Negli ultimi anni si parla sempre più spesso del declino degli insetti impollinatori, messi in pericolo – tra le altre minacce – dai cambiamenti climatici e dalla perdita di habitat. Eppure, il problema non riguarda più soltanto il numero in sé di questi importantissimi equilibratori ecologici. A giocare un ruolo chiave è anche la loro capacità di svolgere bene il proprio lavoro (la cosiddetta capacità impollinatrice), attività – negli ultimi tempi – messa a repentaglio dall’inquinamento atmosferico.
Un nuovo studio pubblicato su Frontiers in Ecology and the Environment, infatti, suggerisce che sostanze come gli ossidi di azoto – tra i principali inquinanti emessi da combustioni (traffico, industrie ecc.) – e l’ozono possono alterare l’odore dei fiori, rendendo di conseguenza più complicato per gli impollinatori individuarli e raggiungerli. Si tratta di un calo sostanzioso della loro capacità impollinatrice, in media del 42% in presenza del solo ozono e del 46% con i soli ossidi di azoto. Quando i due inquinanti sono presenti insieme, invece, la riduzione arriva al 68%. Alla diminuzione numerica delle popolazioni di questi insetti si aggiunge quindi anche un altro fattore: gli impollinatori che restano possono diventare meno efficienti nel trasferire polline da un fiore all’altro.
Come fanno gli insetti a trovare i fiori
Per capire perché l’inquinamento atmosferico può ostacolare l’impollinazione bisogna partire dal modo in cui molti insetti trovano i fiori. Nonostante la vista sia chiaramente un fattore importante, altrettanto fondamentali – come spiegato da un paper del 2010 pubblicato su New Phytologist – sono i composti organici volatili (o VOC, dall’inglese Volatile Organic Compounds), molecole emesse dalle piante che, disperdendosi nell’aria, formano vere e proprie tracce odorose.
Il problema, però, è che ozono e ossidi di azoto sono sostanze reattive e, entrando in contatto con alcuni VOC, possono ossidarli o trasformarli chimicamente. Il risultato può essere ambivalente: da una parte, la quantità dei composti originali può diminuire; dall’altra, si possono addirittura originare nuovi composti. In altre parole, quindi, l’odore del fiore può divenire sia più debole che diverso.
Perché gli impollinatori specialisti sono più vulnerabili dei generalisti
Secondo lo studio, non serve che l’odore scompaia del tutto. Piuttosto, può bastare che cambi il rapporto tra i diversi composti perché il segnale diventi meno riconoscibile. Questo è particolarmente problematico per gli impollinatori specialisti come la sfinge del tabacco (Manduca sexta) o le falene della yucca (Tegeticula spp.), che si affidano a precise combinazioni odorose per trovare determinate specie vegetali. Il recente studio di Ryalls e colleghi sottolinea infatti che sono proprio questi impollinatori specialisti a essere i più esposti, visto che dipendono da segnali chimici ristretti.

Ciò sottolinea un ulteriore, importante punto: non tutti gli impollinatori sono vulnerabili allo stesso modo. Le specie generaliste, tra cui molte api, visitano specie di piante differenti e possono utilizzare un ventaglio più ampio di segnali odorosi. Questo potrebbe renderle più resilienti quando l’inquinamento altera alcuni VOC floreali, perché non dipendono da un’unica firma chimica per trovare il cibo e, dunque, per impollinare.
Si tratta di una differenza che potrebbe avere conseguenze anche su scala geografica. Gli autori osservano infatti che negli ecosistemi tropicali la quota di impollinatori generalisti può essere maggiore rispetto a quella di altri ambienti e questo, complessivamente, potrebbe tradursi in una sensibilità all’inquinamento diversa. I dati per confermarlo, però, sono ancora troppo pochi, essendo 19 dei 22 studi considerati nella meta-analisi provenienti dall’Europa.
Cosa potrebbe succedere nei prossimi anni
Un’altra indicazione relativamente solida riguarda ciò che potrebbe accadere nei prossimi decenni. Secondo lo scenario intermedio di emissioni SSP2-4.5, uno degli scenari climatici standard usati dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), le concentrazioni di ozono troposferico potrebbero continuare ad aumentare fino a circa la metà del secolo, aggravando le difficoltà degli impollinatori nel localizzare fiori.
La situazione potrebbe però migliorare nella seconda metà del secolo, soprattutto alla luce di una possibile consistente riduzione delle emissioni di ossidi di azoto e di altri precursori dell’ozono legata principalmente all’abbandono progressivo dei combustibili fossili. Tutto, chiaramente, dipenderà dalla rapidità dei processi di decarbonizzazione.
