il prezzo di equilibrio, tenendo conto anche dei limiti della rete. Semplifichiamo il concetto con un esempio. Mettiamo conto servano 100 unità di energia: 80 sono offerte a prezzi bassi, mentre per le altre 20 bisogna accettare una centrale a gas che chiede 120 euro per megawattora. Il prezzo di equilibrio sarà 120 euro per megawattora anche per le altre offerte accettate nella stessa zona e nello stesso intervallo. Se arriva abbastanza produzione più economica da rendere superflua quella centrale, il prezzo può scendere.

Perché il gas può chiedere tanto? Una centrale deve comprare il combustibile e sostenere i costi associati alle emissioni di CO₂. Se il gas rincara, aumenta il costo di produrre un megawattora in più. È questo il significato di costo marginale: quanto costa aumentare la produzione con un impianto già disponibile. E l’LCOE di cui si parla nei confronti tra tecnologie? È un’altra misura: rappresenta il costo medio dell’elettricità lungo la vita dell’impianto, includendo costruzione, finanziamento, esercizio e gli altri costi considerati nel calcolo. Aiuta a valutare un investimento. Il prezzo marginale, invece, riguarda l’energia offerta in un determinato momento. Una centrale può avere un investimento iniziale elevato e un costo contenuto per produrre energia aggiuntiva.

Il mercato, quindi, non assegna il prezzo alla tecnologia con l’LCOE più basso: il riferimento è l’ultima offerta necessaria a soddisfare la domanda. Le tecnologie che producono a costi inferiori possono comunque beneficiarne, perché la differenza tra prezzo incassato e costi variabili contribuisce a ripagare l’investimento.

Cosa cambia con l’energia nucleare: confronto con le sostenibili

Il fotovoltaico può offrire energia a costi marginali molto bassi, ma di notte non produce. Lo stesso vale per l’eolico quando manca vento sufficiente. La domanda, però, continua: frigoriferi, ospedali e fabbriche non si fermano al tramonto. Serve allora energia da altre fonti, dagli accumuli o dalle importazioni. Qui una fonte programmabile come il nucleare può essere utile. Quando è disponibile, produce anche senza sole o vento, con costi marginali generalmente contenuti, e può ridurre la necessità di ricorrere al gas. Se questo contributo permette di escludere le offerte più costose, il prezzo di mercato può scendere anche in quelle ore. Se il gas resta necessario per coprire l’ultima parte della domanda, può continuare a fissare il prezzo. Possiamo dire che il nucleare è sempre la fonte programmabile con l’LCOE più basso? Serve una precisazione. Lo studio IEA e NEA del 2020 lo indicava come la tecnologia programmabile a basse emissioni con i minori costi attesi per il 2025 nelle ipotesi considerate.

Ogni tecnologia deve essere integrata nella rete

Produrre elettricità a basso costo è una parte del problema. Bisogna anche renderla disponibile dove e quando serve. Ogni tecnologia richiede quindi una propria integrazione nel sistema elettrico, con esigenze e costi diversi. Immaginiamo di voler soddisfare tutti i consumi con le rinnovabili, affidandoci soprattutto a sole e vento. Non basterebbe installare pannelli solari e pale: servirebbero anche grandi batterie, pompaggi idroelettrici o altri sistemi di accumulo. L’energia prodotta in eccesso nelle ore favorevoli verrebbe conservata e restituita, per esempio, la sera. Per periodi prolungati di scarsa produzione occorrerebbero soluzioni adeguate anche alla durata del fabbisogno, insieme a reti, fonti rinnovabili programmabili e consumi più flessibili. Gli accumuli, inoltre, hanno un costo e comportano perdite di energia.

Con il nucleare una parte dell’energia viene prodotta direttamente anche in quelle ore, riducendo il bisogno di conservarla in anticipo. Il grande investimento da affrontare è la costruzione delle centrali, insieme al loro finanziamento. Il confronto utile è quindi tra sistemi completi: quanto costa garantire lo stesso servizio con rinnovabili, accumuli e reti, e quanto cambia aggiungendo una quota nucleare? È su questa combinazione che si valuta il possibile risparmio.

Quanto potremmo risparmiare davvero

Facciamo un’ipotesi: se nei prossimi dieci anni l’Italia arrivasse ad avere un mix elettrico simile a quello attuale della Spagna, potremmo avvicinarci anche ai suoi costi finali in bolletta? siamo due grandi Paesi dell’Europa meridionale, con caratteristiche mediterranee e un importante potenziale solare. Questo rende la Spagna un riferimento utile, pur con differenze nelle risorse eoliche, idriche e nelle reti. Un avvicinamento dei prezzi sarebbe plausibile se fossero comparabili anche costi degli investimenti, oneri, imposte e condizioni di fornitura. È uno scenario ipotetico, non una previsione garantita al 2036.

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La terza ondata di calore che sta coinvolgendo l'Italia e parte dell'Europa. Credit: ECMWF

Quanto pagano oggi le famiglie nei due Paesi? L’ultimo dato semestrale omogeneo disponibile alla data del 26 settembre 2026 è quello Eurostat del secondo semestre 2025. Per le utenze domestiche con consumi tra 2’500 e 4’999 kWh annui, il prezzo medio finale è di 29,66 cent/kWh in Italia e 26,69 cent/kWh in Spagna. Sono prezzi comprensivi di energia, rete, oneri e imposte, inclusa l’IVA: il costo finale medio rapportato ai consumi, non la sola materia energia. La distanza è quindi di 2,97 cent/kWh, circa il 10% del prezzo italiano. È un esempio basato sul divario osservato, non la stima del risparmio che il solo nucleare produrrebbe in Italia.

Com’è composto il mix spagnolo? Secondo Red Eléctrica, nel 2025, escludendo l’autoconsumo, le rinnovabili hanno prodotto il 55,5% dell’elettricità e il nucleare il 19%. Le principali fonti rinnovabili sono state eolico, con il 21,6%, fotovoltaico, con il 18,4%, e idroelettrico, con il 12,4%. I cicli combinati, prevalentemente a gas, hanno contribuito per il 16,8%; a questa quota si aggiunge il gas impiegato da altre tecnologie. Il riferimento spagnolo mostra quindi un mix in cui rinnovabili e nucleare convivono e il gas ha un peso più contenuto. Se riuscissimo a costruire una combinazione analoga a costi sostenibili, potremmo puntare ad avvicinare anche il costo per l’utenza finale. I 26,69 centesimi per kWh sono però un riferimento storico utile per capire l’ordine di grandezza, non una tariffa promessa tra dieci anni: i prezzi futuri di entrambi i Paesi cambieranno e la somiglianza del mix, da sola, non rende uguali le bollette

Ma quindi conviene?

Che cosa ci suggerisce, quindi, l’esempio spagnolo? Un mix in cui rinnovabili e nucleare lavorano insieme può contenere il ricorso al gas e contribuire a rendere l’elettricità meno esposta alle oscillazioni del suo prezzo. Il confronto tra le bollette non dimostra da solo quanto risparmieremmo in Italia, ma offre un riferimento concreto per capire il possibile vantaggio di una produzione più diversificata. Anche il PNIEC, nella versione di giugno 2024, indica un beneficio economico di lungo periodo: nello scenario con circa 8 GW di capacità nucleare installata al 2050, sufficienti a coprire circa l’11% della richiesta elettrica, stima un costo complessivo inferiore di circa 17 miliardi di euro rispetto allo scenario senza nucleare. Il messaggio che emerge dalle analisi citate è che affiancare il nucleare alle rinnovabili, riducendo la quota di gas nel mix elettrico italiano, può portare a un risparmio economico nel lungo termine. Si compra meno gas e si dispone di una fonte che produce anche quando sole e vento non bastano. Perché questo vantaggio arrivi davvero a cittadini e imprese, occorre però realizzare e finanziare le centrali a costi sostenibili: è la convenienza dell’intero sistema, dalle centrali alla bolletta, a determinare il risultato.

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