
Le ondate di caldo di questo periodo stanno mettendo in crisi le città, ma non solo: anche i ghiacciai alpini stanno soffrendo gli effetti delle alte temperature. Come avete letto in questi giorni, lo zero termico, cioè l'altitudine alla quale la temperatura arriva a 0°C, è arrivato sopra i 4.500 metri (raggiungendo anche i 4.800) e anche in alta quota sono state registrate temperature notturne superiori ai 20 gradi – con casi di notti a 30°C sopra gli 800 m slm.
Le alte temperature in quota portano non solo i ghiacciai alpini a fondere sempre più velocemente – negli ultimi tre anni è stata registrata una perdita del 10% della loro massa –, ma anche a precipitazioni inedite sulle cime delle montagne: sulla parete nord del Cervino, situato sulle Alpi Pennine tra Italia e Svizzera, si è abbattuto nei giorni scorsi un temporale che invece di scaricare neve ha prodotto pioggia e grandine, creando cascate d'acqua visibili anche a grande distanza.
Cos’è lo zero termico: cruciale per pericolo valanghe e non solo
Lo zero termico è il dato meteorologico che indica l'altitudine, espressa in metri sul livello del mare, alla quale la temperatura nella libera atmosfera raggiunge (o si prevede che raggiunga) esattamente gli 0 °C. Al di sopra di questa specifica quota, la temperatura dell'aria è generalmente inferiore allo zero (ad eccezione dei casi in cui si verifica un'inversione termica), mentre al di sotto si mantiene su valori positivi.
Si tratta di un valore che fotografa lo stato della temperatura in una determinata fase meteorologica ed è significativo soprattutto se calcolato per aree geografiche ristrette; questo perché la conformazione del territorio (come la presenza di catene montuose, pianure, laghi o ghiacciai) e le condizioni meteo locali lo influenzano in modo determinante.
Il dato dello zero termico è fondamentale in vari ambiti: è cruciale per valutare il pericolo di valanghe e per stimare la quota al di sopra della quale le precipitazioni assumono carattere nevoso. Generalmente, infatti, il "limite delle nevicate" si colloca a circa 300-600 metri al di sotto dell'altitudine dello zero termico. Di conseguenza è fondamentale per la sicurezza in montagna: consente ad alpinisti ed escursionisti di pianificare le ascensioni in modo sicuro e con l'equipaggiamento adeguato. Un innalzamento marcato dello zero termico spinge a rimandare le scalate su pareti di ghiaccio e roccia, poiché la fusione nelle ore più calde aumenta drasticamente i pericoli oggettivi come frane, scariche di sassi, distacchi di cornici e slavine. È inoltre utile per chi pratica sport aerei e discipline come come il parapendio, il deltaplano, il paracadutismo o il volo in mongolfiera.
Lo zero termico, inoltre, ci permette di valutare lo stato di salute dei ghiacciai: come discusso in precedenza, quando lo zero termico raggiunge quote estreme, come i recenti record, e vi permane per lunghi periodi, la montagna perde la sua capacità protettiva di rigelo notturno, esponendo intere masse glaciali a un'inesorabile fusione continua.

Perché l'innalzamento della quota è un problema: il permafrost
Sulle Alpi, questa linea che nella seconda metà del Novecento si trovava intorno ai 2.950 metri è ora arrivata in media a 3.300-3.400 metri e il caldo eccezionale di questi giorni l'ha portata ancora più in alto. Le cime di Monte Bianco (4.810 metri slm) e Monte Rosa (4.634) sono rimaste per il momento al di sopra dello zero termico. Nel caso del Cervino, invece, con un'altitudine di 4.478 metri slm, ci troviamo al di sotto: questo ha fatto sì che lo scorso 25 giugno si verificassero precipitazioni non nevose sulla cime della montagna, generando cascate visibili anche a grande distanza. Quel giorno i dati delle stazioni meteorologiche della zona hanno stimato lo zero termico a una quota di 4.800 metri.

Come ci spiega Claudio Artoni, nivologo ricercatore presso l'Università di Milano Bicocca, responsabile del laboratorio Eurocold e Dottore in scienze polari e guida polare certificata, queste temperature sono un problema per i ghiacciai per diversi motivi. «Le temperature e la pioggia fanno scomparire la neve che si è accumulata durante l'inverno e che costituisce il cibo dei nostri ghiacciai». Come spiega Artoni, la neve per trasformarsi in nuovo ghiaccio, e per dare quindi origine al nuovo strato di ghiaccio, ha bisogno di almeno due anni: ciò significa che senza nevicate abbastanza importanti d'inverno – come accaduto negli ultimi inverni – e con estati molto calde come quelle che stiamo avendo adesso, il manto nevoso sparisce in pochissimo tempo. La fusione molto accelerata fa sì che non si possa formare nuovo ghiaccio.
Inoltre, la neve fa da telo bianco in grado di riflettere la radiazione solare, preservando il ghiaccio che c'è al di sotto e che al contrario è trasparente, assorbendo al contrario le radiazioni: nel momento in cui il ghiacciaio non ha più copertura nevosa – un po' per le scarse nevicate invernali, un po' per le temperature così alte già a giugno –, la temperatura superficiale del ghiaccio aumenta e questo va in fusione ancora più velocemente. «Questo fenomeno riguarda i ghiacciai esposti, su cui camminiamo, ma ci sono problemi anche per il permafrost, lo strato più "nascosto": il permafrost è quel terreno, quella roccia che rimane congelata, cioè con una temperatura sempre al di sotto dello zero termico per almeno due anni in modo continuativo. Stiamo assistendo a una degradazione del permafrost molto accelerata, proprio per queste alte temperature».
Frane, crolli crescenti e problema idrico
Se analizziamo i dati di sottoZERO (progetto di monitoraggio e delle montagne valdostane di Fondazione Montagna Sicura e ARPA attraverso sensori installati al Colle Superiore delle Cime Bianche, nel comprensorio di Valtournenche, a circa 3100 metri di quota) relativi allo stato dei ghiacciai per il 2025, scopriamo che lo strato attivo del permafrost superficiale che si scongela d'estate e rigela d'inverno, di solito spesso in media circa 5,5 metri, ha toccato l'anno scorso i 7,3 metri, andando quindi più in profondità – lo scorso anno si era fermato a 6,9.
Nel caso del Cervino, anche la pioggia, infitrandosi nella roccia e trasportando calore in modo più efficiente, intacca il permafrost, rendendo più probabili i crolli e l'instabilità dei ghiacciai in tutto l'arco alpino. Il permafrost, infatti, è il collante che tiene su le nostre montagne. Questo, spiega Artoni, porta a un aumento «dei pericoli oggettivi per chi frequenta a montagna: alpinisti ed escursionisti devono adattarsi a questi cambiamenti. Se un tempo bastava partire molto presto per stare tranquilli e avere un rischio minore di crolli, ora non è più sufficiente e alcuni itinerari in quota diventano non più percorribili in certi periodo dell'anno. Bisogna cambiare il mindset per adattarsi alle evoluzioni della montagna e anche per questo diventa difficile programmare ascensioni con anticipo».
La fusione sempre più rapida dei ghiacciai porta anche a rischi dal punto di vista idrico. «I ghiacciai sono i nostri serbatoi di acqua dolce, non solo per le zone alpine, ma anche per la pianura. La diminuzione di spessore e grandezza dei ghiacciai porterà in previsione a sempre maggiori problemi di siccità durante l'estate, non solo per i villaggi dell'arco alpino, che avranno crescenti difficoltà negli approvvigionamenti idrici, ma anche per chi abita in pianura, dove i fiumi porteranno meno acqua ai campi e si potrebbero verificare periodi di siccità sempre più estesi, creando problemi alle coltivazioni come già accaduto negli ultimi anni».
Questa prospettiva non deve spaventarci e generare ecoansia, ma deve renderci più consapevoli e responsabili, portandoci a una maggior attenzione nei confronti delle emissioni che potremmo contribuire a evitare e a una crescente sensibilità nei confronti dello spreco di acqua, le cui riserve sono sempre più compromesse.
Il canto del cigno dei ghiacciai svizzeri
Come comunicato dall'Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio svizzero (WLS), oggi 29 giugno è il "Glacier Loss Day": le riserve di neve dei ghiacciai svizzeri sono esaurite e da questo momento quindi ogni litro di acqua di fusione comporta una riduzione della loro massa di ghiaccio. Secondo una recente ricerca pubblicata sulla piattaforma dell'istituto, "Il canto del cigno dei ghiacciai", questo andamento è simile a quello del 2022, anno fino a oggi peggiore registrato in Svizzera per ritiro dei ghiacciai (6% della massa) e il Glacier Loss Day era stato registrato il 26 giugno, a causa di scarse nevicate invernali e tre ondate di caldo.
Solo tra gli anni estremi 2003 e 2022 sono scomparsi ben 200 chilometri quadrati di ghiaccio, una superficie estesa quasi quanto il Cantone di Zugo.

I bilanci compressivi sulla fusione dei ghiacciai alpini verrà portato a termine alla fine dell'estate, come ogni anno. Solo in autunno sapremo se il caldo eccezionale di quest'anno ha portato a una perdita peggiore degli anni precedenti.