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1 Agosto 2026
16:30

Arabia Saudita e USA colpiscono milizie filo-iraniane in Iraq: perché può cambiare gli equilibri regionali

La partecipazione diretta di Riyadh agli attacchi USA contro le milizie filo-iraniane in Iraq potrebbe indicare un cambio di strategia saudita nei confronti dell'Iran. Ma quanto è probabile il rischio di allargamento del conflitto su scala regionale?

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Arabia Saudita e USA colpiscono milizie filo-iraniane in Iraq: perché può cambiare gli equilibri regionali
arabia saudita guerra
La mappa dei Paesi del Golfo Persico, tra cui Arabia Saudita, Iran e Iraq.

L'attacco congiunto condotto da Stati Uniti e Arabia Saudita contro obiettivi riconducibili alle milizie filo-iraniane in Iraq rappresenta un punto di svolta importante nell’attuale scenario di crisi in Medio Oriente.

Il governo di Washington colpisce da anni gruppi armati sostenuti da Teheran, ma la partecipazione diretta dell'Arabia Saudita costituisce invece una novità politica e strategica. Per anni il regno saudita ha infatti preferito limitarsi al sostegno diplomatico o logistico delle operazioni statunitensi, mentre ora ha deciso di partecipare direttamente ai raid, elemento che potrebbe segnare un cambiamento negli equilibri della regione.

L'operazione arriva dopo una serie di attacchi con droni contro infrastrutture saudite, attribuiti a gruppi legati all' “Asse della Resistenza”, la rete di alleati e milizie armate sostenuti dall'Iran. Da questo nascono numerosi interrogativi: perché Riyadh ha deciso di intervenire direttamente? L'Iraq rischia di essere trascinato in un conflitto regionale? E cosa significa tutto questo nei rapporti con Teheran?

Perché questo attacco è diverso dagli altri: l’Arabia Saudita decide di intervenire

Gli Stati Uniti conducono da anni operazioni contro milizie filo-iraniane in Iraq e Siria quando ritengono che queste rappresentino una minaccia per sé o per i propri alleati. La vera novità però è la partecipazione diretta dell'Arabia Saudita: negli ultimi anni il governo di Riyadh aveva progressivamente cercato di diminuire la tensione con Teheran, culminata nel riavvicinamento diplomatico del 2023 mediato dalla Cina.

Questo non significava la fine della rivalità tra le due potenze regionali, ma la volontà di trovare canali alternativi evitando uno scontro diretto. Secondo Reuters, gli ultimi attacchi condotti contro infrastrutture saudite sarebbero stati organizzati da milizie irachene insieme agli Houthi yemeniti con il coordinamento di gruppi legati ai Pasdaran iraniani (Islamic Revolutionary Guard Corps – IRGC).

Con questo raid, l'Arabia Saudita dunque entra direttamente nelle operazioni militari contro gruppi filo-iraniani presenti in Iraq e indica che la leadership saudita considera ormai gli attacchi alle proprie infrastrutture una minaccia alla propria sicurezza nazionale tale da giustificare una risposta militare oltre confine, trasformando l'Iraq da Paese vicino a piattaforma operativa da cui partono attacchi contro il proprio territorio.

Perché l'Iraq protesta: la violazione del principio di sovranità

Il governo iracheno ha condannato fermamente agli attacchi, definendo i bombardamenti una violazione della propria sovranità nazionale. Nel diritto internazionale, quello di sovranità è uno dei principi fondamentali: uno Stato non può usare la forza nel territorio di un altro Stato se non in circostanze eccezionali, ad esempio invocando il diritto di autodifesa previsto dall'articolo 51 della Carta ONU.

C'è poi un elemento che rende la situazione ancora più delicata: molte delle milizie colpite fanno parte delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF – Popular Mobilization Forces, in arabo Hashd al-Shaabi), un'organizzazione ombrello che riunisce decine di milizie armate irachene. Le PMF furono costituite nel 2014 per sostenere l'esercito nella lotta contro lo Stato Islamico (ISIS): attualmente alcune brigate sono considerate molto vicine all'Iran, ma nel loro insieme le PMF fanno formalmente parte dell'apparato di sicurezza iracheno e ricevono finanziamenti pubblici.

Questo crea una situazione quasi paradossale: per Stati Uniti e Arabia Saudita alcune di queste milizie rappresentano organizzazioni armate responsabili di attacchi regionali e sono dunque una minaccia militare, mentre per il governo di Baghdad colpirle significa colpire, almeno formalmente, forze appartenenti allo Stato iracheno. La condanna irachena quindi riguarda sia la difesa politica delle milizie colpite, ma anche e soprattutto una difesa del principio di sovranità.

Esiste davvero il rischio di un’escalation con l’Iraq?

Al momento l’ipotesi di una guerra diretta tra Iraq e Arabia Saudita-Stati Uniti è uno  scenario poco probabile: il governo iracheno non sembra avere interesse ad aprire un conflitto con Riyadh o con Washington. Al contrario, il suo obiettivo è evitare che il Paese venga trascinato nello scontro tra Iran e i suoi rivali regionali.

L'Iraq, infatti, si trova i in una posizione estremamente complessa, poiché ospita forze statunitensi, mantiene relazioni economiche e politiche con i Paesi del Golfo, ma al tempo stesso sul suo territorio operano numerose milizie vicine all'Iran, che dispongono di una notevole autonomia. Se queste milizie continueranno a lanciare attacchi contro obiettivi sauditi o statunitensi partendo dal territorio iracheno, è possibile che Washington e Riyadh decidano di intervenire nuovamente senza attendere il consenso di Baghdad.

Il rischio, quindi, non è tanto una guerra tra Iraq e Arabia Saudita, quanto una progressiva erosione dell'autorità dello Stato iracheno, sempre più incapace di impedire che il proprio territorio venga utilizzato sia come base per gli attacchi sia come bersaglio delle rappresaglie.

Cosa cambia negli equilibri regionali del Medio Oriente

L'aspetto più importante non riguarda tanto un possibile conflitto tra Iraq e Arabia Saudita, quanto piuttosto se l'Arabia Saudita abbia deciso di assumere un ruolo militare più attivo contro la rete di gruppi armati sostenuti dall'Iran. Negli ultimi mesi gli attacchi hanno coinvolto Iran, Israele, Stati Uniti, Yemen, Siria e ora sempre più direttamente anche l'Iraq.

Ogni nuovo fronte aumenta il rischio che Paesi finora rimasti relativamente ai margini vengano trascinati nel conflitto. La partecipazione diretta dell'Arabia Saudita potrebbe infatti indicare che Riyadh non intende più limitarsi a sostenere gli Stati Uniti o a rafforzare le proprie difese interne, ma è disposta a intervenire militarmente anche fuori dai propri confini quando ritiene che una minaccia sia diventata immediata.

Se operazioni di questo tipo dovessero ripetersi, il Medio Oriente potrebbe entrare in una fase diversa, caratterizzata da un coinvolgimento sempre più diretto delle principali potenze regionali e da un aumento del rischio di operazioni militari che potrebbero allargare ulteriormente il conflitto.

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