
Per decenni, la Cina è stata percepita nell'immaginario occidentale come la “fabbrica delle copie”: l'espressione Made in China era sinonimo di scarsa originalità e qualità. Ma quell'epoca è finita: nel giro di pochi anni, la Cina è diventata una superpotenza leader nell'innovazione e oggi rappresenta una delle avanguardie tecnologiche globali.
La rinascita nazionale cinese, che in appena 30 anni ha sollevato dalla povertà centinaia di milioni di persone e trasformato il Dragone da “fabbrica del mondo” a colosso mondiale, passa per la sua storia, non solo recente.
Ma come è stato possibile? Per rispondere davvero c'è una cosa da tenere a mente fin dall'inizio: questa è la storia di due facce della stessa medaglia. Da una parte c'è la storia del successo; dall'altra c'è la storia del prezzo da pagare per raggiungere quel successo. La Cina di oggi non può essere capita senza tenere a mente entrambi questi elementi. Partiamo dall'inizio.
Il Secolo dell'Umiliazione e la macchina del successo
Per capire la Cina di oggi bisogna fare un passo indietro, al cosiddetto "Secolo dell'umiliazione", tra Ottocento e primo Novecento, quando il Paese venne progressivamente indebolito, attaccato e successivamente spartito tra le potenze straniere (come Gran Bretagna, Francia, Russia e Giappone), perdendo controllo, sovranità e prestigio internazionale. Dentro questo contesto si inserisce uno degli episodi più drammatici, il massacro di Nanchino del 1937 durante l'invasione giapponese: in poche settimane si consumarono violenze sistematiche contro civili e prigionieri, con stime tra 200 mila e 300 mila vittime.
La Cina che per secoli, da quando fu fondata nel 221 a.C., era vista come la civiltà guida in Asia si ritrovò povera, colonizzata e umiliata. Da quel trauma nasce l'ossessione per la "rinascita nazionale", ed è il punto di partenza per capire la Cina di oggi. Per Pechino il progresso è un atto di giustizia storica.
Il rapporto tra Stato e mercato in Cina
A differenza dei Paesi occidentali, dove il mercato guida l'innovazione, in Cina è lo Stato a guidare il mercato. È una "macchina coordinata": governo, università e imprese agiscono come un unico organismo, orientato da obiettivi nazionali a lungo termine. Hanno convogliato enormi risorse pubbliche in ricerca e sviluppo e sostenuto le aziende strategiche (come Huawei e DJI) con credito agevolato e protezione del mercato interno.
Questa è la chiave per capire perché la Cina “copiava”: era una forma di apprendimento industriale, che ha permesso loro di acquisire know-how spendibile per il proprio sistema industriale.
Questa “macchina coordinata” ha poi investito tantissimo nell'istruzione: negli anni '80 solo il 2% della popolazione aveva un'istruzione universitaria, oggi oltre il 50% dei giovani diplomati entra all'università, con un'ampia partecipazione alle facoltà STEM. Questo sistema industriale è così integrato che riesce a coprire l'intera filiera di produzione, dal design alla distribuzione dei materiali. Di fatto, la Cina oggi è uno dei pochi Paesi al mondo ad avere una catena produttiva così integrata.
Tutto questo, però, è stato possibile grazie a un nucleo fondamentale: la loro cultura politica. Dal 1949 è al potere il Partito Comunista Cinese, che non solo è sopravvissuto alla caduta degli altri sistemi comunisti, ma ne è uscito rafforzato. La sua resilienza risiede nell'aver fuso l'ideologia politica con la cultura millenaria locale, costruendo la stabilità su quattro pilastri:
- La cultura tradizionale: i valori confuciani, gerarchia, armonia, rispetto, sono stati integrati nel proprio sistema politico;
- Il controllo politico: un potere centrale forte;
- Il nazionalismo tattico: la ferita del Secolo dell'Umiliazione è stata trasformata in un collante identitario, secondo cui “la sopravvivenza del Partito è la sopravvivenza della Cina”;
- La performance economica: da Deng Xiaoping in poi, la crescita e il benessere sono diventati la nuova legittimità del regime.
La Cina di oggi va inquadrata secondo il concetto di un ritorno, non di una semplice ascesa. È la prima faccia della medaglia: adesso giriamola per vedere la seconda faccia.
Il prezzo che non vediamo: inquinamento e turni di lavoro da 14 ore
Ogni miracolo economico ha un costo e il primo, in questo caso, è l'inquinamento. Tra gli anni '80 e i primi anni 2000 la Cina ha bruciato carbone senza freni, costruito fabbriche senza filtri, scaricato nelle falde acquifere, senza le tutele ambientali obbligatorie in Europa già da decenni.
Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, l'inquinamento atmosferico causa ogni anno oltre un milione di morti premature e Pechino nel 2013 ha registrato concentrazioni di PM2.5 fino a 40 volte superiori al limite considerato sicuro dall'OMS. Il professor Michael Greenstone dell'Università di Chicago ha calcolato che l'inquinamento nelle province del nord riduce l'aspettativa di vita media di oltre tre anni (in alcune aree si arriva fino a 5 anni in meno).
Il secondo prezzo riguarda il lavoro. La crescita è stata alimentata da centinaia di milioni di lavoratori migranti, i mingong, in condizioni spesso durissime: turni di 12-14 ore, dormitori sovraffollati, salari da fame, nessuna tutela sindacale reale, perché i sindacati indipendenti in Cina non esistono. Nel 2010, alla Foxconn (dove si assemblano gli iPhone) si sono verificati 14 suicidi tra i dipendenti in pochi mesi, un numero che ha costretto persino Apple a fare domande pubblicamente.
La Cina è oggi un paradosso energetico: è il Paese che emette più CO₂ al mondo, ma è anche quello che investe di più nelle energie rinnovabili. È contemporaneamente il problema e parte della soluzione.
La libertà è il costo più grave: cos’è il Grande Firewall
Ma il costo più profondo è un altro: la libertà. In Cina sono bloccati social media come YouTube, Google, Instagram, WhatsApp, Facebook, ma anche testate internazionali come il New York Times e Wikipedia. Il sistema si chiama Grande Firewall, un filtro digitale che isola i cittadini dall'internet globale. Per aggirarlo si usano le VPN, ma dal 2017 anche quelle non autorizzate sono illegali.
Poi ci sono le persone. Zhang Zhan, giornalista indipendente, nel febbraio 2020 si è spostata a Wuhan, nel pieno dell'emergenza da COVID-19 per documentare in diretta quello che trovava, dagli ospedali sovraffollati ai dati ufficiali che non tornavano. A maggio è sparita, fermata dalla polizia; a dicembre è stata condannata a quattro anni con l'accusa di «aver cercato risse e provocato guai», una formula vaga applicabile a chiunque disturbi il partito comunista.
Uscita a maggio 2024 dopo uno sciopero della fame e vari ricoveri, pochi mesi dopo era di nuovo in detenzione, con la stessa accusa: il 19 settembre 2025 è stata condannata di nuovo a quattro anni, dopo un processo a porte chiuse. E non è un caso isolato: Jimmy Lai, fondatore di Apple Daily a Hong Kong, è in isolamento dal 2020, e Ilham Tohti, economista uiguro che promuoveva il dialogo tra uiguri e cinesi Han, è stato condannato all'ergastolo nel 2014 per «separatismo».
C'è poi il tema della sorveglianza preventiva: si stima ci siano oltre 500 milioni di telecamere e il sistema comincia a riconoscere non solo i volti ma anche l'andatura. Poi c'è il sistema di credito sociale, da descrivere con precisione: non esiste un unico punteggio nazionale, ma il sistema è frammentato e varia da città a città. Nella città di Rongcheng ogni persona parte da 1.000 punti: litigare con i vicini ne costa 5, non raccogliere i bisogni del cane 10, donare il sangue ne fa guadagnare. Scendere sotto una certa soglia significa non poter comprare biglietti aerei o dei treni ad alta velocità.
È una realtà pesante: in Occidente abbiamo tante cose da migliorare, però possiamo criticare il governo senza essere arrestati, manifestare, cercare su Google qualsiasi cosa, usare una VPN legalmente. In Cina non puoi cercare la storia del Massacro di Piazza Tiananmen del 1989, né criticare Xi Jinping online, né fare giornalismo in zone "sensibili" senza rischiare il carcere. Ed è un paradosso: la modernizzazione e la ricchezza non hanno portato più libertà, ma più arresti e pene più lunghe.
Il concetto di faccia e verità
C'è infine un aspetto culturale che spiega ancor di più certe dinamiche: il mianzi, che si traduce con "faccia" o "reputazione". Lu Xun, uno dei più grandi scrittori cinesi del Novecento, una figura paragonabile a quello che Leopardi è per noi, lo ha definito il “principio guida della mente cinese”. L'espressione descrive lo status e la reputazione di una persona agli occhi degli altri e proteggere l'immagine e l'armonia sociale prevale spesso sul rivelare fatti spiacevoli. Meglio una mezza verità armoniosa che una verità intera e scomoda.
E per loro non è ipocrisia: è un sistema di valori diverso dal nostro, in cui la verità non è il valore supremo, ma lo è l'armonia. Questa logica, radicata nel confucianesimo, si è fusa con la struttura autoritaria del Partito. E non è un'interpretazione personale: il Wilson Center, uno dei principali istituti di ricerca americani, usa esplicitamente il termine mianzi per descrivere la propaganda estera cinese, secondo cui il Partito Comunista vuole che la Cina acquisisca una reputazione rispettabile a livello internazionale.