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24 Agosto 2026
13:30

Chi sono i “dublinanti” e perché la questione dei rimpatri ha riacceso la tensione tra Nord e Sud Europa

Diversi Paesi del Nord Europa sarebbero pronti a “rimandare in Italia” migliaia di richiedenti asilo: si tratta dei cosiddetti dublinanti. Secondo il Regolamento di Dublino, il primo Paese d'ingresso nell'UE è responsabile dell'esame della domanda di protezione internazionale, salvo legami familiari, visti o altri criteri specifici.

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Chi sono i “dublinanti” e perché la questione dei rimpatri ha riacceso la tensione tra Nord e Sud Europa
dublinanti
I “dublinanti” sono i richiedenti asilo entrati nell'UE attraverso un Paese per poi spostarsi in un altro Stato UE dove presentare domanda di asilo

Secondo numerosi media italiani, diversi Paesi del Nord Europa sarebbero pronti a "rimandare in Italia" migliaia di richiedenti asilo: si tratta dei cosiddetti “dublinanti”, i richiedenti asilo entrati nell'Unione Europea attraverso un determinato Paese (ad esempio l'Italia) per poi spostarsi in un altro Stato membro per presentare una nuova domanda d'asilo.

Il termine, coniato a livello giornalistico, fa riferimento al Regolamento di Dublino, secondo il quale il primo Paese d'ingresso nell'UE è responsabile dell'esame della domanda di protezione internazionale, salvo legami familiari, visti o altri criteri specifici.

Mentre da una parte c'è chi già urla al rischio di un'invasione di ritorno, dall'altra c'è chi collega il duro atteggiamento dei partner europei alle recenti tensioni tra Italia e Spagna dopo i fatti di Ceuta. Vediamo nel dettaglio l'intera questione.

Chi sono davvero i "dublinanti"?

Il termine "dublinante" non si trova nei testi di legge: è un'espressione usata dai mass media. Indica un richiedente asilo che è entrato nell'Unione Europea attraverso un determinato Paese (ad esempio l'Italia, dove è stato identificato e gli sono state prese le impronte digitali nel sistema Eurodac), ma poi si è spostato in un altro Stato membro per presentare una nuova domanda d'asilo.

L'espressione deriva dal Regolamento di Dublino, convenzione firmata nel 1990. Revisionato a più riprese, dal 2013 si parla di Dublino III, il principio su cui si basa il sistema è rimasto il medesimo: il primo Paese d'ingresso nell'UE è di norma responsabile dell'esame della domanda di protezione internazionale, salvo legami familiari, visti o altri criteri specifici.

Nel dicembre 2022 l'Italia ha impresso una svolta, denunciando la saturazione del proprio sistema di accoglienza e l'insostenibilità di un meccanismo che scaricava quasi tutto il peso sui Paesi d'approdo. Roma ha quindi sospeso i rientri dei “dublinanti”.

Questa mossa ha formalmente messo in crisi il vecchio regolamento, spingendo l'Unione Europea a ridiscutere un punto d'incontro tra tutela delle frontiere esterne e solidarietà interna. I tavoli diplomatici hanno prodotto quindi un nuovo accordo, raggiunto nel 2024 e applicato ufficialmente dal 12 giugno 2026: il regolamento sulla gestione dell'asilo e della migrazione – AMMR 2024/1351.

Perché è salita la tensione e la spaccatura tra Nord e Sud Europa

Ma per quale motivo la tensione è scoppiata proprio in questi giorni? Per capirlo bisogna guardare al calendario. A fine 2025, a loro volta, l'Italia e la Germania hanno trovato un'intesa per gestire le riassunzioni in carico dei richiedenti asilo. Tutto sembrava procedere su binari concordati, finché il 12 giugno 2026 non è entrato in vigore il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l'asilo. Da quel momento la legge è cambiata, e tra Roma e Berlino si è aperto un contenzioso sull'interpretazione delle date.

Secondo il Ministero dell'Interno italiano, l'entrata in vigore del nuovo quadro normativo ha di fatto "azzerato" il passato: per Roma, tutte le vecchie richieste pendenti sui movimenti avvenuti prima di giugno non sono più valide. La risposta dei Paesi del Nord è stata di segno opposto.

La Germania (che ha subito fatto un test formale chiedendo all'Italia di riprendere in carico i primi tre migranti arrivati prima del 12 giugno) insieme a Svezia, Finlandia, Svizzera e Austria, sostiene che le pratiche pregresse valgano ancora e pretende l'applicazione rigorosa del principio del "primo Paese d'ingresso".

Questa spinta dai Paesi nordici nasce da un dibattito politico interno sempre più rovente sul tema dell'asilo: essendo la destinazione finale della maggior parte dei flussi, questi Stati spingono per l'esecuzione automatica dei rientri per dimostrare di saper controllare i confini. L'Italia, di contro, difende l'idea che farsi carico da sola di chiunque tocchi le sue coste sia un principio ingiusto, specialmente in assenza di un sistema di ricollocamento automatico nell'Unione.

Paesi mediterranei come Francia e Spagna stanno mantenendo con il nostro Paese un approccio molto più morbido. Dovendo gestire a loro volta rotta atlantica e confini complessi, Parigi e Madrid preferiscono trovare intese pratiche anziché ingolfare la burocrazia con contenziosi legali che finiscono per produrre solo carte e zero trasferimenti reali.

La richiesta amministrativa non significa rimpatrio immediato

Bisogna chiarire da subito che una richiesta amministrativa non equivale a un trasferimento fisico diretto e immediato. Come potete vedere nell'immagine, nel 2024 sono state fatte circa 167.000 richieste. Di queste, solamente il 10% sul totale è stato approvato.

Richieste dublinanti nel 2024
Richieste dublinanti nel 2024 – fonte Eurostat

Quando le autorità di Berlino o Helsinki individuano una persona entrata dall'Italia, inviano una notifica elettronica tramite il software interministeriale europeo (DubliNet). In poche parole, si tratta di una prassi burocratica automatica.

I dati ufficiali Eurostat relativi agli ultimi anni mostrano l’effettiva distanza tra le carte inviate e i trasferimenti reali:

  • In tutta l’UE, a fronte di oltre 150.000 richieste inviate ogni anno tra Stati membri, solamente una piccola percentuale si traduce in un reale trasferimento fisico.
  • Nonostante l'Italia riceva regolarmente anche fino a 40.000 richieste all'anno (2023/2024), i trasferimenti effettivi eseguiti si contano in poche centinaia di persone.

Se andiamo a prendere i dati, resi noti da Eurostat, tra il 2023 e il 2025 all'Italia sono state presentate quasi 110.000 richieste. Di queste ne sono state accolte poco più di 200.

La svolta del nuovo Patto UE: la solidarietà e i rientri "non rifiutabili"

Con l'adozione dei decreti attuativi del nuovo Patto UE su Migrazione e Asilo, il quadro normativo introduce una novità importante: il meccanismo di solidarietà obbligatoria.

Ciò significa che gli altri stati membri sono ora tenuti ad aiutare i Paesi di primo approdo (Italia, Grecia, Spagna e Cipro) scegliendo tra il ricollocamento dei migranti, contributi finanziari (oltre 20.000 euro per ogni mancato ricollocamento) o supporto operativo.

In cambio di questo aiuto strutturale, però, la legge prevede che l'Italia non potrà più rifiutare unilateralmente la presa in carico dei dublinanti di sua competenza (con le dovute eccezioni).

Come cambia la burocrazia con il Nuovo Patto UE

Con l'entrata in vigore delle nuove norme europee, l'iter burocratico ha subito una profonda trasformazione che rende la responsabilità dell'Italia più pesante e vincolante:

  • Per chi entra irregolarmente via terra o via mare senza operazioni di soccorso, la responsabilità del Paese di primo approdo passa da 12 a 20 mesi;
  • a differenza del passato, quando l'Italia poteva semplicemente congelare l'accoglienza citando la saturazione delle strutture, con il nuovo sistema basta una notifica automatica tramite il database Eurodac;
  • lo Stato di destinazione (in questo caso l'Italia) non può più rifiutare il trasferimento, ma può soltanto contrattare tempi e modalità logistiche del rientro.
  • se prima un migrante faceva perdere le proprie tracce per 18 mesi, decadeva la responsabilità dell'Italia; oggi invece il termine viene esteso fino a tre anni;
  • l'accoglienza standard è garantita al richiedente asilo esclusivamente nello Stato in cui è tenuto legalmente a rimanere (l'Italia), togliendo sussidi e benefici a chi si sposta senza autorizzazione nei Paesi del Nord;
  • si ampliano le eccezioni legate ai ricongiungimenti familiari o ai titoli di studio conseguiti, che permettono di spostare legalmente la competenza verso altri Stati membri sollevando in parte i Paesi di primo approdo.

Perché Schengen e Ceuta non c’entrano nulla con i dublinanti

Nelle ultime settimane il dibattito politico sui migranti ha generato molta confusione, sovrapponendo due vicende che sul piano pratico e giuridico non hanno alcun legame tra loro: da un lato le notifiche sui "dublinanti" inviate all'Italia dai Paesi del Nord Europa, dall'altro la sospensione del Trattato di Schengen e il ripristino dei controlli alla frontiera tra Italia e Spagna dopo le tensioni nell'enclave di Ceuta.

I controlli alla frontiera tra Italia e Spagna riguardano semplicemente la sospensione di Schengen, ossia la decisione temporanea di verificare fisicamente i passaggi di persone ai confini interni dell'Unione Europea per motivi di sicurezza. Una decisione che tutti i Paesi europei possono adottare, qualora lo ritengano necessario per la sicurezza interna, purché questo avvenga per un periodo di tempo limitato.

Ciò non ha nulla a che vedere con le complesse procedure di asilo o con i trasferimenti dei "dublinanti", gestiti dall'AMMR. L’allineamento tra Roma e Madrid sul piano diplomatico, su questo argomento, può essere considerata un’ulteriore prova in tal senso.

A smentire qualsiasi collegamento c'è infine la cronologia dei fatti: la ripresa delle notifiche burocratiche verso l'Italia dipende esclusivamente dalle norme europee entrate in vigore il 12 giugno, ed è quindi una questione amministrativa scattata ben prima dei recenti attriti sorti alla frontiera spagnola.

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