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Smartworking in crisi e ritorno in ufficio: cause, dati Eurostat e licenziamento silenzioso delle aziende

Colossi come Amazon, Dell e JPMorgan stanno tornando al lavoro in ufficio. Tra le motivazioni il monitoraggio da parte delle aziende e ilsenso di isolamento. Si parla anche del fenomeno "quiet purging": imporre il rientro per forzare le dimissioni e ridurre i costi. I dati del Pew Research dicono che negli USA il 75% dei dipendenti ha ormai l'obbligo di presenza fisica.

14 Maggio 2026
18:30
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Smartworking in crisi e ritorno in ufficio: cause, dati Eurostat e licenziamento silenzioso delle aziende
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La pandemia di sei anni fa ha innescato un'adozione di massa del lavoro da remoto, lo smartworking. Nei primi anni di applicazione, le proiezioni suggerivano un cambiamento strutturale e permanente verso un modello lavorativo flessibile e decentralizzato. Tuttavia, tra il 2023 e il 2025, le dinamiche del mercato del lavoro hanno mostrato una progressiva inversione di tendenza, con un numero crescente di aziende che richiedono il rientro in sede dei dipendenti. Ecco un'analisi del fenomeno, supportata dai dati attuali e dalle principali interpretazioni del mercato.

I dati del Politecnico di Milano sullo smartworking in Italia: il divario tra imprese e PMI

Il panorama italiano presenta caratteristiche specifiche. Secondo i dati dell'Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, nel 2025 i lavoratori che operano da remoto (almeno in parte) sono circa 3 milioni e 575 mila, con una stabilità che ha registrato una lieve crescita (+0,6%) rispetto all'anno precedente.

Nonostante questo volume, l'Italia registra percentuali di adozione molto basse rispetto alla media continentale. Secondo Eurostat, solo il 4,4% dei lavoratori italiani svolge almeno metà della settimana in smart working, contro una media europea del 9% (con picchi come il 22% della Finlandia). Questa discrepanza si spiega con la struttura economica del Paese: il lavoro agile in Italia è un'opzione radicata quasi esclusivamente nelle grandi imprese del settore dei servizi, localizzate in prevalenza al Nord. Nelle Piccole e Medie Imprese (PMI), l'adozione di politiche di flessibilità formali si ferma al 45%, mentre interi settori produttivi e commerciali ne sono fisiologicamente esclusi.

Il lavoro da remoto scompare: tendenza globale e prospettiva aziendale

Anche a livello internazionale si osserva una contrazione del lavoro da remoto in favore di quello in presenza. Negli Stati Uniti, sebbene circa 34 milioni di persone mantengano un regime ibrido o remoto, la percentuale di dipendenti che trascorre quattro o più giorni in ufficio è raddoppiata dal 34% al 68% tra il 2023 e il 2024.

Studi come quello del Pew Research Center indicano che il 75% dei lavoratori ha oggi l'obbligo di frequentare regolarmente la sede fisica. Dal lato direttivo, l'83% dei CEO globali prevede un ritorno al lavoro a tempo pieno in ufficio entro il 2027. La giustificazione principale fornita dal management è la necessità di preservare la "contaminazione produttiva", la cultura aziendale e gli scambi informali che stimolano l'innovazione, ritenuti complessi da replicare tramite videocall.

Produttività, benessere e strumenti di controllo

Gli studi accademici sugli effetti dello smart working offrono risultati eterogenei:

  • I vantaggi: una ricerca della Stanford University su oltre 1.600 dipendenti ha evidenziato che due giorni di lavoro da casa a settimana riducono del 33% il tasso di dimissioni volontarie, senza impattare negativamente su produttività o progressioni di carriera.
  • Le criticità: un'analisi su 33 milioni di lavoratori statunitensi ha associato il lavoro remoto per tre o più giorni a settimana a un aumento significativo del senso di isolamento.
  • L'overworking: i dati italiani del Politecnico di Milano indicano che il 35% degli smart worker sperimenta fenomeni di overworking (lavoro oltre l'orario stabilito), contro il 30% di chi lavora esclusivamente in sede.

A questi fattori si affianca il tema del monitoraggio. Per gestire il personale da remoto o per imporre il rientro, diverse multinazionali (come Amazon, Dell, Meta e JPMorgan) hanno implementato sistemi di controllo, tra cui il tracciamento dei badge elettronici e il monitoraggio delle reti VPN.

Tra il 2024 e il 2025, alcune delle principali società globali hanno imposto direttive stringenti sul rientro in sede. Amazon ha richiesto il rientro per cinque giorni a settimana, suscitando proteste interne e la dichiarazione da parte del 73% dei dipendenti di voler valutare alternative lavorative. JPMorgan ha imposto il rientro totale, limitando i commenti sui forum interni a fronte delle rimostranze del personale. Dell ha progressivamente eliminato il lavoro ibrido, collegando la presenza in ufficio alle possibilità di promozione.

È rilevante notare che una ricerca dell'Università di Pittsburgh, basata sull'analisi di milioni di profili aziendali, non ha rilevato una correlazione diretta tra l'imposizione del rientro in ufficio e un effettivo aumento del valore o della redditività dell'azienda.

La teoria dell'"Epurazione Silenziosa" (Quiet Purging)

Di fronte alla mancanza di dati inequivocabili sulla produttività, molti analisti di mercato hanno avanzato una diversa interpretazione per questi mandati di rientro: il cosiddetto quiet purging o licenziamento silenzioso.

Questa teoria suggerisce che l'obbligo di presenza per cinque giorni a settimana sia uno strumento manageriale per ridurre l'organico in modo indiretto. Imponendo condizioni difficilmente compatibili con le nuove abitudini dei dipendenti (come chi si è trasferito o ha necessità di conciliazione vita-lavoro), le aziende spingono una percentuale del personale a dimettersi volontariamente, risparmiando sui costi delle buonuscite e mitigando il danno d'immagine derivante da licenziamenti di massa. Secondo un'indagine di ResumeBuilder, l'80% delle aziende che hanno imposto il rientro in sede ha perso talenti, eppure il 70% di esse intende mantenere queste politiche nel 2025.

Il mercato del lavoro attuale appare polarizzato. Le grandi corporazioni spingono per il rientro fisico, mentre una vasta rete di imprese medio-piccole e startup continua a offrire flessibilità per attrarre personale qualificato.

In Italia, i sondaggi mostrano che tre quarti dei lavoratori in smart working sarebbero pronti a cercare un nuovo impiego in caso di revoca totale del lavoro da remoto. Per accettare un lavoro esclusivamente in presenza, i professionisti italiani richiederebbero, in media, un incremento retributivo del 30%. La flessibilità, di fatto, ha acquisito una precisa e misurabile quantificazione economica all'interno dei pacchetti retributivi.

Fonti
Osservatorio Smart Working, Politecnico di Milano — 2024/2025
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