
Sul fondale della Fossa Diamantina, nell'Oceano Indiano sud-orientale, è stato scoperto il cimitero di balene più profondo e più esteso mai rinvenuto al mondo: 476 cetacei fossili distribuiti lungo 1.200 chilometri di fondale, a profondità comprese tra 4.616 e 7.001 metri, alcuni risalenti a 5,3 milioni di anni fa, altri ancora in decomposizione. Un archivio stratificato e continuo che nessun'altra zona oceanica conosciuta può eguagliare. Lo documenta uno studio pubblicato su Nature, condotto nell'ambito del Global Hadal Trench Exploration Program (GHEP) e realizzato con il contributo dei paleontologi Giovanni Bianucci e Alberto Collareta dell'Università di Pisa. La scoperta è il risultato di immersioni condotte dal Fendouzhe, il batiscafo con equipaggio della Chinese Academy of Sciences capace di operare oltre i 10.000 metri di profondità. Questa scoperta getta una nuova luce sui cosiddetti whale fall, i fenomeni di "caduta" in cui la morte di un singolo gigante del mare dà origine a una vera e propria oasi di vita negli abissi.
Cosa succede quando una balena muore: i whale fall
La Fossa Diamantina appartiene alla cosiddetta zona adale, la parte più profonda e remota degli abissi situata tra i 6.000 e gli 11.000 metri di profondità. In questo "deserto liquido" la pressione supera le 600 atmosfere, la temperatura sfiora lo zero e la luce solare è un ricordo lontano chilometri.

Ma perché questo abisso si è rivelato un immenso cimitero di balene? Per capirlo, bisogna guardare a cosa accade quando un cetaceo muore. Il suo corpo inizia una lunga discesa e, una volta toccato il fondo, la carcassa si trasforma in una fonte di nutrimento per gli organismi di profondità.
Nelle prime fasi, che durano solo pochi mesi, i predatori degli abissi e gli animali saprofagi intervengono in massa per consumare i tessuti molli. Successivamente, i detriti organici si depositano sul fondo arricchendo i sedimenti circostanti, mentre speciali vermi marini (genere genere Osedax) iniziano a perforare le ossa. Infine, lo scheletro rimasto diventa il pilastro dell'ecosistema per anni o decenni. Le ossa offrono sia una superficie solida su cui si insediano spugne, stelle marine e anemoni peduncolati, sia una preziosa fonte di solfuri derivanti dalla decomposizione dei composti organici interni. È qui che i batteri anaerobici avviano la chemiosintesi ricavando energia dai composti solforati dell'osso in disfacimento.
Proprio lungo il fondale esplorato della Fossa Diamantina, il team di ricerca ha identificato ben cinque comunità attive di whale fall, ovvero carcasse ancora in decomposizione. Attorno a loro prosperano comunità di organismi unici e specie in gran parte mai descritte dalla scienza, che trovano in questi remoti cimiteri oceanici l'energia vitale per sopravvivere.
I 476 fossili della Fossa Diamantina: dagli zifidi alla nuova specie
La scoperta nella Fossa Diamantina è il risultato di immersioni condotte dal Fendouzhe, il batiscafo con equipaggio della Chinese Academy of Sciences in grado di operare oltre 10.000 metri, nell'ambito del Global Hadal Trench Exploration Program (GHEP). Il comitato direttivo del progetto conta ricercatori da 11 Paesi tra cui l'Italia con Giovanni Bianucci e Alberto Collareta del Dipartimento di Scienze della Terra dell'Università di Pisa. La grande maggioranza dei 476 resti fossili appartiene agli zifidi (Ziphiidae), cetacei odontoceti (con i denti, come i capodogli) di lunghezza variabile tra 4 e 13 m, specializzati in immersioni a grandissima profondità, regolarmente tra 1.000 e 2.000 metri.

I reperti consistono soprattutto di rostri, ovvero la parte anteriore del cranio, formata da osso compatto molto resistente alla degradazione, molti ricoperti da una incrostazione ferromanganesifera (uno strato di ossidi di ferro e manganese che precipita sugli oggetti sommersi nel corso di milioni di anni) che ne ha garantito una conservazione eccezionale. Tra le specie identificate ci sono due mesoplodonti ancora viventi: il mesoplodonte di Bowdoin (Mesoplodon bowdoini) e il mesoplodonte di Layard (Mesoplodon layardii). Poi ci sono le specie fossili estinte, tra cui una nuova per la scienza: Pterocetus diamantinae, battezzata in onore della fossa che l'ha conservata.
Un archivio fossile di 5 milioni di anni: la datazione dei reperti
Per stabilire l'età dei reperti, i ricercatori hanno utilizzato la datazione con gli isotopi dello stronzio: il rapporto tra due isotopi di questo elemento (⁸⁷Sr e ⁸⁶Sr) nell'acqua marina cambia in modo prevedibile nel tempo, e le ossa marine lo assorbono durante la mineralizzazione. I risultati hanno suggerito che i resti delle specie ancora viventi sono depositati da 1,2 milioni di anni fa a oggi. Quelli delle specie fossili risalgono al Pliocene, tra 2,4 e 5,3 milioni di anni fa. Prima di questo studio, l'identificazione dei whale fall profondi era estremamente frammentaria: venivano scoperte solo carcasse isolate, senza alcuna continuità temporale. La Fossa Diamantina offre invece, per la prima volta nella storia della paleontologia, un registro ininterrotto lungo 5,3 milioni di anni nello stesso identico luogo.

«Questi risultati ridefiniscono la nostra comprensione degli ecosistemi profondi associati alle carcasse di cetacei», spiega il paleontologo Bianucci, «e mettono in evidenza l'enorme potenziale delle fosse oceaniche come archivio fossile per ricostruire l'evoluzione dei cetacei nel tempo geologico.»