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16 Gennaio 2026
17:00

Iran e USA, la storia del complesso rapporto tra i due Paesi

Mentre in Iran continuano le proteste in tutto il Paese, isolato dal resto del mondo da un blackout delle comunicazioni e di internet, Donald Trump parla di un possibile intervento militare. Ma la tensione e la contrapposizione odierna tra Stati Uniti ed Iran è sempre stata così? Qual è la storia del complesso rapporto tra i due Paesi?

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Iran e USA, la storia del complesso rapporto tra i due Paesi
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In Iran continuano le proteste e con esse anche la brutale repressione della popolazione, mentre Il Presidente Donald Trump ha valutato un attacco – poi congelato – da parte degli USA. Attualmente non si hanno stime ufficiali del numero di morti ma Amnesty International e l'ong Iran International parlano di migliaia di morti, un numero imprecisato che potrebbe superare, secondo alcune stime, le 12.000 vittime. Ma se analizziamo la storia delle relazioni internazionali tra i due Paesi da dopo la Seconda Guerra Mondiale, possiamo osservare un rapporto discontinuo e complesso fatto di alleanze temporanee, tensioni, colpi di stato e lievi aperture.

L'Iran dopo la Seconda Guerra Mondiale: il colpo di stato del 1953

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel 1951, l’Iran era una monarchia costituzionale, guidata dal re di Persia, lo scià Mohammad Reza Pahlavi e dal leader nazionalista Mohammad Mosaddegh, democraticamente eletto Primo Ministro iraniano. Mosaddegh iniziò una politica di emancipazione dell’Iran dalla sfera di influenza occidentale, soprattutto in merito alle risorse minerarie iraniane, petrolio in primis. Infatti, all’epoca, la Gran Bretagna, tramite la Anglo-Iranian Oil Company (AIOC) controllava la maggioranza dell’industria petrolifera del Paese. Mosaddegh iniziò una campagna di nazionalizzazione delle compagnie petrolifere del Paese, in un contesto di Guerra fredda in cui gli Stati Uniti temevano fortemente la vicinanza tra Iran e Unione Sovietica. Per questo, nel 1953 la CIA, collaborando con i servizi di intelligence del Regno Unito, architettò un colpo di stato che rovesciò il primo ministro Mosaddegh – in quella che fu chiamata Operazione AJAX – e che di fatto diede pieni poteri allo Scià Mohammad Reza Pahlavi. Il termine scià deriva dal persiano shāh, che significa "re" e indica la figura di comando con poteri assoluti in campo politico, ma anche spirituale.

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Carrarmati nel centro di Teheran durante il colpo di stato del 1953. Fonte: Wikimedia Commons

L’alleanza tra Stati Uniti e Iran

Lo scià Pahlavi rimase al potere per circa 20 anni, periodo in cui l’alleanza tra Iran e Stati Uniti si rafforzò notevolmente. L’Iran divenne uno dei maggiori produttori ed esportatori di petrolio e, anche grazie al supporto statunitense, iniziò a rafforzare anche il proprio esercito ed il proprio potere militare, necessario agli Stati Uniti per arginare la potenza sovietica. Durante questi anni iniziò anche lo sviluppo del programma nucleare iraniano, con il supporto degli Stati Uniti: nel 1957 infatti i due Paesi firmarono l' Accordo di cooperazione in materia di utilizzo civile dell'energia atomica, sotto la presidenza di Eisenhower, in base alla quale i Paesi in via di sviluppo avrebbero ricevuto formazione e tecnologia nucleare da parte degli Stati Uniti per programmi di ricerca sul nucleare. La loro collaborazione continuò fino all'inizio della rivoluzione iraniana del 1979.

La rivoluzione del 1979 e la presa di potere da parte di Khomeini

Il 1979 rappresentò uno spartiacque sia nella storia iraniana che nelle relazioni internazionali tra i due Paesi. In seguito allo scoppio della rivoluzione islamica e alle proteste che chiedevano la fine del regime di repressione dello scià Pahlavi, quest’ultimo fu costretto a fuggire e lo ayatollah Khomeini ritornò dall’esilio a Parigi, durato 14 anni, imponendosi come Guida suprema del Paese. Khomeini si oppose fortemente all'occidentalizzazione dell'Iran da parte dello Scià, trasformando il Paese in una teocrazia islamica anti-occidentale, basata sulla Sharia, la legge sacra della religione islamica, fondata sul Corano. In questo contesto, gli Stati Uniti furono identificati come uno dei principali nemici della Repubblica Islamica e, anche in seguito alla crisi degli ostaggi del 1979, le relazioni tra i due Paesi ebbero una brusca rottura e diedero vita ad un periodo di gelo nelle relazioni diplomatiche.

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Assalto all’ambasciata statunitense a Teheran, 1979. Fonte: Wikimedia commons

La crisi degli ostaggi del 1979

Il 4 novembre 1979 un gruppo di studenti iraniani assaltò l'ambasciata americana a Teheran, prendendo in ostaggio 52 persone, tra cui diplomatici e personale dell'ambasciata. La richiesta era di estradare lo Scià Reza Pahlavi, accolto dagli Stati Uniti per delle cure mediche, chiedendo la sua estradizione per essere processato e punito. Gli ultimi ostaggi furono rilasciati solo nel gennaio 1981, dopo 444 giorni di detenzione. Questo episodio ha fortemente condizionato le relazioni tra Iran e Stati Uniti e dalla rivoluzione del 1979 i due Paesi hanno interrotto le relazioni diplomatiche: ancora oggi gli Stati Uniti non hanno una rappresentanza diplomatica a Teheran e viceversa. A Washington  è presente la rappresentanza Interessi della Repubblica Islamica dell'Iran negli Stati Uniti, attraverso l'Ambasciata del Pakistan.

Dopo la crisi degli ostaggi, gli Stati Uniti parteciparono alla guerra Iran-Iraq dal 1980 al 1988, in cui morirono tra 500.000 e 1.000.000 persone, sostenendo – con aiuti economici e servizi di intelligence – Saddam Hussein, e rafforzando la tensione tra Stati Uniti e Iran.
Contemporaneamente, il regime di Teheran, guidato dallo ayatollah Khomeini, iniziò una politica estera di espansione della religione sciita anche nei Paesi vicini, finanziando e supportando militarmente forze come le milizie sciita libanesi di Hezbollah, e rendendosi responsabile di attacchi terroristici contro numerosi obiettivi statunitensi nella regione.

Anni ’90: gli Stati Uniti intensificano le sanzioni contro l’Iran

Le relazioni tra Stati Uniti e Iran sono rimaste tese in particolare per quanto riguarda un possibile armamento nucleare iraniano che nel tempo ha portato sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea a imporre dure sanzioni economiche contro l’Iran, in particolare sotto la Presidenza di George W. Bush e Bill Clinton. Nel 1992, il Congresso statunitense approvò l'Iran-Iraq Arms Non-proliferation Act, con sanzioni sui materiali che avrebbero potuto essere utilizzati per sviluppare armamenti avanzati. Nel 1995 gli Stati Uniti imposero poi un embargo totale sul petrolio iraniano e sul commercio, con particolare preoccupazione per l’impianto di arricchimento di Natanz e sul reattore ad acqua pesante di Arak.

L'apertura durante la Presidenza di Obama

Durante la presidenza di Barack Obama si è tentata un’apertura nelle relazioni diplomatiche tra i due Paesi: nel 2013, per la prima volta dopo più di 20 anni, ci fu una conversazione telefonica tra il presidente statunitense ed il presidente iraniano Hassan Rouhani. Dopo un grande lavoro diplomatico, due anni dopo, nel 2015 si arrivò alla firma dell’accordo sul nucleare: il Piano d’azione congiunto globale (JCPOA) con il gruppo cosiddetto dei P5+1: Cina, Francia, Germania, Regno Unito, Russia e Stati Uniti, più l’Unione Europea. Secondo l’accordo, in cambio della revoca delle dure sanzioni economiche imposte al Paese, l'Iran avrebbe limitato le attività nucleari per 15 anni e avrebbe consentito l’ingresso di ispettori internazionali dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’energia atomica) per attività di ispezione e monitoraggio.

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Il Presidente statunitense Barack Obama al telefono con il Presidente iraniano Hassan Rouhani nel 2013. Fonte: Wikimedia commons

Il primo mandato di Donald Trump e l'amministrazione Biden

L’accordo durò fino al 2018, quando il neo-eletto presidente Donald Trump decise di ritirarsi dal JCPOA, accusando l’Iran di continuare a portare avanti attività di stoccaggio di uranio arricchito. Da quel momento è iniziato nuovamente un periodo di forti tensioni tra i due Paesi, con il ripristino delle sanzioni internazionali, per limitare le esportazioni di petrolio iraniano e destabilizzare l’economia del Paese. Questo ha portato a numerose ritorsioni e attacchi da parte dell’Iran a petrolifere statunitensi nel Golfo Persico e ad altri obiettivi statunitensi nella regione.  Con l’amministrazione Biden si era intravista la possibilità di una ripresa dei colloqui in merito al nucleare iraniano, ma di fatto non si è registrato alcun progresso in questo senso.

Il secondo mandato di Donald Trump e la politica estera contro l'Iran

Con il secondo mandato di Trump i rapporti con l’Iran sono diventati ancora più tesi, con sanzioni economiche sempre più dure e appoggio in termini militari a Paesi vicini, come Israele, per sostenere attacchi contro obiettivi iraniani, compresi siti nucleari, come quello del giugno 2025, in cui furono colpiti i siti di Natanz, dove si trovano le turbine per arricchire l'uranio e trasformarlo in combustibile nucleare, il reattore nucleare sperimentale di Arak e la città di Isfahan. In questo instabile contesto, attualmente il Presidente Trump sta valutando l’ipotesi di un attacco militare contro l’Iran se la brutale repressione degli ultimi giorni dovesse continuare.

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