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30 Luglio 2026
7:00

Il caldo estremo in Italia costa fino a 12 miliardi l’anno, lo 0,4% del PIL: l’allarme di Confesercenti

Secondo la stima dell'ufficio economico di Confesercenti, circa 30/60 giorni di caldo intenso all'anno possono avere un impatto dello 0,2-0,4% del PIL nazionale, tra maggiori costi per l'energia, investimenti obbligati, produttività persa e fatturato nei settori esposti.

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Il caldo estremo in Italia costa fino a 12 miliardi l’anno, lo 0,4% del PIL: l’allarme di Confesercenti
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Il caldo estremo ci costa ogni anno 12 miliardi di euro in più.

Tra i 6 e i 12 miliardi di euro l'anno. È il conto che il caldo estremo presenta all'economia italiana secondo l'Ufficio economico di Confesercenti, che il 18 luglio ha diffuso un'analisi sull'impatto delle alte temperature: convivere ogni anno con 30/60 giorni di caldo intenso può avere un impatto tra lo 0,2 e 0,4% del PIL, fra maggiori costi energetici, minore produttività, investimenti obbligati e fatturato perso nei settori più esposti.

La stima arriva al culmine di un'estate anomala: secondo il Copernicus Climate Change Service, giugno 2026 è stato il giugno più caldo mai registrato nell'Europa occidentale e il secondo più caldo a livello globale.

Quando costa il caldo in Italia: le quattro voci economiche

La stima si compone di quattro voci. La più pesante è quella degli investimenti ormai obbligati – impianti di climatizzazione più efficienti, fotovoltaico, schermature, riqualificazione energetica degli immobili – valutati tra i 2 e i 4 miliardi.

Seguono i maggiori costi per l'energia, tra i 2 e i 3 miliardi, legati alla necessità di raffrescare più a lungo, e il calo della produttività del lavoro nelle giornate di caldo intenso, stimato tra 1,5 e 3 miliardi. Si aggiungono 1-2 miliardi di fatturato perso nei settori più esposti, dall'edilizia all'agricoltura fino alla logistica e al commercio ambulante.

Va detto con chiarezza cosa sono questi numeri: una stima elaborata da un'associazione di categoria, non una rilevazione statistica ufficiale. Un riscontro indipendente, però, esiste almeno sulla voce energia. I dati provvisori di Terna indicano che il 15 luglio 2026, tra le 15 e le 16, il fabbisogno elettrico nazionale ha toccato 57.985 megawatt: la punta oraria più alta dell'anno, superiore del 4,6% al picco del 2025, quando la domanda massima si era fermata a 55.450 megawatt.

Il massimo storico resta quello del luglio 2015, con 60,5 gigawatt. Un picco di domanda trainato dalla climatizzazione è, nella pratica, la stessa cosa vista dal lato della rete: energia che qualcuno paga.

Perché sopra i 35 gradi la produttività crolla e come cambiano i consumi

Sopra i 35 gradi stabili la resa del lavoro cala: crescono errori e assenze per malattia, diminuisce la capacità di sforzo fisico. I settori più esposti sono l'edilizia, l'agricoltura, la logistica, il commercio ambulante e le manutenzioni, insieme ai piccoli esercizi e al turismo all'aperto.

È il punto su cui la letteratura internazionale è più solida. Nel rapporto Working on a Warmer Planet l'ILO (Organizzazione internazionale del lavoro) stima che nel 2030 il 2,2% delle ore lavorate nel mondo andrà perso a causa delle temperature elevate: l'equivalente di 80 milioni di posti a tempo pieno e di 2.400 miliardi di dollari. Agricoltura e costruzioni da sole valgono rispettivamente il 60% e il 19% delle ore perdute, ed è una proiezione prudente, perché ipotizza che si lavori all'ombra e che il riscaldamento globale si fermi a 1,5 gradi.

In Italia il conto è già visibile nei campi. Cia-Agricoltori Italiani stima che l'ondata di caldo del 2026 possa costare al settore primario oltre 1,5 miliardi di euro tra danni alle coltivazioni e ore di lavoro perse, con criticità su mais, soia, ortofrutta e allevamenti; Coldiretti calcola in più di 20 miliardi i danni all'agricoltura italiana negli ultimi quattro anni tra siccità e alluvioni.

Ma il caldo non toglie soltanto ore di lavoro: sposta anche i consumi. Nelle ore centrali della giornata le alte temperature svuotano le strade, e a guadagnarci sono i grandi spazi climatizzati e le piattaforme online, mentre a rimetterci sono i mercati, i negozi dei centri storici e gli esercizi di vicinato, che si ritrovano un ulteriore fattore di pressione dopo quello dell'e-commerce. Nella ristorazione l'afa scoraggia paradossalmente l'uso dei dehors, riducendo la capacità potenziale dei pubblici esercizi; nel turismo i flussi tendono a spostarsi verso giugno e settembre e a redistribuirsi verso le aree montane, penalizzando le città d'arte nelle settimane più calde.

Perché la stima di Confesercenti è prudente: cosa dicono gli studi europei

Lo 0,2-0,4% del Pil può sembrare una cifra contenuta se confrontata con la letteratura scientifica. Lo studio di David García-León e colleghi pubblicato su Nature Communications, realizzato con il Centro comune di ricerca della Commissione europea, ha misurato le perdite economiche europee dovute al calo di produttività da calore.

La media storica del periodo 1981-2010 si attesta allo 0,21% del Pil – praticamente il limite inferiore della forchetta indicata oggi da Confesercenti – ma è destinata a salire allo 0,77% nel 2035-2045, allo 0,96% nel 2045-2055 e oltre l'1,14% negli anni Sessanta. Per l'Italia la proiezione al 2060 è di perdite pari al 2,17% del Pil, con forti differenze territoriali: in regioni come Sicilia e Lombardia le perdite di prodotto regionale potrebbero avvicinarsi al 3%, in Toscana superare il 4%.

In altre parole: il conto che oggi pesa per pochi decimi di punto è quello di un clima che è già cambiato, non di quello che verrà. Nell'arco di una generazione, a legislazione e adattamento invariati, la stessa voce vale dieci volte tanto.

Dalle ordinanze regionali alla rigenerazione urbana: cosa si può fare

Una parte degli strumenti esiste già, ma agisce a valle. Le ordinanze regionali vietano il lavoro all'aperto tra le 12:30 e le 16:00 nei giorni e nelle aree in cui la piattaforma Worklimate di Inail segnala un rischio "alto", mentre ai fini della cassa integrazione l'Inps considera la soglia dei 35 gradi, reali o percepiti (messaggio n. 2130 del 2025).

Il 22 giugno 2026 il Consiglio dei ministri ha inoltre approvato un decreto-legge che reintroduce l'accesso in deroga agli ammortizzatori sociali per le ondate di calore eccezionali nei comparti edile e affini, per le sospensioni comprese tra il 1° luglio e il 31 dicembre 2026. Sono misure che assorbono il colpo ma che non sistematizzano il problema del caldo.

La soluzione di lungo periodo, sostiene Nico Gronchi (Presidente di Confesercenti), passa dalla riqualificazione termica profonda degli edifici e delle strutture commerciali e da una rigenerazione urbana adattiva: senza investimenti immediati nella resilienza delle città, il cambiamento climatico continuerà ad agire come acceleratore della crisi economica, svuotando lo spazio pubblico e indebolendo la competitività del sistema Paese.

Sul piano degli incentivi lo strumento principale è il Conto Termico 3.0 gestito dal Gse, un contributo diretto che può coprire fino al 65% della spesa ammissibile a seconda dell'intervento e del soggetto richiedente. Sul fronte urbano, alcune città si stanno attrezzando con i rifugi climatici: Milano ne ha mappati oltre 600, Bologna ha sviluppato un'app che segnala in tempo reale quali spazi sono aperti e climatizzati.

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