Gli «angeli del fango», migliaia di giovani volontari accorsi da tutto il mondo per salvare i capolavori dell'arte, entrarono nella storia all'alba del 4 novembre 1966, quando l'Arno travolse Firenze e l'alluvione trasformò la culla dell'arte toscana in una palude di melma e detriti.
La città era diventata ormai una palude di fango e detriti: le acque del fiume, gonfiate da giorni di piogge incessanti, avevano travolto la città. Invasero le strade, le case, le botteghe, le chiese. In alcune zone le onde del fiume arrivarono persino a 5 metri d'altezza, e devastarono tutto.
I capolavori dell'arte venivano anch'essi travolti con forza inaudita: il Crocifisso di Cimabue in Santa Croce (gravemente danneggiato), le spettacolari opere degli Uffizi e migliaia di volumi della Biblioteca Nazionale centrale venivano seppelliti da una massa grigiastra, e gli occhi del mondo erano incollati alle TV, a osservare le immagini di un evento più unico che raro. Fu proprio allora che accadde un fenomeno di solidarietà mai visto prima: per ripulire la città dal fango e dai detriti arrivarono gli «angeli del fango», chiamati così per la prima volta dal giornalista fiorentino Giovanni Grazzini sul Corriere della Sera.
Gli angeli del fango che salvarono Firenze dall’alluvione di 60 anni fa
Gli angeli erano migliaia di ragazzi e ragazze provenienti da tutta Italia e giovani arrivati in autostop o in treno da Francia, Regno Unito e altri Paesi, che si riversarono tra le strade allagate, con gli stivaloni e i secchi in mano. E via a spalare quella coltre di acqua e fango che soffocava la città.
Erano ragazzi di tutti i tipi (generalmente molto giovani, tra i 18 e i 25 anni): si andava dagli studenti delle accademie d'arte agli operai, dagli hippy ai boy scout, dai ragazzi arrivati dalle montagne a quelli arrivati dalle località di mare.
Gli angeli lavorarono per ripulire le strade e le case, ma anche per recuperare opere d'arte, libri e manoscritti che altrimenti sarebbero andati perduti per sempre. La sensazione era che per tutti loro quel patrimonio artistico fosse dell'intera società, ed era anche loro responsabilità farsene carico.
Le catene umane e il salvataggio: come si lavorava nel fango
Ma come lavoravano questi ragazzi per salvare opere d'arte così fragili senza danneggiarle ulteriormente?

Ad esempio, nei sotterranei bui e maleodoranti della Biblioteca Nazionale si organizzarono in interminabili catene umane: immersi fino alla cintola in un intruglio vischioso di acqua, melma e persino gasolio dei riscaldamenti, si passavano di mano in mano migliaia di pergamene fradice e volumi rari per portarli all'aria aperta prima che la carta marcisse.
Fu una vera e propria corsa contro il tempo per evitare che le muffe divorassero le pagine e che l'inchiostro si sciogliesse del tutto. In quei momenti, i libri venivano tamponati delicatamente e poi cosparsi di segatura o borotalco per assorbire l'umidità e tamponare la melma grassa e unta di nafta dalle legature. Poi venivano spediti d'urgenza negli essiccatoi per il tabacco sparsi tra la Toscana e l'Umbria, per disidratare rapidamente i libri ed evitare la proliferazione dei funghi.
Per quanto riguarda le tele, centinaia di dipinti infangati vennero trasportati e ricoverati d'urgenza nella grande Limonaia del Giardino di Boboli, trasformata nel più grande ospedale da campo per opere d'arte mai allestito, riscaldata con stufe a nafta controllate e ventilatori per gestire l'evaporazione graduale dell'umidità. Ma quest'ultima non era l'unico problema: il fango e la nafta rimasti sui quadri, infatti, minacciavano di staccare il colore dalla mestica. E così, i restauratori e i volontari applicarono sui dipinti fradici strati di carta giapponese con adesivi reversibili idrosolubili per "fissare" le scaglie di pittura e impedire che cadessero durante l'asciugatura.
La sera, dopo tutto questo incredibile lavoro, i giovani instancabili cenavano insieme e si dividevano un sacco a pelo (molti di loro lo fecero sul pavimento della stazione di Santa Maria Novella).
L'eredità di una generazione
Il gesto di solidarietà operato dagli angeli del fango colpì tutti, e va ben oltre la semplice commozione.
Quell'esercito di giovani con gli stivali e gli abiti infangati, infatti, è stato in grado di cambiare il rapporto tra cittadini e il patrimonio artistico, che ha iniziato a essere visto come un bene comune.
Fu l'inizio di un fenomeno di volontariato civico (e di massa) che si è poi ripresentato più volte durante le catastrofi italiane. A partire dall'alluvione di Genova del 1970, l'espressione "angeli del fango" venne utilizzata in generale per descrivere gli aiuti dei volontari (soprattutto quelli giovani) alle popolazioni colpite da questo tipo di catastrofi.
