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26 Settembre 2026
7:00

Terremoto Umbria e Marche del 1997: cosa accadde 29 anni fa e perché la terra tremò per mesi

Quel giorno due forti scosse (Mw 5.7 e 6.0) colpirono Umbria e Marche, avviando una lunga sequenza sismica. L'evento causò 11 vittime, 80mila sfollati e danni al patrimonio.

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Terremoto Umbria e Marche del 1997: cosa accadde 29 anni fa e perché la terra tremò per mesi
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Immagine modificata con IA. Credit: INGV.

Il 26 settembre 1997 l'Appennino tra Umbria e Marche fu colpito da due violente scosse di magnitudo 5.7 e 6.0 ad appena 9 ore di distanza: alle 2.33 una prima scossa di magnitudo 5.7 colpì l'Italia centrale lungo l'asse della dorsale montuosa degli Appennini. Quello fu solo l'inizio di una sequenza sismica durata mesi che causò vittime, sfollati, feriti e che danneggiò profondamente infrastrutture e patrimonio artistico – come la Basilica di San Francesco ad Assisi.

Quel giorno due eventi sismici di magnitudo (Mw) 5.7 e 6.0 colpirono l'area di Colfiorito e le zone circostanti, al confine tra Umbria e Marche, a distanza di nove ore l'uno dall'altro. La prima scossa arrivò nel cuore della notte, alle 2:33 circa, con una profondità di circa 8 km. La seconda scossa, alle ore 11:40, fu ancora più forte e colpì mentre la macchina dei soccorsi era già in movimento: mentre i tecnici eseguivano sopralluoghi sulle case danneggiate e i giornalisti arrivavano nell'area dell'epicentro, la terra tremò di nuovo. Questo secondo sisma fece registrare il IX grado Mercalli, con un ipocentro di circa 9,8 km e un epicentro nei pressi di Annifo.

Le scosse di quella giornata furono solamente l'inizio di una sequenza sismica che continuò per alcuni mesi, con migliaia di sismi localizzati in una fascia di 50 km in direzione NO-SE. Complessivamente, le vittime furono 11 e i Comuni interessati dall'emergenza 48. A questi numeri si aggiungono circa 100 feriti e almeno 80 mila sfollati, mentre nella sola Umbria gli edifici danneggiati furono 33 mila.

Dal punto di vista geologico l'Appennino centrale è una catena in cui la crosta viene lentamente "stirata". Le rocce accumulano energia elastica e, quando la resistenza viene superata, si rompono lungo piani di frattura: le faglie. Nel caso specifico di Colfiorito, gli studi dell'INGV hanno chiarito il tipo di struttura coinvolta: i terremoti della sequenza hanno interessato faglie normali (o estensionali) che dislocarono la porzione più superficiale della crosta fino a 8 km di profondità, con pendenza verso Sud-Ovest. In una faglia normale, detto in maniera semplice, un blocco di roccia scivola verso il basso rispetto a quello adiacente, perché la crosta si sta "allargando".

A questo è necessario aggiungere un aspetto fondamentale: dagli studi sulla sequenza del 1997 è emersa la tendenza dei terremoti appenninici a manifestarsi con la migrazione dell'attività tra segmenti di faglia vicini, come accadde proprio il 26 settembre. È il motivo per cui alla prima scossa ne seguì una seconda, più forte, poche ore dopo e pochi chilometri più a nord. Si è trattato del primo terremoto in Italia per il quale furono contemporaneamente disponibili dati di alta qualità rilevati dalle reti di monitoraggio a terra e dai satelliti.

Sono un geologo appassionato di scrittura e, in particolare, mi piace raccontare il funzionamento delle cose e tutte quelle storie assurde (ma vere) che accadono nel mondo ogni giorno. Credo che uno degli elementi chiave per creare un buon contenuto sia mescolare scienza e cultura “pop”: proprio per questo motivo amo guardare film, andare ai concerti e collezionare dischi in vinile.
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