
La sismicità della nostra penisola, combinata con il grande apporto di sedimenti presso le foci dei fiumi, farebbe arretrare verso la costa le testate dei canyon sottomarini. Lo rivela un nuovo studio dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) e dell’Università degli Studi di Palermo, pubblicato su Communications Earth & Environment. A sua volta, questo fenomeno comporta un potenziale rischio per infrastrutture e popolazione costiera. Nell’ambito dello studio i ricercatori hanno analizzato 2700 canyon sottomarini elaborando con l’intelligenza artificiale dati batimetrici, sismici e geodetici.
Cosa sono e come si formano i canyon sottomarini
I canyon sottomarini sono profonde incisioni presenti sulla scarpata continentale, un pendio che collega il vero e proprio fondale marino (la piana abissale) con la piattaforma continentale, una superficie leggermente inclinata e sommersa che si estende a partire dalla costa, ampia in media un centinaio di chilometri. L’insieme della piattaforma continentale e della scarpata costituisce il cosiddetto margine continentale che quindi, a differenza di ciò che si potrebbe pensare, non corrisponde alla linea di costa ma si trova sotto il livello del mare. Sul bordo della piattaforma si accumula una grande quantità di sedimenti provenienti dalla terraferma. Nel tempo, questi possono franare sulla scarpata, per effetto della gravità o come conseguenza di scosse sismiche. Mescolandosi all’acqua, i detriti originano un flusso chiamato "corrente di torbida", che con la sua velocità, anche di 100 km/h, è in grado di scavare i canyon nella scarpata. In questo modo i sedimenti raggiungono la piana abissale. Nel mondo sono stati identificati circa 10.000 canyon sottomarini, anche se il loro numero potrebbe essere molto più elevato dal momento in cui, finora, solo il 27% dei fondali oceanici del pianeta è stato mappato ad alta risoluzione.

Lo studio sui 2700 canyon lungo le coste italiane
I ricercatori hanno studiato i canyon sottomarini che si estendono lungo i margini continentali della penisola italiana. Oltre 2700 testate di canyon sottomarini, cioè le loro aree più a monte e più vicine alla costa, sono state analizzate attraverso un modello di apprendimento automatico che integra dati batimetrici, sismici e geodetici.
“L’Italia è una delle poche nazioni al mondo a fornire liberamente una tale quantità di dati geofisici e geomorfologici la cui integrazione consente di migliorare la valutazione dei fenomeni che modellano i margini costieri e di rafforzare gli strumenti di analisi del rischio naturale”,
spiega Salvatore Stramondo, Direttore del Dipartimento Terremoti dell’INGV.
I risultati dello studio mostrano come nel tempo le testate dei canyon arretrino verso la costa. La loro evoluzione è guidata soprattutto dall’attività tettonica, che genera terremoti, e dalla prossimità alle foci dei fiumi, dove vengono rilasciate in mare enormi quantità di sedimenti. La combinazione tra la sismicità e il considerevole apporto di detriti da parte dei fiumi rendono instabile l’orlo della scarpata, causando frane sottomarine che scavano nuovi canyon e fanno arretrare quelli già presenti.

Quali sono i rischi per le coste italiane
Lo studio evidenzia come i canyon sottomarini siano sistemi dinamici sensibili ai processi tettonici e sedimentari. Queste strutture sommerse, con i loro cambiamenti, possono influenzare la stabilità dei margini continentali e rappresentare un potenziale fattore di rischio per le aree costiere. L’instabilità potrebbe comportare fenomeni di erosione e frane sottomarine, in grado nei casi più gravi di causare tsunami. Ne deriva che le conseguenze per edifici, infrastrutture e popolazione costiera possono risultare molto serie. Conoscere l’evoluzione dei fondali marini è indispensabile per individuare le aree a maggiore rischio e predisporre strategie di monitoraggio e prevenzione adeguate che rendano più sicure le nostre coste.