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5 Giugno 2026
15:30

Perché USA e Iran non riescono a fare la pace: i 5 nodi tra fiducia, nucleare e interessi economici

Continuamente annunciato e poi smentito, l'accordo tra Iran e Stati Uniti sembra un miraggio diplomatico. Dal muro contro muro sul nucleare al veto sulle operazioni in Libano, fino al ricatto energetico sullo Stretto di Hormuz, sono ancora troppi i nodi geopolitici che allontanano la fine delle ostilità.

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Perché USA e Iran non riescono a fare la pace: i 5 nodi tra fiducia, nucleare e interessi economici
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Donald Trump e l’Ayatollah Mojtaba Khamenei in un braccio di ferro. Immagine a scopo esemplificativo realizzata con AI.

Continuamente annunciato e poi smentito, l'accordo definitivo tra Iran e Stati Uniti sembra ancora un miraggio diplomatico. Dal muro contro muro sul nucleare alle operazioni israeliane in Libano, fino al ricatto energetico sullo Stretto di Hormuz, sono ancora troppi i nodi geopolitici  che allontanano la fine delle ostilità.

Un vicolo cieco strategico che, tra continui attacchi sotto traccia, rischia di costringere Washington a un clamoroso passo indietro.

La mappa del vicolo cieco: i cinque nodi da sciogliere

Per capire come mai la diplomazia stia sbattendo contro un muro, dobbiamo immaginare il tavolo delle trattative come un enorme ingorgo geopolitico. Non si tratta di limare una firma su un foglio di carta, ma di sbrogliare cinque nodi che viaggiano in parallelo:

  • La fiducia azzerata: gli Stati Uniti offrono trattative ma continuano ad attaccare sul campo, mentre vivono una profonda crisi interna nel proprio corpo diplomatico.
  • L'abisso sul nucleare: Washington pretende lo smantellamento atomico dell'Iran; Teheran lo considera un suicidio strategico.
  • Il braccio di ferro economico: non si discute più solo di sbloccare i vecchi conti correnti, ma di veri e propri risarcimenti di guerra.
  • L'ombra del Libano: l'Iran non firma nulla se Israele non si ferma in Libano, creando una tensione che sta logorando persino i rapporti tra Washington e Tel Aviv.
  • Lo Stretto di Hormuz: è il vero asso nella manica per l'Iran, diventato il centro delle trattative.

Vediamo nel dettaglio perché ognuno di questi punti è diventato un muro invalicabile.

Il bluff dell'accordo e il "tradimento" sul tempismo

Il motivo principale per cui non si è fatto nessun passo avanti è che manca la materia prima della diplomazia: la fiducia. Si è parlato di un "Memorandum d'Intesa" mediato dal Pakistan (con l'idea di una tregua di 60 giorni per riaprire lo Stretto di Hormuz in cambio dello sblocco di fondi economici per l'Iran).

Eppure la realtà si è presentata molto diversa. Da un lato, le smentite di Teheran: le autorità iraniane hanno infatti negato l'esistenza di un accordo blindato, definendo le posizioni americane troppo instabili.

Dall'altro, la mossa militare USA: l'Iran non si fida di Washington anche per una questione di tempismo. Gli Stati Uniti hanno dato il via libera a pesanti operazioni militari (l'operazione Midnight Summer – Epic Fury) proprio mentre erano in corso i primi contatti diplomatici. Per l'Iran, condurre una guerra mentre si dice di voler negoziare è la prova che la Casa Bianca non sta parlando in buona fede.

Come riportato da un'analisi di Reuters, gli Stati Uniti stanno al contempo vivendo anche una grave crisi diplomatica interna, dopo che nel corso dei mesi precedenti l'amministrazione Trump ha licenziato decine di esperti diplomatici, rendendo così ancora più difficile il buon esito dei negoziati.

Nucleare: il disaccordo è totale

Se entriamo nel merito delle richieste, il tavolo salta immediatamente. Il fulcro di tutto resta il programma nucleare iraniano, e qui la distanza tra le due superpotenze è un abisso incolmabile.

  • Cosa vogliono gli USA: L'amministrazione Trump ha irrigidito la sua posizione pretendendo una clausola drastica: la distruzione totale e verificabile di tutto l'uranio altamente arricchito finora dall'Iran.
  • Cosa risponde l'Iran: Per Teheran questa richiesta è un'umiliazione e un disarmo unilaterale inaccettabile. L'Iran non ha alcuna intenzione di cedere la sua unica vera carta geopolitica senza garanzie blindate.

Questo muro contro muro nasce dal "Peccato Originale" del 2018, quando Trump stracciò l'accordo nucleare del 2015 firmato da Obama. L'Iran oggi dice: "Perché dovremmo distruggere il nostro uranio basandoci sulla parola di un governo che ha già violato i patti in passato?". Il disaccordo sul tema è, semplicemente, totale.

Il muro economico: sanzioni e risarcimenti

Se il disaccordo sul nucleare è totale, quello economico non è da meno. Le indiscrezioni sui negoziati parlavano semplicemente di "sbloccare i fondi iraniani congelati all'estero", ma la realtà emersa dalle analisi diplomatiche è molto più complessa e vede le due parti arroccate su posizioni opposte.

  • La linea dell'Iran: Teheran non si accontenta più della promessa di alleggerire le sanzioni commerciali. Il governo iraniano pretende risarcimenti economici formali (riparazioni) da parte di Washington per tutti i danni finanziari subiti dal 2018 a oggi, ovvero da quando Trump ha stracciato il vecchio accordo. Per l'Iran, quelle sanzioni unilaterali sono state un atto di "guerra economica" illegittimo che ha devastato la loro moneta e la loro popolazione.
  • La linea degli USA: Per la Casa Bianca, pagare delle "riparazioni" all'Iran è fuori discussione. Accettare questa richiesta equivarrebbe a un'ammissione di colpa storica e geopolitica che nessun presidente americano — tantomeno Trump — potrebbe mai firmare o giustificare davanti al proprio elettorato.

Gli Stati Uniti sembrano disposti al massimo ad una sospensione temporanea e condizionata di alcune sanzioni, mentre l'Iran vuole garanzie scritte e indennizzi. Questo braccio di ferro trasforma l'aspetto economico in un secondo muro invalicabile.

L'ombra del Libano: la geopolitica della regione e gli alleati

A complicare un quadro già impossibile si aggiunge il clamoroso cortocircuito della geopolitica regionale. L'Iran guida una rete di alleati sparsi in Medio Oriente, i cosiddetti proxy, di cui Hezbollah in Libano è il pilastro principale.

L'Iran ha posto una condizione tassativa alla Casa Bianca: non ci sarà nessuna firma sul congelamento della guerra se prima non si fermano le operazioni militari israeliane in Libano.

La fiammata tiene in scacco la diplomazia della Casa Bianca, stretta tra le richieste tassative di Teheran, il rifiuto di Hezbollah e l'intransigenza militare di Tel Aviv. Una situazione così tesa che ha fatto perdere la pazienza a Trump anche nei confronti di Netanyahu, definito recentemente dal presidente americano un "pazzo".

Il 5 giugno, mentre sembrava ormai prossima una possibile tregua tra Libano ed Israele, Hezbollah ha respinto la proposta di pace, facendo saltare nuovamente i negoziati.

Lo Stretto di Hormuz

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Anche a maggio, nonostante la tregua, il passaggio di navi è rimasto limitato. Meno di 10 navi al giorno in media, contro gli oltre 100 pre–conflitto.

Gli Stati Uniti sembrano oggi incapaci di dominare la scena come un tempo. Non solo la prospettiva iniziale di un cambio di regime a Teheran è totalmente saltata sotto i colpi della realtà, ma l'agenda stessa delle trattative si è ribaltata. Si è così passati in pochi mesi dall'ipotesi di cambio regime, alla disponibilità del Presidente americano a incontrare l'Ayatollah Mojtaba Khamenei.

Oggi, al centro dei negoziati non c'è più il disarmo totale dell'Iran e il regime change, ma la semplice riapertura dello Stretto di Hormuz — un elemento che la Casa Bianca dava totalmente per scontato prima dell'inizio del conflitto. Questo sposta pesantemente l'ago della bilancia.

Significa che, se e quando si siederanno davvero a firmare una tregua, gli Stati Uniti dovranno inevitabilmente giungere a un compromesso molto meno duro e più svantaggioso rispetto a quello ottenuto da Obama nel 2015. Un paradosso clamoroso per l'amministrazione Trump: essere partiti otto anni fa per distruggere un accordo giudicato "troppo debole" e ritrovarsi oggi a doverne accettare uno ancora peggiore, pur di far ripartire l'economia mondiale.

La guerra "invisibile": scambi di colpi a bassa intensità

Mentre i diplomatici cercano faticosamente un canale di dialogo a Islamabad, le iniziative militari proseguono, seppure a bassa intensità. La tregua ufficiale esiste solo in apparenza: nella pratica, Stati Uniti e Iran continuano a scambiarsi colpi quotidianamente in quella che gli esperti definiscono una logorante guerra d'attrito, anche psicologica.

Gli Stati Uniti mantengono alta la pressione lungo le coste iraniane, con il comando CENTCOM della marina americana. I caccia statunitensi conducono attacchi mirati per degradare i sistemi radar nemici e colpire i siti di lancio dei droni sulle isole dello Stretto e a Goruk. L'obiettivo di Washington è "tagliare gli occhi" a Teheran per impedirle di monitorare il traffico marittimo, riducendo il controllo sullo stretto di Hormuz.

L'Iran non sta a guardare e risponde colpo su colpo sfruttando la tattica della guerra asimmetrica. Nelle ultime settimane, le forze iraniane hanno preso di mira le infrastrutture e le linee di rifornimento occidentali, riuscendo a colpire con vettori balistici e droni kamikaze persino una base aerea alleata in Kuwait, provocando il ferimento di personale statunitense.

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