
Il Tour de France, che prende il via oggi 4 luglio con la centotredicesima edizione, ha costruito la propria leggenda anche grazie a tappe estreme che hanno messo i corridori di fronte a distanze oggi impensabili, salite interminabili e condizioni proibitive. Dalla Bayonne–Luchon del 1910, che introdusse per la prima volta i Pirenei nella corsa, ai 482 km della Les Sables-d'Olonne–Bayonne del 1919, ancora oggi la tappa più lunga nella storia del Tour, fino alle grandi imprese di Marco Pantani e Claudio Chiappucci sulle Alpi: alcune giornate sono entrate nella memoria del ciclismo per la loro eccezionale durezza. Quest'anno la Grand Boucle si svolgerà in ventuno tappe fino al 26 luglio 2026, coprendo un totale di 3.320,7 km con una partenza da Barcellona in Catalogna e il tradizionale arrivo sugli Champs Élysées a Parigi. A catturare l'attenzione del pubblico del Tour de France 2026 saranno come sempre le scalate di alta montagna, pronte a mettere a dura prova i ciclisti moderni come Vingegaard e Pogačar con pendenze e altimetrie importanti.
Luchon – Bayonne(1910): il primo inferno dei Pirenei
Nel 1910 il Tour de France decide di inserire per la prima volta nel percorso i Pirenei, fino a quel momento considerati impraticabili per una corsa ciclistica. La decima tappa, da Luchon a Bayonne, misura 326 km e attraversa quattro grandi passi montani: Peyresourde, Aspin, Tourmalet e Aubisque.
Per rendere l'idea della follia, i corridori partirono nel cuore della notte in sella a biciclette d'acciaio che pesavano più di 15 chili, totalmente prive di cambio e su strade sterrate. Una volta saliti in quota, gli atleti si ritrovarono a pedalare tra muri di neve accumulati a bordo strada, e nei tratti più ripidi a spingere la bici a mano; tutto ciò per un totale di circa 5.500 metri di dislivello. Octave Lapize, che vincerà quella tappa, arriva in cima al Tourmalet sfinito e si rivolge agli organizzatori con parole destinate a entrare nella leggenda del ciclismo: «Siete degli assassini!», accusandoli di aver ideato un percorso disumano.
Quella giornata segna una svolta epocale: da quel momento il Tour de France non è più soltanto una gara di resistenza sulle lunghe distanze, ma diventa anche una sfida alle grandi montagne.
Les Sables-d'Olonne – Bayonne (1919): la tappa più lunga della storia del Tour
Se oggi una tappa da 220 km viene considerata lunga, al Tour de France del 1919 gli organizzatori ne proposero una di 482 km: un'enormità che ancora oggi rappresenta il record assoluto nella storia della Grande Boucle. La quinta frazione, da Les Sables-d'Olonne a Bayonne, si disputò il 7 luglio 1919 e richiese al vincitore, il francese Jean Alavoine, quasi 19 ore di gara (18h54'07").
Il contesto rende questa impresa ancora più impressionante. Era il primo Tour dopo la Prima guerra mondiale: la Francia portava ancora le cicatrici del conflitto, molte strade erano dissestate, il cibo era razionato e quella del 1919 passò alla storia come il cosiddetto "Tour della fame". Ai corridori veniva chiesto di affrontare tappe interminabili su biciclette pesanti, senza assistenza meccanica e con pochissimi punti di rifornimento.
Inoltre, la tappa da 482 km arrivava dopo due giornate già massacranti da oltre 400 km e poco prima dei Pirenei. Dei 67 corridori partiti da Parigi, solo 17 sui 33 rimasti in gara riuscirono a concludere questa massacrante tappa. E l'emorragia di ritirati proseguì fino al traguardo finale: appena 10 ciclisti arrivarono a Parigi, il numero più basso nella storia del Tour de France.

Bourg-d'Oisans–Morzine (1983): la maratona delle Alpi
247 chilometri totali, cinque colli alpini da leggenda e un dislivello positivo record per l’epoca di oltre 6.400 metri: la diciottesima tappa del Tour de France del 20 luglio 1983, da Bourg-d'Oisans a Morzine, è senza dubbio una delle giornate più dure mai disegnate nella storia della Grande Boucle. Il percorso, come mostra lo schema nel post di X qui sotto, costringeva il plotone ad attraversare cinque delle salite più temute delle Alpi francesi: il Col du Glandon, il Col de la Madeleine, il Col des Aravis, il Col de la Colombière e, infine, il Col de Joux Plane, affrontato prima della picchiata verso il traguardo.
La tappa si trasformò in una corsa a eliminazione, mettendo in crisi molti dei protagonisti della classifica generale. A conquistare una memorabile vittoria in solitaria fu il francese Jacques Michaud, che dopo una fuga d'altri tempi resistette al ritorno degli inseguitori piombando sul traguardo dopo ben 7h 45′ 25″. Alle sue spalle, il giovane debuttante Laurent Fignon difese con le unghie e con i denti la maglia gialla che avrebbe poi portato fino a Parigi.
Grenoble–Les Deux Alpes (1998): l'impresa di Pantani sul Galibier
Il 27 luglio 1998 la quindicesima tappa del Tour de France, da Grenoble a Les Deux Alpes, si corre sotto un diluvio incessante, con nebbia fitta e temperature polari vicine allo zero. Alla partenza Marco Pantani accusa 3'01" di ritardo in classifica generale da Jan Ullrich e sa di dover tentare un'azione da lontano se vuole riaprire la corsa.
In queste condizioni climatiche, Pantani sferra un attacco devastante (mostrato nel video di seguito) a meno di sei chilometri dalla vetta del Galibier. Il Pirata stacca la maglia gialla, che crollerà sotto il gelo e la fatica arrivando al traguardo con quasi nove minuti di ritardo. Questa fuga di 50 km permette a Pantani di mettere le mani su una storica doppietta Giro e Tour nello stesso anno, e resta scolpita nella memoria collettiva come una delle imprese più spettacolari della storia del ciclismo.
Saint-Gervais – Sestriere (1992): la fuga impossibile di Chiappucci
La Saint-Gervais – Sestriere del 18 luglio 1992 è considerata una delle tappe più dure nella storia del Tour . Con i suoi 254,5 km e 6.500 metri di dislivello, i corridori dovettero affrontare in successione Col des Saisies, Cormet de Roselend, Col de l'Iseran – il punto più alto di quel Tour con i suoi 2.764 metri –, Colle del Moncenisio e l'arrivo in salita a Sestriere.
A renderla leggendaria fu però Claudio Chiappucci. L'italiano attaccò insieme a un gruppetto di battistrada dopo appena 28 km dal via, per poi fare il vuoto dietro di sé e rimanere completamente solo a 125 km dal traguardo. Sembrava una follia destinata a fallire; invece, chilometro dopo chilometro, "El Diablo" continuò a guadagnare terreno, scollinando per primo sui giganti alpini e resistendo al feroce inseguimento del gruppo dei favoriti guidato da Miguel Induráin. Dopo 7 ore, 44 minuti e 51 secondi di gara, Chiappucci tagliò il traguardo di Sestriere con 1'34" di vantaggio sul secondo classificato, conquistando una delle vittorie più iconiche della storia del Tour.
L'impresa non gli bastò per vincere il Tour – Induráin limitò i danni e conservò il controllo della classifica generale –, ma quella giornata consegnò definitivamente "El Diablo" alla leggenda.