
Per decenni la Grecia è stata il simbolo europeo del debito pubblico fuori controllo. Nel 2020 il suo rapporto tra debito e PIL aveva superato il 210%. Oggi quelle cifre vanno guardate con un punto di vista diverso. Nel 2026, infatti, è l'Italia il Paese dell'Eurozona con il più alto rapporto debito/PIL, superando per la prima volta la Grecia.
Secondo il Documento di finanza pubblica, il debito italiano salirà quest'anno al 138,6% del PIL, mentre quello greco scenderà al 136,8%. Le stime del Fondo Monetario Internazionale confermano lo stesso scenario.
A fine 2025 il debito pubblico italiano ha già toccato il record storico annuale di 3.095 miliardi di euro, una cifra che vale quasi una volta e mezza tutto ciò che l'Italia produce in un anno. Ma cosa significa davvero, chi lo paga e perché continua a crescere?
Cos'è il debito pubblico, come si forma e chi lo possiede
Il debito pubblico è la somma di tutto ciò che lo Stato deve restituire ai suoi creditori: privati cittadini, banche, fondi di investimento, istituzioni internazionali e altri stati. Si accumula ogni anno in cui lo Stato spende più di quanto incassa – e quella differenza la copre chiedendo soldi in prestito, principalmente attraverso l'emissione di titoli di Stato come i BTP. Chi li compra presta denaro allo Stato e in cambio riceve un interesse periodico fino alla scadenza del titolo.
Non tutta la spesa pubblica in deficit è uguale. Ci sono anni in cui uno Stato si indebita per costruire infrastrutture o sostenere l'economia in una crisi: spese che nel tempo possono generare crescita e quindi risorse per ripagare il debito. E ci sono anni in cui ci si indebita per coprire la spesa corrente ordinaria, senza che quei soldi producano un ritorno misurabile. L'Italia fa storicamente entrambe le cose, con una prevalenza della seconda categoria.
La quota di debito pubblico sostenuta dalle famiglie italiane è cresciuta molto negli ultimi anni, grazie al successo dei BTP Valore (titoli obbligazionari destinati principalmente alle persone fisiche) che, grazie ai rendimenti tornati positivi dopo diversi anni a tasso zero, hanno reso questo investimento interessante per i risparmiatori.
I miliardi che ogni anno escono dalle casse dello Stato non per finanziare ospedali, scuole o infrastrutture, ma per pagare gli interessi ai creditori, nel 2025 hanno superato gli 80 miliardi di euro, 85,6 per la precisione, più di quanto lo Stato spenda per l'istruzione pubblica. È la diretta conseguenza di decenni di spesa in deficit: ogni anno in cui si spende più di quanto si incassa, il debito si accumula cresce, e quindi con lui la quota di interessi destinata a remunerare chi lo finanzia.
Perché il debito italiano continua a crescere?
Partiamo dal presupposto che il debito pubblico viene solitamente espresso in percentuale rispetto al Prodotto interno lordo (PIL) di un Paese. Questo rapporto serve per indicare quanto debito ha un governo rispetto alla dimensione totale della sua economia. La risposta diventa strutturale, più che legata a un singolo anno o a una singola misura. Ci sono almeno tre meccanismi che spingono il debito verso l'alto in modo quasi automatico.
- Il primo è la crescita economica troppo lenta. L'Italia continua a scontare una crescita strutturalmente debole, una produttività stagnante e il peso enorme degli interessi sul debito accumulato negli anni. La crescita del PIL sarebbe l'unico modo per ridurre il rapporto debito/PIL senza tagliare o aumentare le tasse e il confronto con la Grecia lo rende evidente: Atene cresce in media al 7,7% l'anno nel periodo post-Covid, l'Italia fatica ad arrivare all'1%. Se l'economia non cresce, il denominatore (PIL) non si allarga e il rapporto peggiora anche se il debito nominale resta invariato.
- Il secondo sono i costi per gli interessi dei debiti degli anni precedenti. Quando il debito è alto, gli interessi che lo Stato paga ogni anno per tenerlo in piedi diventano una voce di bilancio crescente, che a sua volta contribuisce ad aumentare il deficit e quindi il debito dell'anno successivo. È il cosiddetto effetto palla di neve: se il tasso di interesse sul debito è più alto del tasso di crescita dell'economia, il rapporto debito/PIL tende ad aumentare da solo, anche senza nuova spesa aggiuntiva.
- Il terzo fattore è più recente ed è legato al Superbonus. Lo Stato ha concesso crediti d’imposta (cioè degli sconti sulle tasse future) per finanziare i lavori edilizi, ma questi crediti concessi negli scorsi anni generano un effetto ritardato perché lo Stato non perde questa entrata al momento della concessione del bonus, bensì negli anni successivi, quando viene effettivamente utilizzato e quindi per diversi anni nelle casse statali entreranno meno soldi provenienti dalle tasse dei cittadini che hanno ristrutturato la propria casa con questi bonus.