
Archetipo immortale di potere, femminilità e pericolo sacro, la semidea Circe è da millenni una delle figure più magnetiche, controverse e fraintese dell'epica occidentale.
Spesso ridotta al ruolo di personaggio negativo o di femme fatale ante litteram, la celebre maga omerica che abita l'isola di Eea incarna in realtà una complessità psicologica non da poco: a ben guardare, infatti, non si tratta di nient'altro che una donna indipendente che domina la natura e che non risponde alle leggi degli uomini. Anzi: Circe quelle leggi le piega, grazie al magico contenuto dei suoi calici.
Oggi, la straordinaria complessità del suo personaggio ritrova notorietà grazie all'atteso adattamento cinematografico dell’Odissea di Christopher Nolan in uscita nelle sale il prossimo 16 luglio. L'attesa pellicola promette di reinterpretare il mito in chiave psicologica e realistica, riaccendendo i riflettori su un interrogativo affascinante: chi era davvero Circe, e cosa si nasconde dietro al mito della donna che trasformava gli uomini in porci?
Come trasformava gli uomini in bestie sull'isola di Eea
Circe è una delle figure più affascinanti della mitologia greca, e compare per la prima volta nell'Odissea.
Descritta da Omero come una dea che ammaliava gli uomini con la sua voce, era figlia del dio del sole Elio e della ninfa Perseide. Viveva nell'isola di Eea, che per tradizione viene identificata con il promontorio del Circeo, nel Lazio.

Abile nell'arte della tessitura, Circe era dotata di immensi poteri legati alla conoscenza di erbe e filtri magici. Viene infatti definita da Omero come polypharmakos, ossia esperta di erbe e veleni. La maga ammaliava i viaggiatori che approdavano sulla sua isola offrendogli un banchetto dai calici contenenti sostanze allucinogene, che avevano il potere di cancellare la memoria della propria identità e il ricordo della propria patria. Una volta persa la memoria, la maga toccava gli sventati avventurieri con una bacchetta, e completava la loro metamorfosi trasformandoli in bestie a seconda della loro vera natura.
Diventavano lupi quegli uomini che erano avidi di ricchezze e che bramavano ardentemente il potere; si trasformavano in leoni quelli che erano dominati dall'ira, dall'orgoglio e dalla violenza; oppure diventavano maiali, se erano dominati dalla propria gola, dalla pigrizia o dalla lussuria. L'intero equipaggio di Ulisse venne trasformato in porci: questo perché i suoi uomini si erano avventati sul banchetto di Circe senza farsi troppe domande.
Ciò che era davvero crudele di questo sortilegio, è che in seguito la mente degli uomini tornava lucida, e si rendevano conto di essere stati imprigionati in un corpo animale.
L’incontro con Ulisse: perché lui sfuggì al suo incantesimo
Tuttavia, Ulisse era riuscito a sfuggire all'inganno della maga grazie all'aiuto del dio Ermes, che gli aveva donato il moly, un'erba magica in grado di neutralizzare i veleni della dea.

Secondo gli studiosi, il Moly potrebbe corrispondere al Galanthus nivalis, comunemente noto come Bucaneve. Questo fiore infatti avrebbe agito come un vero e proprio antidoto chimico grazie alla galantamina contenuta al suo interno, una sostanza che agisce come anti-shock e in grado di contrastare gli effetti degli alcaloidi usati da Circe. Altri studiosi sostengono invece che il Moly fosse un insieme di erbe, tra cui la Peganum harmala (ruta siriana) o vari tipi di Atriplex (atriplice).
Ad ogni modo, sottomessa dall'astuzia dell'uomo e riconoscendo in lui l'eroe predetto dalla profezia, Circe fece tornare umani i suoi compagni e si innamorò di lui, ospitando per un intero anno la sua flotta. Fu proprio lei a indicare a Ulisse come scendere negli Inferi per consultare l'indovino Tiresia, e a spiegargli come superare indenni i pericoli che avrebbero trovato una volta tornati in mare, come il canto delle Sirene e i mostri Scilla (che lei stessa aveva trasformato da ninfa a mostro marino) e Cariddi.
Perché l'Isola di Circe corrisponde al celebre promontorio laziale? La geografia del mito

Abbiamo detto che l’isola di Eea su cui abitava la semidea Circe corrisponde al promontorio laziale che porta il suo nome, il promontorio del Circeo.
Ma, appunto, stiamo parlando di un promontorio, non di un'isola. Questa incongruenza si può spiegare con la geologia.
È vero che il Circeo è stato un'isola in passato, ma nel lontano Pliocene (seconda epoca geologica del periodo Neogene, compresa tra circa 5,3 e 2,6 milioni di anni fa). Le grotte marine costiere (come la famosa Grotta delle Capre o la Grotta Guattari) mostrano ancora oggi chiarissimi segni di erosione marina ad altezze oggi sbalorditive. Successivamente, i sedimenti portati dai fiumi e l'accumulo di sabbia hanno creato un "tombolo" (una striscia di terra), unendo l'isola alla terraferma e trasformandola nel promontorio attuale.
In passato, anche quando ormai l'isola faceva parte del promontorio, chi arrivava dal mare – proprio come i navigatori greci o lo stesso Ulisse – vedeva il Circeo stagliarsi all'orizzonte come un'isola netta. Questo perché la Pianura Pontina alle sue spalle era una vastissima area di paludi impraticabili, acquitrini e laghi costieri (pensiamo a Sabaudia, Paola o Caprolace), e guardando la costa da una nave, la pianura paludosa risultava invisibile, mentre il massiccio montuoso sembrava galleggiare da solo nel mezzo del Tirreno.
Omero stesso, del resto, descriveva così l'area dominata dalla maga nel Canto X dell'Odissea:
Siamo saliti su una roccia e abbiamo visto l'isola… il mare tutto intorno la stringe e ghirlanda.
