
La legge di Bilancio 2026 (legge n. 199/2025) ha ridisegnato il rapporto tra TFR (Trattamento di fine rapporto, o liquidazione accantonata mensilmente che il lavoratore riceve dal datore di lavoro alla cessazione del rapporto) e previdenza complementare, introducendo per chi viene assunto nel settore privato un meccanismo di adesione automatica ai fondi pensione, che entrerà in vigore dal 1° luglio 2026.
In concreto, da oggi chi viene assunto nel settore privato sarà iscritto in automatico a un fondo pensione, senza dover firmare o scegliere nulla. Il meccanismo è quello del silenzio-assenso: se entro 60 giorni dall'assunzione il lavoratore non fa nulla, quel silenzio vale come un sì e il suo TFR comincia a confluire nel fondo invece di restare in azienda. Per evitarlo bisogna dirlo espressamente entro quei 60 giorni. È l'esatto capovolgimento della logica di prima, quando aderire alla previdenza complementare richiedeva una scelta attiva del lavoratore.
Cosa prevedeva il sistema del TFR prima della riforma e il pagamento
Il TFR è la somma di denaro che ogni dipendente riceve alla fine del suo contratto lavorativo e che viene accantonata mensilmente dal datore di lavoro. Più precisamente, è una parte dello stipendio che non viene pagata subito, ma accantonata anno dopo anno e versata al lavoratore quando il rapporto di lavoro finisce, per qualunque motivo. In pratica è una somma che matura nel tempo: ogni anno se ne mette da parte una quota pari a circa un tredicesimo della retribuzione. Nel tempo, però, il TFR ha assunto una funzione sempre più legata alla pensione, diventando uno dei principali canali per finanziare la cosiddetta previdenza complementare, cioè il "secondo pilastro" che si affianca alla pensione pubblica.
Fino a oggi le regole erano quelle fissate dalla riforma del 2007, che lasciava la scelta in mano al lavoratore: tenere il TFR in azienda oppure spostarlo su un fondo pensione. Chi non decideva nulla seguiva un'opzione "di default" che dipendeva dalla dimensione dell'azienda: nelle imprese con meno di 50 dipendenti il TFR restava accantonato in azienda, in quelle più grandi finiva al fondo gestito dall'INPS.
Già allora era stata sperimentata una prima forma di silenzio-assenso, ma molto più circoscritta di quella di oggi: solo per una breve finestra iniziale — i primi mesi dal 2007 o dall'assunzione — chi non si esprimeva si vedeva versare il TFR in automatico in un fondo pensione collettivo. Chi invece sceglieva di destinarlo a un fondo poteva aggiungere versamenti volontari, scaricabili dalle tasse fino a 5.164,57 euro l'anno.
Dove finisce e quali contributi confluiscono nel fondo pensione
Ora, come visto, l'adesione al fondo pensione sarà automatica. Ma a quale fondo va il TFR? La regola è semplice: a quello previsto dal contratto collettivo di riferimento (nazionale, territoriale o aziendale); se in azienda ne esiste più di uno, si sceglie quello con più iscritti; se non c'è alcun accordo, il TFR confluisce in un fondo "di riserva" – per i metalmeccanici, ad esempio, è il fondo Cometa.
C'è poi un dettaglio che conviene tenere a mente: con l'adesione automatica non si muove solo il TFR, ma anche i contributi versati dal datore di lavoro e dal lavoratore stesso, nelle misure stabilite dai contratti. Unica eccezione, chi ha una retribuzione annua molto bassa, sotto la soglia dell'assegno sociale: in quel caso i contributi aggiuntivi non scattano in automatico.
Cosa cambia per i lavoratori e per le imprese dal 1° luglio 2026
A definire le regole pratiche di questo passaggio è intervenuta la COVIP che, con la delibera del 19 giugno 2026, ha fornito i chiarimenti operativi attesi da datori di lavoro, fondi pensione e consulenti. Per il singolo lavoratore la regola pratica è semplice: per ritrovarsi iscritto al fondo non deve fare nulla, basta lasciar passare i 60 giorni. Chi invece non vuole aderire deve muoversi entro quella scadenza e comunicarlo, scegliendo di lasciare il TFR in azienda o di indirizzarlo a un fondo diverso. Attenzione però alla tempistica, perché non è reversibile allo stesso modo: una volta che il TFR è confluito nel fondo — per scelta o per silenzio — non si può più tornare indietro e riportarlo in azienda; chi invece entro i 60 giorni opta per tenerlo in azienda resta libero di cambiare idea e aderire più avanti.
La riforma tocca anche il portafoglio e le imprese. Sul piano fiscale, sale da 5.164,57 a 5.300 euro il tetto annuo dei contributi che si possono scaricare dalle tasse, e viene resa più flessibile la possibilità di ritirare in un'unica soluzione le somme accumulate. Per le aziende, invece, cambia chi è obbligato a versare il TFR al fondo dell'INPS.
Finora l'obbligo scattava in base a una sorta di "fotografia" del passato – il numero medio di dipendenti registrato in un anno preciso – un criterio che però lasciava fuori molte società cresciute oltre i 50 addetti negli anni successivi. La nuova norma chiude questa falla, coinvolgendo anche chi raggiunge quella dimensione in un secondo momento. Il passaggio sarà graduale: nel biennio 2026-2027 riguarderà le aziende con almeno 60 dipendenti, mentre dal 2032 la soglia scenderà a 40.
Chi coinvolge la riforma e perché serve
A dare la misura della posta in gioco è la relazione tecnica: i lavoratori dipendenti privati sono circa 17 milioni (dato 2024). Di questi, circa 6 milioni lavorano in aziende già obbligate a versare al fondo INPS e, tra loro, circa 3,3 milioni avevano scelto di non spostare il TFR sulla previdenza complementare; i nuovi interessati dalla modifica sono stimati in 2,5 milioni, occupati in imprese ormai stabilmente sopra soglia.
Un allargamento che serve anche a far quadrare i conti: aiuta a compensare il minor incasso per l'INPS legato al silenzio-assenso, lo stesso nodo finanziario che un anno fa aveva bloccato la proposta. Intanto, sul fronte delle adesioni, il 2025 ha segnato un record degli ultimi dieci anni con 775mila nuovi iscritti. Ma la partecipazione resta debole proprio tra chi la riforma vorrebbe raggiungere: i giovani si fermano al 33,2%, le donne al 38,8%.
È proprio questo lo scopo di fondo della riforma: spingere i lavoratori a costruirsi una pensione integrativa, in un contesto segnato da carriere frammentate e da assegni pubblici futuri destinati a essere meno generosi. Ad accompagnare la novità c'è anche il nuovo portale della previdenza complementare, realizzato dal ministero del Lavoro insieme al Consiglio Nazionale Giovani e a Mefop e online dal 20 maggio. E mentre da più parti si chiedeva un rinvio, il presidente della Covip Mario Pepe ha escluso proroghe, annunciando per il primo anno un approccio collaborativo e morbido sui nuovi adempimenti.