Le elezioni statunitensi di metà mandato 2026 (le cosiddette midterm) sono state vinte dal Partito Democratico, che ha riconquistato sia la Camera dei Rappresentanti che il Senato sottraendo la maggioranza al Partito Repubblicano del Presidente Donald Trump. Questa tornata elettorale era già stata definita come una sorta di “referendum” sulla figura di Donald Trump, la cui popolarità è nettamente crollata, raggiungendo negli ultimi mesi appena il 38% delle preferenze (tra i valori più bassi mai registrati da un Presidente alla vigilia di elezioni di metà mandato).
E la netta vittoria del partito Democratico, finora all'opposizione, non ha fatto altro che confermare l'insoddisfazione dei cittadini americani nei confronti di questi 2 anni di amministrazione.
È cosa piuttosto comune che, in occasione delle midterm, il partito del Presidente in carica ne esca penalizzato: quest'anno, però, il risultato è storico, visto che i Repubblicani hanno perso anche in Stati tradizionalmente conservatori, come il Texas, il Kansas e l'Iowa, e sono stati sconfitti persino nei seggi che loro stessi avevano ridisegnato per assicurarsi la vittoria contro i democratici.
In Michigan, tra l'altro, è stato eletto il primo senatore musulmano della storia degli Stati Uniti, il democratico Abdul El-Sayed, mentre in Georgia la democratica Keisha Lance Bottoms è la prima donna afroamericana eletta governatrice in uno Stato americano.
Per il governo di Donald Trump, comunque, non si tratta di un cambiamento drastico: un Congresso a maggioranza democratica può sicuramente rallentare l'agenda politica del Presidente, ma il tycoon mantiene una serie di prerogative riconosciutegli dalla Costituzione, tra cui il potere di veto nei confronti delle leggi approvate dal Congresso.
È probabile, però, che la nuova maggioranza democratica avvii indagini sull'operato dell'amministrazione Trump, che finora non è stata toccata nonostante evidenti casi di insider trading, corruzione e gestione discutibile dell‘ICE.
I Democratici vincono le elezioni midterm: la composizione del nuovo Congresso
Il risultato ribalta un quadro che fino a inizio anno sembrava ancora favorevole per i Repubblicani, che controllavano entrambe le Camere del Congresso. Al Senato il partito di Trump partiva da una maggioranza di 53 a 47, mentre alla Camera deteneva un margine ristretto di 219 a 214, con due seggi vacanti.
Per conquistare il Senato, quindi, ai Democratici serviva un guadagno netto di quattro seggi, obiettivo che è stato raggiunto e superato. Secondo le proiezioni attuali, non ancora definitive (mancano gli esiti di Alaska e Mississippi), al Senato i Democratici hanno conquistato 7 seggi in più, ottenendo una maggioranza di 54 a 44, come visibile nella mappa qui sotto.

Alla Camera dei Rappresentanti, invece, i risultati preliminari aggiornati alle 09:51 del 4 novembre vedono i Democratici in netto vantaggio, con 225 seggi contro i 139 dei Repubblicani.

Secondo gli esperti, la spinta verso i Democratici è arrivata dal malcontento degli elettori per l’inflazione (un problema che alle presidenziali Trump aveva promesso di risolvere, promessa non mantenuta), il carovita e il caro carburante a seguito della guerra in Iran, fattori che hanno pesato anche nei territori tradizionalmente repubblicani.
È la prima volta dal 2023 che i Democratici tornano a controllare per intero il Congresso e, dal punto di vista storico, è la quinta volta dal secondo dopoguerra che un partito riesce a ribaltare entrambe le Camere in una singola elezione di metà mandato. Avere la maggioranza, però, non equivale ad avere mano libera: per superare l’ostruzionismo al Senato restano necessari 60 voti, una quota che i Democratici non riusciranno a ottenere da soli.
Cosa cambia per Trump e le conseguenze
Con il Congresso a maggioranza democratica, il cambiamento più concreto riguarda il potere di controllo: i Democratici assumono la guida delle commissioni parlamentari e, con essa, il potere di convocare testimoni e di aprire indagini sull’amministrazione.
Con il controllo anche del Senato, Trump perde il via libera sulle nomine, perché giudici e membri dell’amministrazione dovranno passare prima dall'approvazione del partito avversario. Chiaramente questo non basterà a fermare l'azione di governo di Trump, ma sicuramente potrebbe ostacolarla in alcune occasioni.
Insomma, un Congresso a maggioranza democratica può sicuramente complicare l'agenda politica interna del Presidente, ma non può sostituirsi a lui. Donald Trump, come tutti i suoi predecessori, mantiene comunque alcune prerogative, dalla politica estera alla difesa, dal comando delle forze armate fino alla conduzione dell’amministrazione federale.
Tuttavia, i margini di manovra legislativa restano comunque limitati per entrambi gli schieramenti: come accennato, Trump mantiene il potere di veto, superabile solo con una maggioranza di due terzi in entrambe le Camere, molto difficile da raggiungere. Questo significa che qualunque legge approvata dal Congresso avrà bisogno della sua approvazione per entrare in vigore. Non a caso, il tycoon ha più volte dichiarato che in caso di vittoria del Partito Democratico, si sarebbe trasformato in “Mr. Veto”, bloccando di fatto qualsiasi legge approvata dalla nuova maggioranza.
Per alcuni provvedimenti obbligati, come le leggi annuali di bilancio, i due partiti dovranno invece riuscire a trovare un’intesa comune.
Dopo le prime conferme, Trump ha dichiarato al New York Times di accettare l’esito del voto e di non avere in programma cambi nella sua squadra di governo, aggiungendo di non interpretare la sconfitta come una bocciatura della sua leadership.
Come evidenziato dall'ISPI, un Congresso a maggioranza democratica potrebbe spostare ulteriormente il focus del Presidente sulla politica estera: non potendo più contare sul Congresso per la sua agenda interna, è possibile che Trump si dedichi ancora di più al resto del mondo, cercando nuove arene dove avere maggiore visibilità.
