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24 Aprile 2026
17:30

Da Van Aert a Murray: le storie di 5 atleti “eterni secondi” che sono finalmente riusciti a vincere

Van Aert, Murray, Rosberg, Nowitzki e Drogba: 5 storie di atleti che hanno trasformato anni di piazzamenti e finali perse in vittorie decisive, mostrando come la perseveranza possa cambiare il corso di una carriera. La Parigi-Roubaix per il ciclista belga e la Champions League per l'attaccante del Chelsea.

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Da Van Aert a Murray: le storie di 5 atleti “eterni secondi” che sono finalmente riusciti a vincere
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Generata con AI

C'è qualcosa di straziante nell'essere sempre lì, a un passo dal traguardo, senza mai toccarlo. Domenica 12 aprile 2026, Wout van Aert ha vinto la corsa di ciclismo su strada Parigi-Roubaix al settimo tentativo, battendo in volata il campione del mondo Tadej Pogačar. Il belga si è visibilmente commosso, e non è difficile capire perché: dietro a quella vittoria c'erano anni di medaglie "sbagliate", di podi senza il gradino più alto, di soprannomi come "Paperino".

Ma van Aert non è solo. Nella storia dello sport esistono atleti che hanno costruito carriere straordinarie all'ombra della vittoria, accumulando secondi posti come cicatrici, per poi esplodere in un singolo momento capace di riscattare tutto. Chi sono gli altri eterni secondi che poi hanno vinto? Andiamo a scoprire le storie dei “fratelli” di Van Aert: Nico Rosberg, Andy Murray, Dirk Nowitzki e Didier Drogba.

Wout van Aert, il ciclista che ha superato le sfortune e ha vinto nella Parigi-Roubaix

Dal 2020 al 2025, van Aert ha collezionato secondi posti (quasi 50) in una sequenza quasi surreale: due volte ai Mondiali nel 2020, poi al Giro delle Fiandre, alle Olimpiadi di Tokyo, alla Parigi-Roubaix nel 2022 e di nuovo ai Mondiali nel 2023. Nel mezzo, infortuni gravi, critiche e il peso di essere considerato perennemente inferiore ai due dominatori della sua epoca, Mathieu van der Poel e Tadej Pogačar.

Poi, nella primavera del 2026, tutto cambia. Dopo una Roubaix durissima e imprevedibile, van Aert si presenta all’ingresso del Velodromo fianco a fianco con Pogačar. È il momento che aveva già vissuto tante volte, ma con un finale sempre diverso. Questa volta, però, non c’è esitazione: parte per primo, controlla la volata e vince. In pochi secondi si spezza un copione che sembrava scritto da anni. Non è solo una vittoria, ma la fine di una narrazione: quella dell’eterno secondo.

Murray e la la vittoria contro i “Big Three" nel tennis

Il caso di Andy Murray è forse il più emblematico di tutti. Ha perso le sue prime quattro finali Slam, tre contro Federer e una contro Djokovic. La svolta è arrivata agli US Open 2012, dove ha battuto Djokovic in cinque set in una finale durata quasi 5 ore, diventando il primo britannico a vincere uno Slam dal 1936. Il problema di Murray non era il talento, ma la contemporaneità: era il quarto tennista migliore di un'era dominata da tre fuoriclasse assoluti.

Sette anni e 82 giorni dopo essere arrivato per la prima volta al numero 2 del mondo, Murray diventò numero 1: nessuno nella storia del tennis maschile aveva mai aspettato così tanto per compiere quell'ultimo passo verso la gloria. Ci arrivò nel novembre 2016, dopo un anno in cui vinse 9 tornei e ne perse 4 in finale. Murray è anche il primo tennista ad aver vinto due medaglie d'oro olimpiche in singolare, a Londra 2012 e Rio 2016. In carriera ha battuto i "Big Three" — Federer, Nadal e Djokovic — 30 volte in totale: nessun altro giocatore al di fuori di loro è riuscito a fare meglio. Eppure, per anni, lo si ricordava soprattutto per i titoli che non aveva vinto.

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Andy Murray vinse il suo primo slam agli Us Open nel 2012; Credit: Francisco Diez, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons

Il pilota Rosberg: vincere il titolo e ritirarsi dalla Formula 1

Nella Formula 1 pochi hanno incarnato la figura dell'eterno secondo con la stessa intensità di Nico Rosberg. Per anni, il pilota tedesco della Mercedes ha condiviso il box con Lewis Hamilton, uno dei più forti di sempre, venendo spesso eclissato mediaticamente anche quando le sue prestazioni erano eccellenti. Dopo i due secondi posti nel campionato mondiale del 2014 e del 2015, la stagione 2016 è diventata la sua personale rivincita.

Rosberg aveva iniziato il 2016 vincendo le prime quattro gare della stagione. Dopo alti e bassi nella parte centrale, è riuscito a gestire il vantaggio fino all'ultima gara ad Abu Dhabi. Lì si è compiuto il paradosso perfetto: conquistare il titolo mondiale proprio arrivando secondo in gara.

La storia ha però un finale sorprendente. Soli cinque giorni dopo la conquista del titolo, Rosberg ha annunciato il ritiro dalle corse, a soli 31 anni. Una scelta razionale considerando quanto quelle stagioni di rivalità lo avessero consumato: aveva ottenuto quello per cui aveva lavorato tutta la vita, e si sentiva ormai svuotato.

Dirk Nowitzki, 13 anni di attesa per un anello NBA

Nel basket, la storia degli eterni secondi ha in Dirk Nowitzki uno dei suoi protagonisti più simbolici. Il lungo tedesco dei Dallas Mavericks è stato per oltre un decennio uno dei giocatori più dominanti della NBA, capace di segnare con una facilità disarmante grazie al suo iconico in fadeaway tiro su una gamba sola. Già nel 2007 era diventato il primo cestista europeo a ricevere il premio MVP nella storia della NBA. Eppure l'anello mancava.

La stagione 2005-2006 fu quella della prima finale NBA, in cui Dallas venne sconfitta dai Miami Heat per 4-2. Cinque anni dopo, nella rivincita contro gli stessi Heat, è arrivato il riscatto. Durante la finale del 2011, nonostante un'infezione con febbre a 38°C in gara 4, Nowitzki ha segnato il canestro decisivo per pareggiare la serie sul 2-2 e Dallas ha poi vinto la serie in 6 gare. Nowitzki è stato premiato MVP delle Finals con una media di 26 punti e quasi 10 rimbalzi a partita, togliendosi di dosso l’etichetta di “soft”.

Drogba e la Champions League

Ci sono carriere che sembrano costruite attorno a un appuntamento mancato. Quella di Didier Drogba con la Champions League è stata così per anni: occasioni sfiorate, eliminazioni brucianti e la sensazione costante di essere sempre a un passo dalla storia. Con il Chelsea ha vissuto alcune delle notti europee più controverse degli anni 2000, come la finale persa nel 2008, dopo essere stato espulso nei supplementari, o le polemiche in semifinale l'anno successivo.

Poi arriva il 2012, e il copione cambia all’improvviso. Nella finale contro il Bayern Monaco, il Chelsea è sotto e sembra destinato all’ennesima delusione. All’88° minuto, però, Drogba sale più in alto di tutti e segna di testa il gol dell’1-1. È un attimo, ma basta a ribaltare anni di narrativa. La partita va ai rigori, e questa volta il peso non lo schiaccia: è proprio lui a calciare l’ultimo penalty, battendo Manuel Neuer e regalando al Chelsea la prima Champions League della sua storia.

In pochi minuti, Drogba passa dall’essere il simbolo delle occasioni perse al protagonista della finale vinta. Un’intera carriera compressa in un colpo di testa e in un rigore, come se tutto quello che era venuto prima servisse solo a preparare quel momento.

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