
La tregua tra Stati Uniti e Iran è ufficialmente saltata, con attacchi reciproci ormai sempre più intensi negli ultimi giorni e la reintroduzione del blocco navale USA. Ora il conflitto, però, rischia di allargarsi oltre il Golfo Persico: i ribelli Houthi dello Yemen, sostenuti dall'Iran, hanno appena annunciato un embargo marittimo contro l'Arabia Saudita.
Per capire perché una milizia yemenita possa spaventare i mercati energetici globali bisogna guardare alla geografia e, in particolare, quella dei cosiddetti chokepoints (i “colli di bottiglia”), attraverso cui passa una fetta enorme del commercio mondiale di petrolio. Con la chiusura dello Stretto di Hormuz, infatti, Bab el-Mandeb (che collega il Mar Rosso all'Oceano Indiano attraverso il Golfo di Aden, situato tra Yemen, Gibuti ed Eritrea) è ormai diventato uno snodo marittimo essenziale per le esportazioni saudite.
Considerando che dallo Stretto di Hormuz (quando aperto) transita circa il 20% del greggio globale, se i due stretti venissero chiusi contemporaneamente, si bloccherebbero circa il 30% del petrolio globale trasportato via mare. I problemi, però, non riguarderebbero solo il petrolio: dallo Stretto di Bab el-Mandeb passa anche il 10% circa del commercio globale, con numerosi container in arrivo dalla Cina, dall'India e da altri Paesi asiatici e diretti verso l'Europa.
Le conseguenze di un blocco di Bab el-Mandeb sulle esportazioni di petrolio
Partiamo dal punto più pratico: che effetto avrebbe la chiusura di questo stretto? La risposta sta nel fatto che, con Hormuz già bloccato, Bab el-Mandeb è diventato lo snodo principale per far uscire il petrolio dalla regione.
Dopo lo scoppio della guerra tra USA e Iran lo scorso febbraio, l'Arabia Saudita ha gradualmente dirottato milioni di barili di petrolio al giorno verso un terminale di esportazione sul Mar Rosso, dato che il conflitto aveva gravemente compromesso il traffico delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz. Più nel dettaglio, Riyadh ha spinto il suo oleodotto Est-Ovest (la cosiddetta Petroline) alla piena capacità di 7 milioni di barili al giorno, reindirizzando via terra il greggio dai giacimenti orientali fino al porto di Yanbu sul Mar Rosso, per aggirare completamente lo stretto.

Ma quel petrolio, per arrivare in Asia, deve comunque uscire dal Mar Rosso. E l'unica porta d'uscita verso sud è proprio Bab el-Mandeb. La chiusura di questo chokepoint, quindi, bloccherebbe nuovamente le esportazioni di greggio, aggravando l'interruzione dell'approvvigionamento petrolifero già innescata dalla paralisi di Hormuz.

Insomma, qualsiasi minaccia al Mar Rosso e al suo varco di Bab el-Mandeb rischia di aggravare ulteriormente la crisi energetica globale, con il pericolo che il conflitto si estenda oltre il Golfo Persico.
Va detto, però, che almeno per il momento non è ancora chiara la natura dell'annuncio odierno degli Houthi: come riportato da Reuters, il portavoce militare del gruppo ha dichiarato l'avvio di un «embargo marittimo contro il criminale nemico saudita, basato sul principio ‘occhio per occhio', con effetto immediato a partire dalla pubblicazione di questa dichiarazione».
Resta quindi da capire l'intensità di questo embargo marittimo: non è chiaro se gli Houthi manterranno contro l'Arabia Saudita lo stesso livello di attacchi già visto in passato, oppure se si tratti di una misura per fare pressione sul Paese affinché ceda su questioni locali. Il gruppo, comunque, non ha la capacità militare di imporre un blocco navale, ma negli ultimi anni ha dimostrato di poter colpire navi commerciali con missili e droni, soprattutto nelle acque del Mar Rosso vicino alle coste dello Yemen.
La reazione dei mercati, almeno nell'immediato, è stata comunque prudente: i prezzi del greggio sono rimasti pressoché invariati dopo l'annuncio, come riportato da CNBC.
La fragile tregua tra Houthi e Arabia Saudita in vigore dal 2022
Gli Houthi hanno confermato di aver imposto l'embargo marittimo contro l’Arabia Saudita a seguito di un attacco dello scorso 13 luglio contro l’Aeroporto della capitale yemenita Sanaa, che è controllata dal gruppo militare. Secondo l'Ufficio politico Houthi, l'Arabia Saudita avrebbe attaccato l'aeroporto per impedire l'atterraggio di un aereo passeggeri della Mahan Air, compagnia legata ai Pasdaran iraniani, che, stando alle ricostruzioni, trasportava una delegazione Houthi di ritorno dai funerali dell'ex Guida Suprema iraniana Ali Khamenei a Teheran. L'attacco non è stato rivendicato direttamente dall'Arabia Saudita, ma dal governo yemenita sostenuto da Riyadh: gli Houthi hanno quindi risposto attaccando l’Aeroporto saudita di Abha, nel sud del Paese.

Per la prima volta dopo 4 anni, quindi, il gruppo armato yemenita e l'Arabia Saudita hanno violato la (fragile) tregua raggiunta nel 2022: per capire la radice di questo conflitto, però, bisogna fare un passo indietro al 2014, quando è iniziata la guerra civile in Yemen. Il conflitto, infatti, ha visto schierati i ribelli Houthi (sostenuti dall'Iran) contro una coalizione guidata dai sauditi, che appoggiava il governo del Paese.
Nel 2022 quella guerra è stata sostanzialmente “congelata”: una difficile tregua tra il Consiglio di Comando Presidenziale e gli Houthi ha congelato le linee del conflitto e ha posto fine agli attacchi della coalizione contro gli Houthi. Da allora l'equilibrio ha di fatto retto, seppur con qualche crepa: dal 2022 sono proseguiti scontri intermittenti tra gli Houthi e varie forze anti-Houthi lungo le linee di contatto.
Il momento scelto, chiaramente, non è casuale: gli Houthi e l'Iran hanno infatti un interesse comune nel mettere l'Arabia Saudita sotto ulteriore pressione, per aumentare ancora di più il costo regionale e globale della guerra e spingere indirettamente gli Stati Uniti a fermare le attività militari. In questa fase, come osserva l'ISPI, non solo gli obiettivi Houthi e iraniani sono convergenti, ma lo è diventato anche l'approccio di sfida adottato da entrambi.
Attenzione, però: queste nuove tensioni non significano con certezza che scoppierà una guerra aperta in tutta la regione. Anche le analisi dell'ISPI invitano alla cautela sulle tempistiche, pur riconoscendo l'importanza di questo cambiamento: con la ripresa della guerra in Iran, Houthi e Arabia Saudita probabilmente non aumenteranno immediatamente lo scontro reciproco. Ma il rischio di escalation, rafforzato dalle dinamiche interne e regionali, ha già cambiato il quadro della tregua yemenita, erodendo un equilibrio delicato durato quattro anni.