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24 Settembre 2026
14:11

Ritorno al nucleare in Italia, facciamo un punto ora che la legge delega è stata approvata

Il Governo avrà 12 mesi per definire le regole sul possibile ritorno dell’energia nucleare in Italia.

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Ritorno al nucleare in Italia, facciamo un punto ora che la legge delega è stata approvata
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Il Senato ha approvato ieri in via definitiva la legge delega sul nucleare, che la Camera aveva già approvato a giugno, con 81 favorevoli (Fratelli d'Italia, Lega, Forza Italia e Azione), 51 contrari (AVS, Movimento 5 Stelle e PD) e 7 astenuti: il voto dà il via libera definitivo al disegno di legge con la delega al governo in materia di energia nucleare sostenibile, dà cioè al governo il compito di scrivere le regole precise per disciplinare sperimentazione, localizzazione, costruzione, installazione ed esercizio dei nuovi impianti. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Pichetto Fratin prevede che le prime centrali possano essere pronte nel 2033-34, ma non è ancora detto che questo si traduca automaticamente nell’effettivo ritorno del nucleare in Italia, come ci dimostra il passato.

In Italia il dibattito su pro e contro del nucleare è sempre stato molto acceso e divisivo – e lo è tuttora – anche a causa del disastro di Cernobyl, l’incidente nucleare avvenuto nella centrale nucleare il 26 aprile 1986, in seguito all'esplosione del reattore 4. Quella di ieri è dunque una giornata che in molti hanno definito storica: in Italia, infatti, le centrali nucleari erano state state chiuse quasi quarant'anni fa, dopo il referendum del novembre 1987 che aveva abrogato alcune regole su costruzione e la gestione delle centrali. Nel giugno 2011 un altro referendum aveva abrogato le nuove norme proposte dal governo Berlusconi negli anni 2008-2009, che avrebbero permesso di tornare al nucleare e realizzare nuovi impianti, ponendo di fatto un nuovo freno – in questo caso anche dopo il disastro di Fukushima avvenuto quell’anno e a causa della preoccupazione per lo smaltimento dei rifiuti tossici. Secondo i giuristi, non sarà necessario un referendum consultivo, ma i cittadini potrebbero chiederne un altro abrogativo: in 12 mesi, insomma, avremo un impianto giuridico che ci permetterà di valutare questo ritorno.

Cosa prevede il disegno di legge delega

Il disegno di legge sul nucleare crea il quadro legislativo per il possibile ritorno alla produzione nucleare e conferisce al governo la delega per disciplinare in modo organico l’introduzione del nucleare sostenibile nel sistema energetico nazionale: i decreti legislativi dovranno essere adottati entro 12 mesi dall’entrata in vigore della legge; entro i successivi 24 mesi dalla loro entrata in vigore il Governo potrà adottare eventuali decreti integrativi e correttivi.

La legge dovrà essere firmata dal Presidente della Repubblica, per la "promulgazione", dopodiché sarà pubblicata in Gazzetta ufficiale e, 15 giorni dopo, entrerà in vigore, facendo scattare i 12 mesi a disposizione del Governo. La legge delega, con cui il Parlamento ha fissato dei paletti, affida infatti al Governo il compito di scrivere le regole dettagliate: si apre quindi la fase dei decreti attuativi che andranno a definire nuove regole, tra autorizzazioni, sicurezza, gestione dei rifiuti, finanziamenti e rapporto con i territori.

Come spiega il MASE (il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica), «fa diretto riferimento al rispetto degli obblighi europei e internazionali e si inserisce nel quadro delle politiche comunitarie indirizzate al raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione al 2050, con l’obiettivo di rafforzare sicurezza e indipendenza energetica, contenendo i costi dei consumi». Il voto di ieri è motivato dai sostenitori dalla volontà di rendere l’Italia un Paese «sicuro, indipendente e competitivo» dal punto di vista energetico, per citare il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, che prevede che «le prime centrali nucleari in Italia – una stima che faccio in base agli elementi che ho a disposizione degli esperti, delle imprese del settore – potrebbero esserci nel 2033-34».

La delega prevede, tra le varie cose:

  • l’elaborazione di un programma nazionale finalizzato allo sviluppo della produzione e dell’utilizzo di energia da fonte nucleare sostenibile e da fusione;
  • la definizione della disciplina relativa alla sperimentazione, localizzazione, costruzione, installazione ed esercizio di nuovi impianti di produzione;
  • la disattivazione e lo smantellamento delle installazioni nucleari esistenti, la disciplina del combustibile nucleare, degli impianti di stoccaggio e smaltimento definitivo di rifiuti radioattivi e del combustibile esaurito;
  • il riordino della disciplina in materia di sicurezza, vigilanza e controllo, della governance;
  • il potenziamento della ricerca scientifica, industriale per la formazione di nuove competenze.

Sono previsti inoltre 60 milioni di euro per gli investimenti collegati all'attuazione della delega, 20 milioni per ciascuno degli anni 2027, 2028 e 2029. A questi si aggiungono 1,5 milioni di euro nel 2026 e 6 milioni nel 2027 per le campagne di informazione ai cittadini e alle popolazioni interessate dall'eventuale localizzazione degli impianti – la legge non individua infatti per ora località specifiche né autorizza la costruzione di centrali. Il modello di finanziamento dei futuri impianti non è ancora definito: la delega prevede però che i decreti possano disciplinare eventuali forme di sostegno alla realizzazione degli impianti e alla produzione di energia nucleare.

Quali tecnologie potrebbero essere adottate

Quanto alla tecnologia, il governo ha adottato un principio di neutralità: saranno i decreti attuativi a stabilire quali tecnologie potranno essere utilizzate sulla base di valutazioni di sicurezza e sostenibilità, ma il provvedimento impone di escludere grandi centrali tradizionali, come quelle operative presenti in molte parti del mondo:

Le opzioni sono diverse:

  • SMR (Small Modular Reactors), reattori a fissione nucleare di dimensioni ridotte, che possono produrre fino a 300 MWe per modulo (fino a 400 MWe, se consideriamo l'ultimo EDF-Nuward). Sono ottenuti da pezzi “prefabbricati” in modo da garantire modularità;
  • AMR (Advanced Modular Reactors), sistemi di quarta generazione che utilizzano tecnologie differenti, e utilizzano anche refrigeranti alternativi all'acqua, come sali fusi, piombo o gas e garantire una maggiore efficienza nel riciclo del combustibile. Anch'essi sono piccoli e modulari;
  • microreattori, unità ultra-compatte di potenza ancora inferiore, facilmente trasportabili e pensate per generare energia e calore in zone isolate, comunità o siti industriali remoti;
  • fusione nucleare, una tecnologia distinta dalla fissione, ma ancora sperimentale, che non sfrutta la scissione di atomi pesanti, bensì l'unione di nuclei leggeri (come deuterio e trizio). È per ora ancora in fase di ricerca e sviluppo e non costituisce a oggi una tecnologia commerciale per produrre elettricità.

Come siamo messi nel resto d’Europa

La Germania ha spento le sue ultime centrali nell'aprile 2023 e la Spagna ha deciso di chiudere tutte le sue centrali entro il 2035 – quest’anno ha però rinviato al’8 giugno 2030 la chiusura di una di loro, quella di Almaraz.

Al contrario, la Francia è il Paese europeo che usa di più il nucleare, da cui ricava circa il 70% della sua elettricità. Il Belgio, nel 2025 ha abrogato la legge che prevedeva di chiudere le centrali e ha aperto alla costruzione di nuovi impianti. In Svizzera, proprio a giugno 2026 il Parlamento ha deciso di togliere il divieto di costruire nuove centrali. L'ultima parola potrebbe spettare ai cittadini con un referendum.

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