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16 Maggio 2026
20:00

Le 5 tappe più dure di sempre del Giro d’Italia: dalla tormenta di neve di Gaul ai 430km di Lucca-Roma

Ciclismo eroico, bufere di neve e montagne impossibili: il racconto delle tappe che hanno segnato la storia del Giro. Da Gaul assiderato sul Bondone alla tormenta del Gavia conquistata da Hampsten, passando per l’impresa di Coppi a Pinerolo e l’esplosione di Pantani sul Mortirolo, fino ai 430,3 chilometri della Lucca-Roma del 1914, ancora oggi la tappa più lunga mai corsa.

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Le 5 tappe più dure di sempre del Giro d’Italia: dalla tormenta di neve di Gaul ai 430km di Lucca-Roma
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Cosa accomuna un corridore trovato assiderato dopo una bufera di neve, un altro capace di pedalare per 430 chilometri su strade sterrate e un giovane scalatore che stacca Indurain sul Mortirolo sotto la pioggia? Tutti e tre sono protagonisti di alcune delle tappe più estreme nella storia del Giro d’Italia — una corsa che, più di ogni altra, ha trasformato la bicicletta in una sfida ai limiti della resistenza umana. Oggi, quell'eterna lotta tra uomo e natura si ripete nell'edizione 109 attualmente in corso. Mentre brucia ancora l'asfalto della recente tappa chiusa sul lungomare di Napoli, la carovana guarda già alle montagne. Dopo l'inedita partenza dalla Bulgaria e gli sforzi delle recenti tappe di Napoli e la Formia-Blockhaus, la carovana e fuoriclasse assoluti come Vingegaard e Bernal oggi sono impegnati nei 156 km che separano Chieti da Fermo.

Il Bondone del 1956: Gaul esce dalla tormenta

L'8 giugno 1956, la carovana parte da Merano sotto una pioggia gelida. La tappa prevede cinque colli, l'ultimo dei quali è il Monte Bondone sopra Trento. Tra gli 87 corridori in gara, ignari di cosa li aspetta, c'è Charly Gaul, scalatore lussemburghese di 23 anni con 17 minuti di ritardo dalla maglia rosa.

Sul Bondone la pioggia diventa bufera di neve: 40 centimetri accumulati, temperatura sottozero, visibilità quasi nulla. I corridori cadono uno dopo l'altro — oltre 44 si ritirano per assideramento —  e alcuni si rifugiano nelle osterie lungo la strada. Gaul non si ferma e arriva al traguardo da solo. Lo sollevano di peso dalla bici, con le mani ancora così serrate al manubrio che devono staccargliele a forza. Poi, il buio: sviene. Gli tagliano la maglia gelata con le forbici e gli servirà un’ora intera, tra i soccorsi, per riprendere piena conoscenza e capire dove si trova.

Il secondo classificato arriva con quasi 8 minuti di ritardo. Fiorenzo Magni è terzo: ha una spalla rotta e tiene il manubrio reggendolo con un laccio tra i denti, un’impresa epica.

Grazie a questa tappa Gaul rimonta 24 posizioni e vince il Giro.

La Lucca-Roma del 1914: 430 chilometri di fatica

L'edizione 1914 del Giro è considerata la più dura corsa a tappe di sempre, una massacrante sfida su strade sterrate con tappe dalla lunghezza media di quasi 400 chilometri, percorse a 23 km/h. Il risultato fu un'ecatombe sportiva: su 81 partiti, solo 8 corridori riuscirono a tagliare il traguardo finale, segnando una percentuale di ritiro del 90%.

Il record assoluto di distanza appartiene alla terza tappa: la Lucca-Roma misura 430,3 chilometri ed è ancora oggi la tappa più lunga mai disputata al Giro, un primato che a oltre un secolo di distanza nessuno ha avvicinato. La vince il giovanissimo Costante Girardengo in 17 ore, 28 minuti e 55 secondi — e vince in volata, dopo una giornata intera in sella.

Durante quella tappa nasce anche la fuga solitaria più lunga della storia del Giro: il corridore Lauro Bordin approfitta di un passaggio a livello chiuso per scappare dal gruppo e rimane solo in testa per 350 chilometri, prima di essere ripreso a pochi chilometri dall'arrivo, esausto dopo 14 ore di pedalata.

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Costante Girardengo, vincitore della tappa più lunga di sempre del Giro d’Italia; Credit: See page for author, Public domain, via Wikimedia Commons

La Cuneo-Pinerolo del 1949: "Un uomo solo al comando"

La diciassettesima tappa del Giro del 1949 collega Cuneo a Pinerolo — 50 chilometri in linea d'aria — ma per arrivarci passa dalla Francia scalando cinque grandi passi alpini: Maddalena, Vars, Izoard, Monginevro e Sestriere. In totale 254 chilometri e oltre 5.000 metri di dislivello.

Fausto Coppi scatta già sul primo colle e non si volta più indietro: 192 chilometri di fuga solitaria, una delle imprese atletiche più spettacolari della storia del ciclismo. A rendere immortale quella giornata è anche la voce del radiocronista Mario Ferretti: "Un uomo solo è al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome è Fausto Coppi." Gino Bartali arriva a Pinerolo con oltre 11 minuti di ritardo.

Un uomo solo è al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome è Fausto Coppi.
Mario Ferretti

Nel 2012 la Gazzetta dello Sport chiede a un centinaio di giornalisti di tutto il mondo di eleggere la tappa più bella della storia del Giro: vince la Cuneo-Pinerolo del 1949, diventata nel tempo l’emblema del ciclismo eroico.

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Fausto Coppi durante la Cuneo–Pinerolo del 1949; Credit: See page for author, Public domain, via Wikimedia Commons

Il Mortirolo e lo Stelvio nel 1994: nasce il mito di Pantani

Il Passo del Mortirolo è una delle salite più temute del ciclismo: 12,5 chilometri con pendenza media del 10,5% e punte oltre il 20%. Il Giro lo scala per la prima volta nel 1990, ma è nel 1994 che questa montagna entra nella leggenda.

La tappa parte da Merano e arriva ad Aprica dopo aver attraversato alcune delle salite più dure delle Alpi centrali: prima lo Stelvio, poi il Mortirolo dal versante di Mazzo, il più feroce, e infine l’ascesa verso Aprica. È una giornata fredda, corsa sotto la pioggia e con oltre 5.000 metri di dislivello complessivo.

Un giovane Marco Pantani – come si può ammirare nel video qui sotto – attacca sulle rampe del Mortirolo e stacca uno dopo l’altro Gianni Bugno, Claudio Chiappucci e Miguel Indurain, salendo a una velocità mai vista fino ad allora su quella montagna. Arriva al traguardo di Aprica con oltre due minuti sui primi inseguitori — Induráin paga più di tre minuti e la maglia rosa Berzin oltre quattro. In una sola tappa Pantani passa dal sesto al secondo posto della classifica generale.

Da quel giorno il Mortirolo diventa una salita simbolo del Giro d’Italia e dell’ascesa del Pirata. Oggi la salita è conosciuta ufficialmente anche come “Cima Pantani”.

Il Gavia del 1988: l'inferno bianco

Il 5 giugno 1988, tappa da Chiesa Valmalenco a Bormio: 120 chilometri in apparenza gestibili, ma con un passaggio sul Passo del Gavia a 2.621 metri. Le previsioni annunciano possibilità di neve, ma si decide di correre lo stesso.

I corridori partono in pantaloncini e maglie a maniche corte. Sul Gavia la situazione precipita: prima pioggia, poi neve fitta, infine tormenta. L’olandese Johan van der Velde attacca senza giacca né guanti, scollina per primo ma va completamente in crisi nella discesa verso Bormio, affrontandola senza neanche indossare una mantellina. Assiderato, si ferma in un rifugio lungo la strada per cercare di scaldarsi prima di ripartire. Molti altri corridori arrivano al traguardo in stato di ipotermia, incapaci perfino di scendere dalla bici senza aiuto.

L'unica squadra veramente preparata è la 7-Eleven: il direttore sportivo aveva comprato passamontagna, guanti impermeabili e giacche termiche da distribuire ai propri corridori a pochi metri dalla cima. Andy Hampsten li indossa, sopravvive alla discesa e conquista la maglia rosa, diventando il primo non europeo a vincere il Giro d'Italia. Anni dopo racconterà: "potremmo passare ore mentre cerco di spiegare quanto freddo facesse."

Potremmo passare ore cercando di spiegare quanto freddo facesse.
Andy Hampsten, vincitore del Giro d'Italia 1988, in riferimento alla tappa del Gavia
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